La ripresa delle tensioni in Medio Oriente ha mostrato quanto la stabilizzazione della regione continui a essere compromessa da fragilità strutturali e dalle ambizioni di attori locali ed extraregionali. Dalla strumentalizzazione strategica dello stretto di Hormuz al complesso gioco di distensione e deception tra Washington e Teheran, fino alla rinnovata affermazione della Turchia e di Israele nella regione, la costruzione di un’architettura regionale di sicurezza si scontra con numerose difficoltà, le cui ripercussioni riguardano tanto la stabilità del Medio Oriente quanto gli equilibri mondiali.
Per affrontare questi diversi temi abbiamo incontrato Georges Malbrunot, autorevole firma del giornale Le Figaro e uno dei principali specialisti di Medio Oriente. Malbrunot è annoverato tra i giornalisti francesi più lucidi, come dimostrano i suoi saggi e i suoi lavori dedicati all’influenza delle petromonarchie del Golfo. Si può ricordare, in particolare, il suo ultimo volume, MBS Confidentiel, scritto con Christian Chesnot, un’inchiesta sulla strategia adottata dal principe Mohammed bin Salman per trasformare l’Arabia Saudita, ma anche i suoi lavori sul conflitto israelo-palestinese e sulla fine del regime baathista di Saddam Hussein in Iraq.
-Alla luce dei negoziati tra Iran e Stati Uniti e della nuova escalation, quali evoluzioni dobbiamo attenderci in Medio Oriente?
È ancora troppo presto per parlare di un fallimento definitivo dell’accordo del 17 giugno. Le attuali tensioni, accompagnate da attacchi e violazioni del cessate il fuoco, fanno probabilmente parte tanto del gioco americano quanto di quello iraniano. Quell’accordo rappresentava un compromesso minimo, che non risolveva nessuna delle questioni fondamentali, dal nucleare alle sanzioni, dalle reti regionali dell’Iran allo stretto di Hormuz. Stiamo assistendo, in un certo senso, alla prosecuzione dei negoziati con altri mezzi. Ne è prova il fatto che, sebbene entrambe le parti affermino che il cessate il fuoco sia ormai decaduto, continuano a dichiararsi disponibili a negoziare.
Stiamo entrando in una fase di «né guerra né pace», caratterizzata dall’alternanza tra episodi militari, periodi di tensione e momenti di ripresa del dialogo. Per Teheran, lo stretto di Hormuz è diventato uno strumento di pressione ancora più importante del nucleare. Mohsen Rezai, ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, ha dichiarato che lo stretto vale più di dieci bombe atomiche. L’Iran non intende rinunciare a esercitare un controllo sulla gestione dei flussi, mentre una simile prospettiva è inaccettabile per Washington. Non credo, tuttavia, che assisteremo a una guerra totale.
-Perché?
Perché nessuna delle due parti ha interesse a una simile evoluzione. Da un lato, Trump si sta avvicinando alle elezioni di metà mandato e non vuole presentarsi agli elettori con un conflitto aperto. D’altra parte, non vedo che cosa potrebbe ottenere in più rispetto a ciò che non è già riuscito a ottenere in precedenza, anche se è evidente che, attualmente, gli attacchi americani contro infrastrutture civili, come ponti e aeroporti, hanno l’obiettivo di paralizzare l’economia iraniana.
Dall’altro lato, anche l’Iran preferisce una tensione controllata, che gli permetta di consolidare la propria presa sul Paese, di riunire una parte della popolazione attorno al regime e di migliorare, attraverso Hormuz, la propria posizione quando i negoziati riprenderanno.
Occorre tuttavia aggiungere due fattori che complicano la situazione: gli ultraconservatori iraniani, che chiedono di non arretrare davanti alle richieste americane, e Israele, che spinge Washington ad adottare una linea più dura. Ritengo comunque che questa fase intermedia di incertezza avvantaggerà più Teheran che Washington.
-Il sistema iraniano sembra trasformarsi sia sul piano strategico sia su quello istituzionale, con un peso crescente dei Guardiani della rivoluzione. Come è cambiato l’Iran e come potrebbe evolvere dopo la morte di Ali Khamenei?
La guerra ha accelerato brutalmente una militarizzazione del potere che era già in corso. Oggi l’Iran è diretto, sul piano operativo, da responsabili militari e membri dei servizi di intelligence, tra i quali figurano ex comandanti dei Guardiani della rivoluzione, come Ahmad Vahidi e Mohsen Rezai. Non si tratta, tuttavia, di una rottura improvvisa. Da molto tempo i Guardiani esercitano un’influenza determinante, poiché controllano circa il 60 per cento dell’economia, intervengono nel dossier nucleare e condizionano la politica estera e di sicurezza del Paese. Questa tendenza si è rafforzata dall’inizio della presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, soprattutto attraverso pseudo-privatizzazioni favorevoli ai pasdaran.
La scomparsa di Ali Khamenei ha indebolito il pilastro religioso, anche se non lo ha eliminato. L’Iran non è una classica dittatura personale, bensì una teocrazia nella quale le decisioni vengono assunte collegialmente. Khamenei era il primus inter pares, la figura che orientava e arbitrava le decisioni all’interno di una struttura di potere complessa e caratterizzata da molteplici centri decisionali. Per questo motivo, contrariamente a quanto speravano alcuni, l’eliminazione del leader non è stata sufficiente a provocare il crollo del sistema. Il potere iraniano è un vasto serbatoio, una vera e propria macchina statale.
Il nuovo equilibrio interno al potere appare più militare, meno strettamente religioso, ma più marcatamente nazionalista rispetto al passato. Sul piano sociale, come ho potuto constatare durante il mio ultimo soggiorno in Iran, sempre più donne a Teheran non indossano più il velo, nonostante la repressione. E questa evoluzione mi sembra irreversibile. Anche i poteri iraniani ne sono consapevoli.
Dopo il ritiro americano dal JCPOA nel 2018, il regime si è convinto che Washington volesse rovesciarlo. Si è quindi chiuso attorno a un nucleo ultraconservatore e securitario, estromettendo progressivamente i riformisti dagli apparati dello Stato. Al loro posto è emersa una nuova generazione, rappresentata soprattutto dai Guardiani della rivoluzione e dai Basij (ndr i membri della “Forza di mobilitazione della resistenza”, un’organizzazione paramilitare di volontari in Iran, subordinata al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica).
Questa riconfigurazione potrebbe proseguire attorno a Mojtaba Khamenei. Anche se i vertici del potere iraniano rimangono difficili da decifrare, dopo la guerra potremmo assistere al proseguimento di questa trasformazione del potere.

-Quale futuro immagina per Israele e per gli Accordi di Abramo in questo contesto?
Gli Accordi di Abramo, nella prospettiva di un loro allargamento, sono praticamente nati morti. Non credo che verranno estesi ad altri grandi Paesi arabi, in particolare all’Arabia Saudita. Mohammed bin Salman ripete che Riad normalizzerà le proprie relazioni con Israele soltanto quando sarà stato creato uno Stato palestinese. In Israele, tuttavia, né l’attuale governo né una parte consistente delle forze politiche che potrebbero succedergli sembrano disposti ad accettare questa prospettiva.
La guerra contro l’Iran ha inoltre deluso l’Arabia Saudita, il Qatar e altri partner arabi. Questi Paesi non sarebbero stati adeguatamente informati da Washington e hanno constatato che gli equipaggiamenti militari più avanzati erano stati riservati solo a Israele. In questo contesto, penso che gli Stati Uniti resteranno importanti nella regione, ma non ne saranno più l’unico punto di riferimento.
-Verso quali attori o alleanze potrebbero allora orientarsi i partner regionali?
Si sta delineando un asse sunnita che riunisce Arabia Saudita, Pakistan, Turchia, Egitto e Qatar, contrario tanto a un’egemonia israeliana quanto a un’egemonia iraniana. Nei confronti di Teheran prevale anche una forma di realismo geografico: l’Iran è certamente percepito come una minaccia, ma anche come un vicino permanente con il quale bisogna imparare a convivere. È in questo contesto che l’Arabia Saudita ha avanzato l’ipotesi di un patto di non aggressione tra Riad e Teheran.
A ciò si aggiunge il progetto di organizzare a Riad una conferenza regionale dedicata alla stabilizzazione dell’area. Sarà quindi particolarmente interessante osservare come il Golfo si riconfigurerà attorno a questa nuova postura saudita, pakistana e turca.
Gli Emirati Arabi Uniti in questo contesto appaiono invece isolati in tale gioco e cercano di riaprire alcuni canali con Teheran.
Non credo dunque che vi saranno nuovi allargamenti degli Accordi di Abramo, anche se vediamo chiaramente Trump esercitare pressioni in questo senso sul presidente libanese Joseph Aoun, con l’obiettivo di strappargli una normalizzazione con Israele.
-Perché non ritiene che Beirut possa aderire agli Accordi?
In quanto il Libano non è un attore pienamente autonomo. Non credo che firmerà gli Accordi di Abramo senza il consenso di Mohammed bin Salman, e quest’ultimo certamente non lo concederà nelle attuali circostanze.
-Quale bilancio trae dall’attivismo regionale di Tel Aviv?
I successi tattici ottenuti da Israele dopo il 7 ottobre non si sono trasformati in una vittoria strategica. Hezbollah, Hamas e il regime iraniano sono stati indeboliti, ma non sono stati eliminati. L’attuale politica di sicurezza israeliana, fondata sulla forza e sull’esibizione della propria supremazia militare, non ha fatto altro che isolare ulteriormente Israele nel mondo arabo. Al punto che oggi Tel Aviv conserva relazioni strette soltanto con gli Emirati Arabi Uniti, il Marocco e il Bahrein.
Il problema più serio per Israele è però l’evoluzione dell’opinione pubblica americana. Tra i democratici cresce il sostegno a una limitazione degli aiuti militari, mentre una quota sempre maggiore della società americana guarda in modo critico al governo israeliano. Queste crepe nella relazione con Washington sono molto più gravi per gli israeliani delle critiche europee. Pertanto dopo le prossime elezioni di metà mandato, non è da escludere una riduzione dell’impegno americano rispetto a Tel Aviv.
-La trasformazione dell’Iran e l’indebolimento strategico di Israele potrebbero favorire l’ascesa della Turchia. In che modo Erdoğan sta ridefinendo gli equilibri regionali?
La Turchia ha ristabilito buone relazioni con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, ha mantenuto rapporti funzionali con l’Iran e continua a rappresentare per Teheran un canale importante, potenzialmente utilizzabile come corridoio commerciale e logistico per aggirare le sanzioni.
Ankara non è più percepita da Mohammed bin Salman come il principale concorrente dell’Arabia Saudita per la leadership sunnita. Allo stesso tempo, ha rafforzato la propria influenza in Siria, in Libano e nel Kurdistan iracheno. Erdoğan intrattiene inoltre un buon rapporto con Trump e può agire, insieme a Mohammed bin Salman, come intermediario della politica americana nella regione.
Parallelamente, Ankara ha irrigidito la propria posizione nei confronti di Israele. A Tel Aviv alcuni strateghi considerano la Turchia il prossimo grande ostacolo regionale dopo l’Iran, circostanza che potrebbe determinare un’intensificazione della competizione, se non dello scontro, tra i due Paesi.
Occorre riconoscere che la Turchia, criticata in Europa per la sua vicinanza ai Fratelli musulmani e per la sua politica in Libia e nel Mediterraneo, ha ottenuto indiscutibili successi diplomatici. È ormai imprescindibile non soltanto in Medio Oriente, ma anche nel conflitto ucraino. A ciò si aggiungono il peso degli investimenti turchi e il dinamismo delle imprese turche nei Paesi arabi. Questi due fattori rendono Ankara un attore più influente e determinante rispetto al passato.
-Come potrebbe evolvere la politica israeliana dopo le elezioni previste per ottobre?
Se Netanyahu dovesse vincere nuovamente, la logica della forza proseguirà e Israele continuerà a isolarsi, anche rispetto agli Stati Uniti. Se dovesse emergere Naftali Bennett, o una personalità con posizioni più o meno analoghe, non vi sarebbe un cambiamento radicale: il rifiuto di uno Stato palestinese e la linea dura contro l’Iran rimarrebbero invariati.
Un’ipotesi più moderata, incarnata da Gadi Eisenkot, potrebbe attenuare la politica di escalation, ma il vecchio «campo della pace» israeliano appare oggi molto indebolito. La società rimane profondamente segnata dal trauma del 7 ottobre e dall’illusione secondo cui la superiorità militare e tecnologica israeliana potrebbe, da sola, garantire una sicurezza permanente.
Prima del 7 ottobre, molti Paesi arabi erano disposti a riconoscere Israele in cambio della creazione di uno Stato palestinese. Finché i dirigenti israeliani non torneranno al principio della «terra in cambio della pace», l’integrazione regionale dello Stato ebraico resterà bloccata.
In questa prospettiva, quanto più si indebolirà la relazione tra Stati Uniti e Israele, tanto meno i Paesi arabi saranno incentivati a normalizzare le proprie relazioni con Israele.
-Qual è la vera strategia di Donald Trump per il Medio Oriente?
Non sono certo che esista una strategia coerente. Trump ha impulsi tattici, a volte utili: può chiedere a Netanyahu di porre fine ai bombardamenti oppure decidere di negoziare direttamente con Hamas. Ma una successione di intuizioni non costituisce una strategia.
La sua idea iniziale era ridurre l’impegno militare americano e sostituirlo con una «pace economica», fondata sugli investimenti e sugli accordi commerciali. Tuttavia, il piano per Gaza è bloccato, il dossier iraniano non ha prodotto alcun risultato e le relazioni con Mohammed bin Salman si sono deteriorate. In questo contesto, il sostegno offerto ad Ahmed al-Sharaa in Siria rimane un atto isolato.
La guerra che Trump ha lanciato contro l’Iran, apparentemente sotto la pressione di Israele, è stata un fallimento totale. L’idea secondo cui l’eliminazione di Khamenei e di alcuni dirigenti dei Guardiani della rivoluzione avrebbe provocato il crollo del regime rivela una profonda incomprensione delle dinamiche iraniane. Washington ha capito a proprie spese che l’Iran non era il Venezuela.
Teheran possiede uno Stato strutturato, apparati potenti, in particolare repressivi, risorse umane e capacità di pianificazione, come la guerra ha dimostrato. Inoltre, l’imposizione di sanzioni per decenni ha prodotto l’effetto opposto rispetto a quello ricercato: l’Iran ha reso autonomi i propri processi produttivi, dai droni al nucleare, fino alle centrali elettriche. La politica americana ha infine determinato un fallimento strategico per Washington: la sua capacità di deterrenza non funziona quasi più. Il caso iraniano dimostra che non esiste una strategia americana, ma soltanto impulsi tattici.
-Con la fine del macronismo e le elezioni presidenziali francesi del 2027, come potrebbe evolvere la politica estera di Parigi, in particolare in Africa e in Medio Oriente?
La posizione francese è già arretrata in entrambe le regioni. In Africa, la Francia subisce il peso dell’eredità della Françafrique (ndr ovvero le relazioni di influenza e controllo, politiche, economiche e militari tra la Francia e le sue ex colonie nell’Africa subsahariana), degli errori di metodo commessi durante le ultime presidenze e del rapporto, spesso mal gestito da Emmanuel Macron, con diversi dirigenti africani. In Medio Oriente, Macron ha investito molte energie, ma ha ottenuto risultati pressoché inesistenti. Il fallimento del tentativo di rifondazione del Libano nel 2020 ne è l’esempio più evidente.
Il declino diplomatico francese è legato alla debolezza economica e alla crisi politica interna: quando un Paese vede compromessa la propria stabilità istituzionale, la sua voce conta inevitabilmente meno sulla scena internazionale. Se la prossima presidente fosse Marine Le Pen, sarebbe probabile un maggiore avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti, al Marocco e a Israele. Ma un insieme di preferenze bilaterali non costituisce ancora una politica estera.
Nell’ultimo decennio la società francese si è spostata verso destra, e ciò ha influenzato la cultura diplomatica di numerosi candidati, compresi alcuni che si richiamano al gollismo, ma che hanno abbandonato il suo principio di autonomia strategica. Questo è particolarmente evidente nel loro allineamento al governo di Benjamin Netanyahu.
Rimango dunque pessimista. Qualunque sia il presidente eletto nel 2027, penso che la Francia avrà enormi difficoltà a recuperare rapidamente l’influenza perduta. Senza una ripresa economica e senza le riforme indispensabili al rilancio del Paese, il declino francese in Africa e in Medio Oriente è purtroppo destinato a proseguire.
di Andrea Petolicchio e Francesco Subiaco