La sfida libanese - parte 2

Il cessate il fuoco fra Israele e Hamas arriva come una sassata, ma per certi versi Gaza e la questione palestinese sembrano lontane.
Il cessate il fuoco fra Israele e Hamas arriva come una sassata, ma per certi versi Gaza e la questione palestinese sembrano lontane.

Arriva la notizia del cessate il fuoco a Gaza, ma il panorama non cambia. Gli oleandri rosa e bianchi segnano la strada che costeggia il mare a intervalli regolari. Da marzo in poi puntellano il litorale tranquillo, azzurro come le spiagge di casa nostra. È la fettuccia che da Beirut scende a sud, verso Sidone e poi Tiro. Il mare visto dall’auto in Libano ricorda il Tirreno; c’è un odore familiare che trasmette pace. Una pace che sembra il disegno di un bambino: ognuno ci vede quello che vuole. Oltre il porto vecchio di Tiro, dopo il quartiere cristiano, spuntano il faro sul mare e le palme con i resti romani all’orizzonte. Si va verso la terra di nessuno, verso Israele o Palestina come dice Franco il concierge.

Per andare in qualunque città del Libano e tornare a Beirut basta mezza giornata. Verso l’interno è lo stesso. I bus per la Valle della Bekaa costano circa 3 € in sterline. Un’ora e si arriva a Chtaura oltre le colline alle spalle della capitale. Altrettanto e si arriva a Baalbeck, città col più grande Foro romano dopo quello di Roma. Il cedro che domina la costa diventa grano. Verde e giallo, i colori di Hezbollah, padrone di questa fetta di Libano. Fino al 2011 la valle era il giardino di casa relativamente tranquillo della Siria sciita di Assad. Un serbatoio di traffici pesanti e silenziosi, con un equilibrio a rischio perenne. Nel 2006 sulla valle si erano già accaniti gli F 16 di Tel Aviv. Poi ci sono tornati nel 2015 durante la grande mattanza. Era l’inizio dell’epopea Daesh, quando tutto stava per crollare. Forse il periodo più violento della storia di una terra fin troppo abituata al sangue. Da lì in poi il via vai di profughi, fuggiaschi, miliziani e sbandati ha cambiato le cose. Un Paese rigoglioso nonostante la tensione strutturale è tornato nella polvere e nella disperazione già vista in passato. La Valle è diventata un crocevia infernale.

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La Bekaa de facto è amministrata da Hezbollah. Le roccaforti cristiane, ricche e francofone sono sulla costa nord dalle parti di Jounieh a un tiro di schioppo in linea d’aria, lungo il mare dietro le colline. In nessun luogo più che nella Valle si capisce la complessità di un Paese unico e diviso insieme. Il cessate il fuoco fra Israele e Hamas arriva come una sassata, ma per certi versi Gaza e la questione palestinese sembrano lontane. Il nemico comune sionista non ha mai cementificato i fronti. Quando Assad padre faceva la guerra all’OLP di Arafat nei primi anni ’80 il nodo era già evidente. La divisione sciiti e sunniti, ma ancora di più i diversi di intendere la lotta allo Stato ebraico, ha sempre spaccato il fronte comune della causa. Può sembrare strano, ma l’inerzia di Hezbollah davanti alla miniguerra della Striscia di Gaza spiega tutto il Medio Oriente senza bisogno di parole. Hezbollah non è un movimento nato per gli arabi, anzi. L’originale progetto era trasformare il Libano in una teocrazia sciita, una sorta di costola dell’Iran. Una visione surreale più che un programma. Niente di più lontano dai bistrot e dai café bourgeois di derivazione francese, simbolo di un’anima occidentale impossibile da cancellare a Beirut. I cristiani maroniti, alleati di Israele e nemici giurati della Siria di Assad padre quando nacque Hezbollah, non lo avrebbero permesso. In quegli anni il Partito di Dio era una proiezione del Khomeinismo, pronta allo scontro aperto con americani e francesi, il demonio occidentale. Col tempo la politica ha preso più peso rispetto all’isterismo bombarolo. È cambiata l’America, è cambiato il mondo, sono cambiate le strategie per arrivare a Gerusalemme.

La forza militare è diventata scientifica, organizzata come una sorta di costola armata di una struttura istituzionale.  Hezbollah è uno Stato nello Stato, ben oltre il 10% dei seggi che occupa nel Parlamento libanese. A partire dagli anni ’80 è stata Damasco ad appoggiarne la crescita. Oggi è Damasco ad essere in debito per la sopravvivenza della dinastia Assad. Senza i miliziani sciiti il sistema siriano non sarebbe sopravvissuto alla “guerra civile”. Tutti lo sanno, Tel Aviv compresa: la spina nel fianco di Israele è proprio Hezbollah e la struttura trentennale che gli è cresciuta intorno. I razzi da Gaza su Israele visti dal Libano sono niente di più di guerra per procura. Hezbollah e l’Iran hanno finanziato e finanziano Hamas in modo progressivo ma l’interesse diretto è relativo. La vittoria di Assad in Siria è un credito talmente pesante sui rapporti politici nella regione che l’alzata di scudi di Hamas, al di là dei danni (pochi) inflitti a Israele, per assurdo, è quasi un rischio per la causa sciita. Per Damasco e Teheran questa è l’ora di ricompattare i ranghi e incassare i benefici di una vittoria strategica volta al futuro di una terra contesa, non il momento della guerra di cui per primo il Libano pagherebbe il prezzo. Soprattutto ora, con un default finanziario annunciato e uno stallo istituzionale che a Beirut non vede soluzioni immediate. Hamas è Hamas, per statuto e missione limitata alla terra di Palestina e al suo autogoverno. La sua logica, il suo dna, la sua vocazione sono interamente compresi dentro i confini di un territorio specifico. Hezbollah è una missione più ampia, parte di un disegno sopito che da Teheran ogni riaffiora solo quando serve. L’esportazione della causa profonda probabilmente non può andare oltre ad un odio comune, incarnato da Israele. Aleggia una certezza che a fronte delle dichiarazioni ufficiali può suonare ironica: oggi si può pesare più con la politica che con le bombe. Tanto più che gli arabi hanno disconosciuto Hezbollah con la scomunica della Lega del 2016 e un certo risentimento c’è. Tanto più che l’identificazione con la Siria che si respira a Baalbeck non può essere condivisa altrove e comunque non nella stessa misura. Ognuno ha il suo progetto, anche se l’alleanza contro il comune nemico nei fatti concreti esiste. Hezbollah aiuta sul serio Hamas ma quando Hamas festeggia il cessate il fuoco come una vittoria, per la causa sciita sul terreno cambia assai poco.

C’è silenzio nella Valle. Un silenzio che porta il nome del dio fenicio Baal e che gronda storia. Colonne antiche e colonne militari convivono. Fuori dalla città molte zone sono off-limits. Tra acciaio, polvere, ritorno di morte e disperazione recente, la quotidianità del Libano si calibra in modo autonomo dal resto della regione, soprattutto nella Bekaa. L’idea che da un momento all’altro tornino gli aerei israeliani non passa mai. Basta esagerare un po’ per far tornare i caccia del diavolo. Hezbollah non gode dell’onda social filopalestinese. L’indignazione global per le bombe israeliane su Gaza non arriva a capire i meccanismi che animano le diverse anime della causa islamica antisionista. Se arrivassero gli F 16 sui cieli tra Baalbeck e la Siria con ogni certezza non s’indignerebbe nessuno. Alla base c’è un gioco più grande, geopolitico. Il programma nucleare iraniano è tornato al centro delle notti insonni di Tel Aviv. Israele non si preoccupa della demagogia panislamista di Erdogan che ha portato la Turchia sull’altra sponda. Si preoccupa di una possibile atomica iraniana, conseguenza degli accordi che proprio Tel Aviv ha chiesto di stralciare. L’uccisione dell’ingegnere iraniano Mohsen Fakhrizadeh del novembre 2020 lo dimostra. Non saranno i razzi e le schermaglie a cambiare gli assetti della regione, qualcuno pare averlo capito da tempo. Hezbollah e l’Iran sono presenti e forniscono armi ma il profilo deve restare basso. Conviene a tutti. Il Partito di Dio non festeggia la tregua, al massimo incassa la visibilità di Hamas, sempre meglio della corrottissima Al Fataa di Abu Mazen. Il vero risultato è continuare a crescere senza sollecitare gli attacchi chirurgici e le purghe mirate di Israele. Continuare il programma nucleare per gli sciiti vale ben più di un attacco di razzi velleitari sullo Stato ebraico. I riflessi sul territorio sono l’indignazione automatica ed ufficiale per i crimini di Israele, un certo distacco e un segreto timore per una coinvolgimento diretto che di questi tempi non vuole nessuno. È proprio quel che dice Franco il concierge. Quando non lo dice, lo pensa.

Intanto le colline fioriscono e i vigneti tra Chtaura e Zahlé si gonfiano. Check point, sacchi di sabbia, filo spinato e bidoni bianco-rossi come la bandiera nazionale fanno da sfondo. L’Armée libanaise è presente. Tra il business che langue e il feroce interesse straniero che incombe, cipressi ed ulivi riconducono a Beirut, culla dilaniata e dolce di una terra piccola e pazza. Il resto del Libano con la bella stagione le si stringe intorno come un’aiuola calpestata tra diversità invisibili. Considerare l’assurdo come normalità è l’unica chiave possibile per continuare a vivere in Libano. Sembrerà strano ma le grida, i fumi e i discorsi su Gaza alle volte sembrano lontani anni luce.


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