Il 21 luglio scorso il Parlamento francese ha dato il via libera definitivo a una legge che vieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni, diventando il primo paese dell’Unione europea ad adottare un provvedimento di questo tipo. Il testo è stato approvato dall’Assemblea Nazionale con 279 voti favorevoli e 81 contrari, dopo il via libera del Senato. La norma entrerà in vigore in due fasi: dal 1° settembre 2026 le piattaforme dovranno impedire ai nuovi utenti Under-15 di aprire un account, mentre gli account già esistenti dovranno essere chiusi entro il 1° gennaio 2027, con quattro mesi di tempo concessi alle piattaforme per adeguarsi. L’articolo cardine della legge stabilisce che “l’accesso a un servizio di social networking online fornito da una piattaforma online è vietato ai minori di quindici anni”. Restano escluse dal divieto le enciclopedie online come Wikipedia, le piattaforme di sviluppo e condivisione di software libero, i progetti digitali educativi open source e, tecnicamente, i servizi di messaggistica privata come WhatsApp.
Il pacchetto si completa con l’estensione del divieto di uso dello smartphone a tutti i licei, misura già in vigore per le scuole primarie e medie. Il compito di vigilare sull’applicazione è stato affidato ad ARCOM, l’autorità francese per la regolazione delle comunicazioni digitali. La stretta francese nasce anche da un crescente consenso scientifico sugli effetti dell’uso intensivo dei social network durante l’adolescenza. Negli ultimi anni numerosi studi hanno evidenziato una correlazione tra l’esposizione prolungata alle piattaforme digitali e l’aumento di ansia, depressione, disturbi del sonno, isolamento sociale e problemi legati all’autostima, soprattutto tra le ragazze. L’OMS ha inoltre rilevato un incremento dell’uso problematico dei social tra gli adolescenti europei, mentre diversi governi hanno iniziato a considerare gli algoritmi di raccomandazione come un possibile fattore di amplificazione delle fragilità psicologiche, premiando contenuti sempre più estremi o capaci di catturare l’attenzione per periodi prolungati. Pur non esistendo un consenso assoluto sul rapporto di causa-effetto, il principio di precauzione è diventato uno dei principali argomenti utilizzati dai sostenitori del divieto.
Il punto più delicato, tuttavia, riguardante il sistema di verifica dell’età degli utenti, resta irrisolto. La ministra delegata al Digitale e all’Intelligenza Artificiale, Anne Le Hénanff, ha spiegato che sarà compito delle stesse piattaforme – da Meta a TikTok – trovare una soluzione tecnica, spostando così sull’industria l’onere di un problema che finora nessun paese ha risolto in modo pienamente affidabile. Dietro l’approvazione definitiva si nasconde un compromesso tutt’altro che scontato. Le due camere del Parlamento francese partivano da posizioni diverse: per il Senato un divieto totale rischiava di essere dichiarato incostituzionale, mentre per l’Assemblea nazionale un divieto anche solo parziale sarebbe risultato in contrasto con le regole europee.
Alla fine ha prevalso l’impostazione dell’Assemblea, ma il vero vincolo esterno è arrivato da Bruxelles. Il Digital Services Act europeo regola le piattaforme a livello continentale e vieta la pubblicità mirata ai minori, senza però fissare un’età minima di accesso, competenza che resta agli Stati membri, purché non impongano alle piattaforme obblighi che invadano le competenze esclusive della Commissione. Parigi ha dovuto riscrivere più volte il testo proprio per non entrare in rotta di collisione con questo impianto, ed è per questo che alcune misure più aggressive presenti nelle bozze iniziali, come l’obbligo di avvertenze sanitarie sui contenuti, sono state espunte dalla versione finale.
Resta inoltre da sciogliere un ultimo nodo giuridico. La parola definitiva spetterà infatti al Consiglio costituzionale francese, chiamato a valutare se un divieto generalizzato di questo tipo sia compatibile con i principi costituzionali sulla libertà di espressione, passaggio che lo stesso presidente Macron ha riconosciuto come tutt’altro che scontato. Gli osservatori più critici concordano che la vera sfida non è normativa ma tecnologica. Verificare l’età di un utente senza raccogliere dati sensibili aggiuntivi, senza creare varchi di privacy e senza spingere gli adolescenti verso piattaforme non regolamentate è un problema che nessun sistema ha ancora risolto in modo soddisfacente.
Le difficoltà già affrontate da piattaforme come Roblox nel filtrare gli utenti minorenni sono un precedente istruttivo, e c’è motivo di credere che il divieto francese incontrerà ostacoli di applicazione simili. Sul piano internazionale, la Francia arriva seconda nel mondo dopo l’Australia, la quale ha introdotto un divieto sui social per gli under 16 già lo scorso dicembre, tra critiche e perplessità sulla sua reale efficacia. In Europa, però, Parigi fa da apripista e proposte di legge simili sono già in fase di valutazione nel Regno Unito, in Spagna e in Danimarca, mentre in Italia diverse iniziative analoghe restano ferme da anni alla fase di discussione parlamentare, consentendo alla legge francese di diventare il modello di riferimento, nel bene e nel male, per l’intero dibattito europeo sulla regolazione dell’infanzia digitale.

Al di là della tutela della salute mentale dei minori, la mossa francese va letta anche come un tassello della più ampia battaglia europea per la sovranità digitale. Imporre a piattaforme americane e cinesi, come Meta e TikTok, regole vincolanti sull’accesso dei minori significa, in sostanza, rivendicare la capacità degli Stati europei di normare uno spazio informativo che per anni è stato governato quasi esclusivamente dalle policy interne da Big Tech e algoritmi stranieri. Non è un caso che il provvedimento venga presentato da Parigi come un atto di “indipendenza geostrategica”. I social network non sono più soltanto strumenti di intrattenimento, ma infrastrutture capaci di orientare consenso, identità culturale e persino esposizione a narrazioni straniere fin dall’infanzia, un terreno su cui la competizione tra Washington e Pechino, come anche Mosca, si gioca ormai silenziosamente ogni giorno.
Vale la pena riprendere la celebre massima ormai diffusa tra gli analisti geopolitici: “America makes, China replicates, Europe regulates”. Una lettura spesso usata in tono sconsolato, quasi a certificare l’irrilevanza industriale del continente europeo nella corsa tecnologica globale. Ma il caso francese suggerisce che, per una volta, quella terza funzione possa trasformarsi in un vantaggio competitivo autentico piuttosto che in una consolazione. Se Parigi riuscirà a dimostrare che un blocco regionale può imporre standard vincolanti a piattaforme extra-europee costringendole ad adeguarsi su scala globale, come già avvenuto con il GDPR in materia di privacy, la regolazione smetterebbe di essere il rifugio di chi è arrivato tardi alla partita tecnologica, per diventare essa stessa un’arma geopolitica capace di orientare il comportamento dei giganti del digitale ben oltre i propri confini.
L’iniziativa francese si inserisce, inoltre, in un contesto europeo caratterizzato da un progressivo irrigidimento delle politiche di tutela dei minori online. Parallelamente al dibattito sui social network, le istituzioni europee stanno infatti lavorando al controverso regolamento noto come “Chat Control”, che punta a rafforzare gli strumenti di contrasto alla diffusione di materiale pedopornografico online attraverso obblighi più stringenti per i fornitori di servizi digitali. Pur affrontando questioni differenti, entrambe le iniziative riflettono una medesima tendenza. Lo spazio digitale viene considerato sempre meno una sfera sottratta all’intervento pubblico e sempre più un ambiente nel quale gli Stati rivendicano il diritto di imporre limiti in nome della tutela dei minori, della sicurezza e dell’interesse collettivo.
Esiste poi una domanda scomoda, raramente affrontata nel dibattito pubblico. Se una misura di questo tipo comporta un costo elettorale pressoché nullo, perché così pochi governi sembrano disposti ad adottarla? Una possibile spiegazione è che il problema non riguardi soltanto le difficoltà applicative, ma il rapporto sempre più stretto tra politica e piattaforme digitali. I social network sono diventati il principale terreno della comunicazione politica, della mobilitazione elettorale e della costruzione del consenso.
Ridurne il peso tra le nuove generazioni significherebbe anche mettere in discussione un ecosistema che, pur alimentando polarizzazione, dipendenza dall’attenzione e semplificazione del dibattito pubblico, è ormai parte integrante del funzionamento delle democrazie contemporanee. Resta infine aperta una questione destinata ad assumere un’importanza crescente. Proprio l’intelligenza artificiale, spesso indicata come uno dei principali fattori di trasformazione dello spazio digitale, potrebbe diventare anche parte della soluzione.
Sistemi di verifica dell’età basati su modelli biometrici e di analisi comportamentale sono già in fase di sperimentazione e promettono di accertare la maggiore età senza conservare documenti d’identità o altri dati sensibili. Se tali tecnologie riuscissero a garantire elevati standard di affidabilità e tutela della privacy, il principale ostacolo tecnico all’applicazione di leggi come quella francese potrebbe progressivamente venire meno, aprendo la strada a una diffusione del modello anche nel resto d’Europa. Negli ultimi anni, infatti, diverse aziende hanno iniziato a sviluppare sistemi di age estimation capaci di stimare l’età di un utente attraverso l’analisi biometrica del volto, senza necessariamente richiedere l’invio di un documento d’identità.
In prospettiva, non è difficile immaginare piattaforme che, al momento della registrazione, utilizzino la fotocamera del dispositivo per verificare se l’utente abbia un’età compatibile con quella dichiarata, bloccando automaticamente l’accesso in caso contrario. Si tratta tuttavia di tecnologie ancora immature, esposte a margini di errore e a interrogativi non trascurabili in materia di privacy, discriminazione algoritmica e trattamento dei dati biometrici. Più che una soluzione già disponibile, rappresentano dunque una possibile direzione di sviluppo, sulla cui affidabilità sarà necessario mantenere un sano scetticismo. Ma se questi sistemi dovessero raggiungere un livello di affidabilità elevato, verrebbe meno uno dei principali argomenti utilizzati dalle piattaforme per contestare l’applicabilità di divieti come quello francese. A quel punto il dibattito si sposterebbe dal piano tecnico a quello strettamente politico: non sarebbe più una questione di “si può fare?”, ma di “si vuole davvero fare?”.