L'affaire Houellebecq

Le possibilità di un processo (che non conviene a nessuno) contro lo scrittore francese si concretizzano.
Le possibilità di un processo (che non conviene a nessuno) contro lo scrittore francese si concretizzano.

È scoppiato in Francia un nuovo affaire Houellebecq. Sia la Moschea Grande di Parigi che l’Unione delle Moschee di Francia hanno denunciato lo scrittore francese più letto al mondo per «incitamento all’odio». La Moschea Grande, dopo un incontro tra il rettore e lo scrittore, mediati dal rabbino capo di Parigi, ha ritirato la denuncia. Se l’Umf non intenderà fare altrettanto, Houellebecq potrà essere processato. Cosa che avvenne già vent’anni fa: all’epoca Houellebecq venne assolto, poiché gli venne riconosciuto il diritto di criticare le confessioni religiose. Stavolta però è diverso, perché Houellebecq parla in modo critico del rapporto tra francesi autoctoni e musulmani, e non è l’unico a farlo. Sebbene i toni del governo e di buona parte della stampa siano concilianti, l’aria d’Oltralpe è incandescente.

Oggetto della contesa è il lunghissimo colloquio (ben quarantatré pagine) tra Michel Houellebecq e il filosofo Michel Onfray, anch’egli destinatario della denuncia, pubblicato a dicembre sul mensile Front Poulaire. I due discutono con franchezza saltando da un argomento all’altro: Europa, guerra, eutanasia, religione, Islam, immigrazione, transumanesimo, perfino caccia e fantascienza. Si tratta di un colloquio stupefacente in cui si toccano solo temi scottanti con una libertà di pensiero che in pochi possono permettersi. Questo sta a indicarci che in Francia l’intellettuale è ancora una figura viva e che il suo ruolo nella società, nella creazione della pubblica opinione, è forte. Non stupisce allora che nel colloquio, inserito in un dibattito culturale vivace, in un Paese che notoriamente ha una buona opinione di sé e delle sue radici, sia ricorrente la parola civilisation, civiltà, in Italia ormai cassata dai dizionari.

Houllebecq non risparmia niente e nessuno. Si dichiara contrario all’Unione Europea per ragioni pasoliniane, perché la bellezza dell’Europa è nella sua diversità e «tutta questa diversità sparirebbe e sarebbe rimpiazzata dal modello americano». Pensa che «se il Cristianesimo è spacciato, l’Occidente è spacciato» e che la «prossima civiltà» sarà islamica, perché l’islam «ha la quantità dalla sua parte». Lunghe pagine sono dedicate alla questione islamica e all’immigrazione, in Francia sentite ovviamente molto più che in Italia. Houellebecq batte sul tamburo della demografia e della cultura: se «la modificazione della composizione etnica e religiosa della popolazione europea è un’evidenza statistica», emerge il problema della convivenza con «una religione nella sua fase aggressiva». Secondo lo scrittore «non si può combattere una credenza forte che con un’altra credenza forte, vale a dire una religione. Imporre la laicità, credenza debole, ai musulmani non può funzionare». Allora «la sola soluzione è vivere fianco a fianco, cercare di raggiungere una relativa indifferenza reciproca, che possa permettere una coesistenza senza conflitto».

Al lettore italiano può sembrare strano che autori mansueti discettino così muscolarmente di una questione da noi sentita lontana. In Italia una parte politico-editoriale preme sugli sbarchi, ma altro non c’è. In Francia la situazione è diversa. Dal 2015 al 2021 gli attentati islamisti hanno mietuto 264 vittime, l’intelligence ha schedato 10.500 persone per radicalizzazione jihadista e la Direction générale de la Sécurité intérieure, il servizio segreto interno, nel 2020 ha elencato 150 «territori perduti», caduti sotto il controllo dell’Islam radicale, rispetto ai quali funzionari del governo parlano di «situazione allarmante e di proporzioni inquietanti». Il Ministero della Sanità ha perfino commissionato un rapporto che ha evidenziato radicalizzazione, proselitismo e attentati alla laicità nelle strutture sanitarie pubbliche. Lo stesso presidente Macron spiazzò tutti quando, all’indomani dell’omicidio di Samuel Paty, decapitato in strada, disse apertamente che «gli islamisti vogliono il nostro futuro» e iniziò a utilizzare termini come «separatismo» e «società parallela» rispetto alle comunità di musulmani che vivono in enclave poco o per nulla comunicanti col resto della società.

Tutto questo magma non poteva che coagularsi sul piano politico, come si è visto alle elezioni presidenziali dello scorso anno: 23% dei voti al Rassemblement National di Marine Le Pen e 7% all’inedito movimento Reconquête del giornalista Éric Zemmour, autore del bestseller da 500 mila copie Le suicide français. Zemmour ha evocato uno scenario di «libanizzazione» della Francia, ossia di frammentazione etnico-religiosa che porterebbe alla guerra civile. Altri parlano invece di «balcanizzazione» o «algerizzazione», come il famoso scrittore per l’appunto algerino Boualem Sansal. Perfino un ex direttore generale della Dgse, il servizio segreto militare, ha spiegato che «lo scenario secessionista è la pendenza più naturale di una società “multi”» in cui sta avvenendo «una specie di contro-colonizzazione dal basso» e dove si teme che «tante pentole a pressione possano esplodere contemporaneamente».

La Francia è diventata dunque un Paese dove espressioni come “guerra civile” non sono affatto tabù. La usano anche Houellebecq e Onfray su Front Populaire, ma mentre per quest’ultimo «la guerra civile è già qui, a bassa intensità», per Houellebecq si profila nel futuro: «Quando territori interi saranno sotto controllo islamista, penso che avranno luogo atti di resistenza. Ci saranno degli attentati … dei Bataclan alla rovescia. E i musulmani non si accontenteranno di mettere candele e mazzi di fiori.» Per il guardasigilli Dupond-Moretti «dire che i musulmani non sono francesi come gli altri è insopportabile», e aggiunge che «abbiamo banalizzato questo tipo di osservazioni. Quindici anni fa, saremmo tutti andati in prima linea a denunciarle.»

Per quanto alcune frasi di Houellebecq siano, se non correttamente contestualizzate, irricevibili, s’intende che il punto centrale della questione è ben altro: in Francia sta avvenendo una spaccatura a tutti i livelli, all’interno delle istituzioni e degli organi di stampa come tra la gente comune, tra chi ritiene che la nascitura Francia multietnica non ponga alcun problema e chi ne è allarmato. E sebbene governo e larga parte della stampa si mostrino pacifici e incoraggianti, sono gli stessi documenti del governo a lasciar ipotizzare scenari pessimisti. La popolazione francese ne è cosciente e nota anche Houellebecq che «una delle cose più notevoli tra le reazioni alle “Lettera dei generali” è la percentuale di francesi che si aspettano una guerra civile nel futuro prossimo».

In questo passo Houellebecq si riferisce all’episodio ai limiti del fantapolitico che è stata la pubblicazione di una lettera aperta dello scorso aprile firmata da venti generali a riposo e sottoscritta da più di mille militari. Le stellette vi denunciano «la disgregazione che, con l’islamismo e le orde delle banlieue, porta al distacco di molteplici parti della nazione per trasformarle in territori soggetti a dogmi contrari alla nostra costituzione» e esorta il governo a intervenire, altrimenti «il lassismo continuerà a diffondersi inesorabilmente nella società, provocando infine un’esplosione e l’intervento dei nostri compagni in servizio», quando «la guerra civile metterà fine a questo caos crescente e le morti saranno migliaia».

Dopo la pubblicazione della lettera, l’istituto Harris Interactive ha realizzato un sondaggio per capire se le posizioni dei militari firmatari sono in sintonia con quelle della popolazione. Sebbene la maggioranza dei francesi non veda la guerra civile come rischio imminente, molti condividono «il fatto che le leggi della Repubblica non si applicano su tutto il territorio (86%), l’aumento della violenza (84%), un antirazzismo che provoca l’effetto opposto a quello previsto (74%), la disgregazione della società francese (73%)». Addirittura «un francese su due si dichiara favorevole all’intervento dell’esercito senza che gli sia stato ordinato di farlo per garantire l’ordine e la sicurezza». Percentuali di popolazione di gran lunga più ampie del 32% dei voti realizzato dalle destre suggeriscono che questi problemi sono avvertiti anche da elettori moderati o di sinistra.

Magari queste rilevazioni non prefigurano uno scenario da guerra civile imminente, ma di certo non sono incoraggianti. E se è vero che gli ebrei sono come i canarini nelle miniere, che davano stramazzando in gabbia l’allarme per una fuga di gas, allora neppure la condizione degli ebrei è rassicurante. Dal 2000, 60 mila hanno lasciato la Francia e molti altri vogliono emigrare. Ogni edificio delle comunità ebraiche è massicciamente presidiato da forze armate e periodicamente si verificano attentati. «L’antisemitismo in Francia è diventato un luogo comune», soprattutto da quando «i numerosi immigrati dal Maghreb, dove viveva mezzo milione di ebrei, portarono in Francia questa cultura del disprezzo», sostiene lo storico ebreo Georges Bensoussan.

Ad ogni modo, senza voler azzardare vaticinazioni sul futuro più o meno roseo e pacifico della Francia, quel che interessa osservare ora è se Houellebecq sarà davvero processato ed eventualmente condannato. L’autore di Sottomissione probabilmente non lo desidera affatto, non ha la postura del crociato solitario, ma se mai dovesse succedere, a quel punto ci ritroveremmo con lo scrittore francese più famoso al mondo condannato per reati d’opinione rispetto alla questione islamica. Un bel guaio per la credibilità del mondo culturale francese e per la libertà di pensiero. Se al contrario venisse assolto, le comunità musulmane più intransigenti potrebbero aversene a male. A prescindere da come vada, questa denuncia ha infilato la Francia in un cul-de-sac.

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