Vivere sotto la Cappa

Con “La Cappa”, Marcello Veneziani tenta di disarticolare conformismi, pregiudizi, tic e tendenze dispotiche del presente. Ma non tutto è ancora perduto.
Con “La Cappa”, Marcello Veneziani tenta di disarticolare conformismi, pregiudizi, tic e tendenze dispotiche del presente. Ma non tutto è ancora perduto.

L’assenza di opposizione è pericolosa, innanzitutto per chi detiene la maggioranza. Oggi ci sono una maggioranza silenziosa pressoché esclusa nel dibattito ufficiale e una minoranza rumorosa egemone nell’industria mediatica-editoriale. La minoranza rumorosa detta l’agenda, fissa i termini del discorso, distribuisce patenti di legittimità e commina sanzioni per chi sconfina. Ma senza un’opposizione con cui confrontarsi, rischia di perdere il contatto con la realtà. Saluti allora in La Cappa. Per una critica del presente di Marcello Veneziani (edizioni Marsilio, pp. 204) un testo col quale duellare. Veneziani dà, dal punto di vista conservatore, una carrellata di suggestioni, esempi e ragionamenti su quel che oggi accade e suggerimenti per evadere dal conformismo.

«Una cappa ci opprime, la sua densità ci impedisce di vedere oltre, di leggere dentro, che poi vuol dire essere intelligenti; di essere vivi a pieno respiro».

Della Cappa Veneziani non dà una definizione, bensì la mostra in opera nei vari capitoli rispetto a natura, sesso, salute, storia e cultura, correttezza, sorveglianza, globalismo, bioliberismo e religione. A ciascuno di questi argomenti è dedicato un capitolo, in cui Veneziani unisce cronaca, letture, suggestioni e ragionamenti per decostruire a suo modo il presente. Il libro risulta così frammentario e a tratti sconnesso, ma è questo il rischio che si corre quando si affronta un paradosso: cercare di mostrare ciò che è sotto gli occhi di tutti ma nessuno comprende. La Cappa è come la nebbia, tutti la vedono ma nessuno che vi si trovi immerso saprebbe dire che forma ha. Neppure Veneziani lo sa e procede pertanto a tentoni, esplorandola pezzo dopo pezzo. 

La cappa (Marsilio) di Marcello Veneziani

Una tendenza del nostro tempo, individuata con efficacia, è lo strano accordo tra «anarchia privata e dispotismo pubblico, soggettivismo e totalitarismo». Da un lato ci viene costantemente detto che siamo liberi di fare ciò che vogliamo, diventare chi desideriamo, amare chi più ci piace, assumere il genere che sentiamo nostro e pensare quel che più aggrada, dall’altro vige un lungo elenco di pubblici divieti con relative pesanti sanzioni rispetto a comportamenti, parole, pensieri, opinioni,movimenti e spostamenti. È uno strano concetto di libertà in effetti quello che si profila: una libertà assoluta ma da esercitare solo entro i muri domestici, senza parlare con nessuno. Ecco dunque che in una liberaldemocrazia dove il diritto di manifestazione del pensiero è sancito dalla costituzione, capita che Giorgio Agamben, uno dei maggiori filosofi contemporanei, possa essere trattato da imbecille a reti unificate e su quasi tutti i quotidiani da persone che non riuscirebbero nemmeno a capire uno scritto di Agamben, poiché questi ha espresso perplessità rispetto all’emergenza sanitaria come metodo di governo.

In generale, Veneziani aggredisce il conformismo, con le sue imposizioni e contraddizioni, una delle quali è l’instaurazione del relativismo assiomatico: non esiste alcuna verità, tutto è liquido e mutabile, ma «la negazione della Verità convive con la pretesa di avere ragione in assoluto, anzi di essere dalla parte della ragione per diritto a priori, senza possibilità di confutazione.» Un dogma però è stabilito: la conservazione della nuda vita, la salute come allungamento della vita al riparo dalle malattie, obiettivo rispetto al quale siamo disposti a sacrificare tutto il resto. Non si vive, si sopravvive. «La società coperta baratta la libertà con la sicurezza, la civiltà con la sanità, il lavoro con la salute, la comunità con l’immunità». Invece, suggerisce Veneziani, salute e uguaglianza (di condizioni, non di risultati) sono mezzi e non fini. Come la salute è condizione necessaria ma non sufficiente per poter esercitare le attività di una vita degna di essere vissuta – amore, lavoro, arte, politica, religione per chi crede – così la libertà e l’uguaglianza sono necessarie per lo sviluppo di una intelligente e dinamica società moderna.

All’opposto, la salute e l’uguaglianza sono diventati fini mentre la libertà viene ad esse subordinata e sacrificata. Sbagliare poi non è più concesso. Non solo contravvenire intenzionalmente alle nuove norme etiche, ma anche comportarsi “normalmente”, senza malizia o cattiveria, costituisce un crimine. Veneziani parla addirittura di «razzismo etico» per l’incapacità di concepire che le persone hanno il diritto a essere diverse e a comportarsi in modi diversi, purché non rechino volutamente danno al prossimo. Basta pensare alla violenza con cui è stato pubblicamente additato come criminale chiunque uscisse di casa durante i lockdown, per non parlare dei no-vax, o l’intolleranza rovesciata che porta chi sostiene democrazia, uguaglianza e solidarietà a pretendere pubblicamente di toglierediritto di parola e estromettere dalla vita pubblica chi ha opinioni dissonanti.

Veneziani smaschera anche alcune superstizioni contemporanee. La più evidente è l’idolatria del presente che accompagna la pretesa di aver raggiunto una tale vetta morale da poter giudicare tutta la storia dal nostro punto di vista:

«Il residuo di superstizione progressista è che il figlio ne sa più del padre, il moderno è più saggio dell’antico, il contemporaneo è il punto più elevato di osservazione, non solo storica ma morale, civile e intellettuale.» 

Tale tendenza richiede che chi voglia trovare una posizione nel dibattito pubblico – se ne esiste ancora uno – debba adeguarsi a un “impegno unilaterale” fino al parossistico conformismo nell’assenza di prospettive:

«Non c’è più la società perfetta verso cui tendere, come era stato fino agli anni di piombo, sicché resta solo la sua carica negativa: rimane il rigetto verso la realtà, la natura, la storia, la vita comune, tutto ciò che puzza di “normale”.»

In questo senso, Marcello Veneziani puzza molto di normale: è un conservatore cattolico,meridionale, autore di libri, non evoca sommosse linguistiche e rivoluzioni etiche, censure e sanzioni; perciò non piace alla gente che piace. Certo, non con tutto quel che scrive si sarà d’accordo, soprattutto rispetto a certe posizioni retrò e alcune semplificazioni, ma è giusto che tutti possano esprimere con ragionevolezza pensieri sul mondo senza pretendere nulla da nessuno. Da conservatore cattolico qual è, Veneziani trova nel rispetto della tradizione e del destino (l’amor fati cui ha dedicato un libro), nella giusta misura e nella serenità di giudizio un kit di sopravvivenza. 

Ma che fare dunque per non lasciarsi soffocare dalla Cappa? Bucarla, ovviamente, armati ognuno di una “spada” culturale e morale. «Se non possiamo cambiare il mondo cambiamo almeno il nostro sguardo su di esso», e anche se non c’è modo di fermare il vento con le mani, «si può solo lasciar tracce del proprio dissenso». Veneziani lo ha fatto, a modo suo, con pregiudizi e difetti come tutti ne abbiamo, ma ha dimostrato di essere un uomo libero ancora capace di dire quel che pensa ben sapendo di essere sgradito alla quasi totalità dell’apparato mediatico e culturale di questo paese.

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