La spada di Damocle della disintegrazione

La guerra nel Tigray, le spinte autonomiste, il ritorno degli Stati Uniti. Il primo ministro etiope Abiy Ahmad Ali alla prova della tenuta territoriale del Paese (dopo il fallmento del federalismo etnico).
La guerra nel Tigray, le spinte autonomiste, il ritorno degli Stati Uniti. Il primo ministro etiope Abiy Ahmad Ali alla prova della tenuta territoriale del Paese (dopo il fallmento del federalismo etnico).

Osservato da lontano, nel mosaico fluido e cangiante del Corno d’Africa e ben oltre, solo un attore detiene le chiavi dell’intera regione: lo Stato etiope. Per rango, storia ed ambizione, la continuità è garantita e gli attori esterni ne riconoscono l’imprescindibilità. Osservato da vicino i gas vulcanici emessi da un Paese magmatico annebbiano le analisi realistiche sugli innumerevoli popoli che si combattono con ogni mezzo, tra spinte centralizzatrici e vacue ambizioni separatiste. Nel mezzo si staglia la realtà policromatica ma costituzionalizzata del federalismo etnico. Il regime dell’ EPDRF a trazione tigrina (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope) trasformò lo Stato, fino ad allora fortemente centralizzato, in un ordine federale e ne ridefinì la cittadinanza, la politica e l’identità su base etnica. Il nuovo Stato creò al proprio interno dei poteri e delle classi dirigenti statual-regionali, orgogliosi e gelosi delle proprie prerogative etniche e politiche. La preminenza tigrina, affermata e ribadita con spietatezza, repressione e statalismo sviluppista rimaneva comunque incontestata, specie negli apparati militari e securitari. Poco importa delle controversie politologiche su cosa sia o possa essere il federalismo, piuttosto ciò che gioca un ruolo significativo nel successo o nel fallimento di un federalismo etnico non è il suo quadro in sé, ma come viene implementato e quali sono i rapporti di forza tra élites regionali in eterna competizione e contrapposizione. L’etnicità è divenuta uno strumento di mobilitazione politica che perpetua ulteriormente la violenza, il dissenso e un crescente senso di separatismo in Etiopia, dove non esiste una pura sovrapposizione tra etnia e territori a causa di un prodigioso grado di mobilità dei gruppi etnici in tutte le direzioni. Lo stillicidio di microconflitti su base sub-regionale crea la sensazione nella popolazione e nelle stesse classi dirigenti, nonché negli osservatori internazionali, di un Paese in preda all’instabilità, all’insicurezza e al caos diffuso. Non aiuta al clima generale nel Paese il petulante sommarsi di decine d’istanze da parte di alcuni gruppi etnici, per la creazione di nuovi stati regionali. Sebbene l’orientamento ideologico e il panorama politico rendano necessario il federalismo etnico in Etiopia, gli eventi paiono confermare che esso accentui il conflitto di tipo etnico. I conflitti si stanno intensificando a causa dell’eterogeneità etnica degli stati regionali e della condivisione delle risorse tra i diversi gruppi, dove ognuno è minoranza oppressa di un altro. Le aree di instabilità si stanno intensificando e diventando decentralizzate, il che sembra sfidare la tesi che il federalismo etnico possa essere una strategia tipica per evitare i conflitti nelle società multietniche.

Secondo il mito imperiale, il defunto imperatore era ufficialmente definito come ‘Eletto da Dio’, ‘Potenza della Trinità’. I suoi successori non rivendicarono più questa autorità divina, ma il loro mandato è ancora percepito come proveniente dal cielo. Il regime tigrino al potere fino al 2018 traeva la sua linfa vitale dalla vittoria in una sanguinosa guerra intestina di stampo maoista, condotta tra le aspre “ambe” e i deserti, contro il regime accentratore filo-sovietico del Derg. La vera posta in gioco era l’autodeterminazione delle nazioni etniche che vivevano dentro i confini etiopi internazionalmente riconosciuti; tale principio portò persino alla scrittura nella carta costituzionale di un non meglio definito diritto alla secessione. L’instabilità sembrava essere una norma interiorizzata nelle pratiche statuali. Paradossalmente in diverse recenti stagioni politiche si é scientemente perseguita la stabilità attraverso l’instabilità. Un potere centrale tenuto unito da alleanze multiformi interetniche e (apparentemente) inspiegabili odi intraetnici, ha garantito a fasi alterne un quadro complessivo sanguinoso ma stabilizzato. Ad ogni modo, tutte le grandi Potenze internazionali guardavano all’Etiopia come si guarda un gigante militare e demografico “too big to fail”, perno geopolitico attraverso cui normalizzare il quadro regionale circostante, dal nato morto Sud Sudan alla Somalia, dal mai pacificato Sudan dilaniato da feroci conflitti interni, fino all’arcinemica Eritrea (politica, non etnica). Addis Ababa e’ conscia del suo ruolo e dallo shock per la perdita dei suoi sbocchi al mare, dei suoi porti di Assab e Massaua e della sua Marina, in uno dei punti nodali geostrategici tra l’Indo-Pacifico e il Mediterraneo, ha tentato di reagire attirando a sé il piccolo Gibuti, trasformandolo in un satellite in condominio con le maggiori potenze, dipendente dalle sue importazioni e dall’esborso delle tariffe doganali che l’Etiopia versa per ricevere la quasi totalità delle sue importazioni.

L’altalena di conflitti che hanno insanguinato il Paese negli ultimi tempi, che siano scontri interetnici per l’accesso alle terre e ai pascoli o più profondi regolamenti di conti tra élites etno-politiche che sfociano in guerra aperta tra eserciti armati fino ai denti nella stessa cornice nazionale, incombe sulla tenuta di un Paese irrinunciabile, mastodontico, che ancora una volta rischia di avvitarsi in un’infinita spirale di revanscismo etnico. Al livore etnico-razziale, si sommano cordate ideologiche-politiche e religiose in perenne scontro su tematiche di indubbia rilevanza strategica interna, tra sentieri neo-liberali e rendite di posizione derivanti dal modello “sviluppista” degli ultimi tre decenni. A soffiare sul fuoco dell’instabilità e delle faglie etniche si staglia l’ombra, presunta o reale a seconda delle narrazioni, di altre potenze regionali, in primis dell’Egitto. Accuse sempre più consistenti di ingerenza e sostegno a efferate milizie Gumuz che insaguinano l’Ovest del Paese, retroterra della GERD (Great Ethiopia Renaissance Dam), vengono indirizzate verso il governo egiziano che ha intensificato la sua politica di lunga data per destabilizzare e indebolire l’Etiopia, fornendo pieno sostegno a elementi ribelli interni e ponendo l’estero vicino contro di essa. Per più di mezzo secolo l’establishment egiziano ha fornito assistenza finanziaria, militare e diplomatica ai tentativi di destabilizzazione e d’indebolimento dell’Etiopia nel contrastare la sua ambizione di utilizzare le risorse del Nilo.

L’unico scopo delle milizie Gumuz, e’ il blocco dell’arteria stradale principale che porta alla diga, scatenando una guerra civile nella regione ed oltre, ritardando o impedendo la costruzione della diga, che ad oggi risulta completa all’80%. Contatti non confermati tra il governo del Cairo e di Juba raccontano del tentativo degli egiziani di convincere i sudsudanesi a fornire basi e rifornimento alle milizie che operano in quelle remote regioni, offerta cautamente rifiutata dal debole e giovane Stato, timoroso di andare allo scontro col gigante vicino. Leggermente più a nord l’inasprimento della disputa frontaliera sui terreni fertili della striscia di Al-Fashaqa, s’inserisce nelle trame oscure di un quadro regionale in rapido disfacimento. La situazione darà all’Egitto una maggiore leva per infiltrarsi ulteriormente nell’esercito sudanese e nell’apparato di sicurezza. Se lo stallo si trasforma in un conflitto vero e proprio, il Sudan e l’Etiopia subiranno danni collaterali, a tutto vantaggio del Cairo. L’escalation è stata causata ed esacerbata da alcuni ufficiali militari sudanesi che sono caduti nel disegno egiziano, e da ufficiali e capi milizia Amhara che provano a riscuotere dividendi politici dalla, fino ad oggi, vittoriosa guerra contro le forzi tigrine. Nel corso degli ultimi anni, l’Egitto ha cercato di stringere buone relazioni con il governo federale della Somalia promettendo aiuti militari, ma le autorità somale, nettamente inserite nell’orbita turca, hanno riconosciuto i fini sinistri dell’Egitto e ne hanno rifiutato l’assistenza militare. In seguito al rifiuto dell’offerta l’Egitto si è rivolto al Somaliland, un’entità parastatuale auto-dichiarata che fa parte della Somalia, da sempre ai ferri corti con il governo federale. Lo scorso luglio il Cairo ha chiesto ai funzionari di Hargeisa, “capitale” del Somaliland, di permettere loro di creare una base militare. Gli egiziani sono ben consapevoli delle relazioni tese tra Mogadiscio e Hargeisa e che queste potrebbero trasformarsi in uno scontro militare in qualsiasi momento. Aggiungere benzina sul fuoco della Somalia, causerebbe un effetto spillover sull’Etiopia già gravata dai rifugiati somali ospitati sul proprio territorio e dall’esosa campagna militare di stabilizzazione del frammentato vicino.

La politica autocentrata egiziana ha spinto l’instabile Corno d’Africa a diventare una regione irreversibilmente instabile. Per decenni, l’Egitto si era posizionato come un mediatore di pace nel conflitto mediorientale ed era riuscito a raccogliere il sostegno diplomatico, finanziario e militare del mondo occidentale. Tuttavia, l’ascesa dei paesi del Golfo e di altri attori del mondo arabo e non, ha contribuito a ridurre l’influenza egiziana nella regione. L’Egitto sta cercando di guadagnare influenza in modo pervicace e poco costruttivo, giacché in ballo vi è la propria sicurezza interna, la propria stabilità e la propria prosperità. Tuttavia, l’Etiopia ha dimostrato la  volontà e la capacità di resistere a questo conflitto non dichiarato, contrapponendo i suoi interessi vitali e di sviluppo a quelli egiziani, sfruttando un labile nazionalismo di reazione all’affronto del Cairo. Una guerra su vasta scala non é escludibile, mentre le grandi Potenze globali osservano l’evoluzione degli eventi a distanza, infrangendosi alcune nell’ostilità etiope alle mediazioni internazionali, attendendo il responso di mosse avventate e colpi di mano che potrebbero scatenare terremoti geopolitici in quell’angolo del pianeta, le cui scosse non possono che coinvolgere indirettamente altre scacchiere, Italia silente inclusa.


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