La Germania è Angela Merkel

Mentre gli americani supportano apertamente il nascente sodalizio fra Mario Draghi ed Emmanuel Macron, la Germania, senza Angela Merkel, è sempre più condannata all'irrilevanza geopolitica.
Mentre gli americani supportano apertamente il nascente sodalizio fra Mario Draghi ed Emmanuel Macron, la Germania, senza Angela Merkel, è sempre più condannata all'irrilevanza geopolitica.

Le lotte interne alla CDU/CSU si sono sciolte, ancora una volta, in favore del candidato alla Cancelleria proposto dall’ala nazionale del partito bicefalo. Mai una volta nella storia della Repubblica Federale si è assistito alla vittoria di un candidato sostenuto dalla CSU bavarese. Ma ciò non significa che la notizia possa essere liquidata all’acqua di rose. Anzitutto perché la scelta del Segretario è da considerarsi alla luce di chi si andrà a sostituire, e Angela Merkel non è semplicemente un leader longevo, la cui caratura politica rimarrà scolpita nella memoria collettiva dei tedeschi. La Cancelliera uscente, che Helmut Kohl amava definire Mädchen (bambinetta), governa la Bundesrepublik dal 2005, e da anni è diventata la Mutti (mammina) della nazione tedesca. Nell’arco di quattro Cancellerie, la Germania si è interfacciata alla storia col carattere di una potenza erbivora, principalmente dedita all’economia e neutrale sulle grandi questioni globali. Si è nutrita dell’illusione di poter commerciare con tutti, in un mondo apolare dove il mito della qualità della vita plasma razionalmente la volontà delle nazioni. La Repubblica Federale ambisce ad essere una “Grande Svizzera”, votata ai diritti civili e alla stabilità sociale. Ma fattori come il peso demografico, la centralità geografica e la forza economica hanno richiamato la Germania a ruoli geopolitici di rilievo, dei quali avrebbe volentieri fatto a meno.

Sul fronte interno, Merkel ha mantenuto salda la leadership della CDU/CSU ancorando il partito a posizioni conservatrici in materia economica, ma rielaborandone la linea sui temi civili. Ne risulta un partito dall’asse più spostato verso il centro, che sottrae elettorato all’SPD e lascia scoperto un grande spazio a destra, del quale approfitta in parte l’AFD. Peso economico e demografico hanno fatto sì che certe alterazioni si riflettessero anche sul Parlamento Europeo, nel quale domina un PPE ancora guardiano del deficit, ma in totale accordo con socialisti, liberali e verdi sulle grandi questioni post-materialistiche. Una linea che ultimamente è parsa scricchiolare, provocando smottamenti come l’uscita di Fidesz dal PPE, ma anche due grandi sconfitte elettorali per la CDU/CSU nel Baden-Württemberg e in Renania Palatinato. Si tratta di due Länder dove regna il benessere economico e l’attenzione rivolta a temi come diritti civili e cambiamento climatico è estremamente elevata. Per queste ragioni, quando i sondaggi hanno accolto di buon grado la candidatura del bavarese Markus Söder alla Segreteria del partito, in molti hanno creduto che i vertici della CDU avrebbero dato, per la prima volta, il loro benestare ad un candidato della CSU. Forte di una buona performance nella lotta alla crisi pandemica, Söder si è proposto come leader dai toni diretti, critico sulla politica migratoria voluta da Merkel e sostenitore della famiglia tradizionale. Sulla scena internazionale, invece, non sembra discostarsi dal taglio adottato negli ultimi due decenni, basando le posizioni tedesche su di un asse “in equilibrio fra interessi e valori”. Se una Cancelleria Söder avrebbe dato più spazio ai valori (con conseguente irrigidimento dei rapporti con russi e cinesi) che agli interessi, questo non lo sapremo mai. La scelta della CDU infatti non ha prodotto sorprese, ed è ricaduta sul proprio candidato Armin Laschet. Nel caso in cui vincesse, si tratterebbe del nono Cancelliere Federale, l’ottavo di origini renano-anseatiche e il quinto espresso dalla CDU. Assicurazione di continuità, le visioni politiche da lui formulate, nonché la linea applicata nel governo della Renania Settentrionale, sono sostanzialmente aderenti a quelle della Cancelliera uscente, eccezion fatta per qualche balzo in avanti sulla necessità di una maggiore autonomia strategica per l’Unione Europea. Ambizione che, comunque, dovrà superare gli inconvenienti della Realpolitik.

Se questo è lo stato della CDU/CSU, una congiuntura ben più favorevole sembra baciare il Partito dei Verdi. Al momento della sua investitura, la neo-candidata Annalena Baerbock è accolta da sondaggi che proiettano il suo partito ben oltre la CDU, o comunque regalandole un testa a testa inimmaginabile fino a pochi mesi fa. Per questo non è difficile ipotizzare che, nel caso in cui i Verdi non dovessero raggiungere la Cancelleria, avrebbero comunque un peso non marginale all’interno della composizione parlamentare espressa dal voto in settembre. Inoltre, gli equilibri internazionali ne risulterebbero radicalmente mutati. In una sua recente intervista rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, infatti, Annalena Baerbock illustra una visione d’insieme assai più idealista che economicista: si pone saldamente in un’ottica anti-russa, potenza considerata illiberale, contro la quale vale la pena infrangere i dettami del mero ritorno economico. Pensiero portato alle sue estreme conseguenze, dal momento che la Segretaria verde palesa la necessità di interrompere i finanziamenti per il raddoppiamento del gasdotto Nord Stream. Parliamo di un progetto da sempre nel mirino delle amministrazioni americane di qualsiasi colore, che amplificherebbe la dipendenza dell’Unione Europea verso gli idrocarburi provenienti dalla Federazione Russa. Non sono migliori i toni adottati nei confronti della Cina, verso la quale Baerbock fa riferimento ad uno scontro tra forze autoritarie ed occidente liberale, con atteggiamento molto critico nei confronti del mastodontico progetto infrastrutturale definito Belt and Road Initiative.

Eventuali composizioni governative ci lasciano ipotizzare possibili scenari geopolitici. Secondo molti osservatori, l’attuale stato internazionale di bilico avrebbe intrappolato la Bundesrepublik in un limbo dal quale dovrà necessariamente uscire. La Germania di oggi è un gigante economico, posto al centro del continente e fin ora affidabile in termini di stabilità politica. Fattori che le consentirebbero di tradurre, sempre nei limiti imposti dal Dominus americano, lo strapotere economico in una progressiva supremazia politica europea. Ma il popolo tedesco moderno, un po’ per l’annichilente senso di colpa che lo dilania sin dalla caduta del nazionalsocialismo, un po’ per il timore di ricadere nello stereotipo del germanico predatore dedito alla sottomissione delle etnie limitrofe, si mostra estremamente restio a gettarsi in tale impresa. Fatto per nulla sorprendente: i governi stranieri maggiormente preoccupati di un possibile ritorno della Repubblica Federale nella Storia non si fanno remore ad accusare i tedeschi di essere ritornati agli anni Trenta. Si noti con quale frequenza Erdoğan usufruisca di tali accuse al minimo accenno teutonico di entrare in punta dei piedi nel ruolo che potrebbe esercitare da potenza quantomeno regionale. L’ultima volta, il Sultano ha paragonato i musulmani che vivono in Europa agli ebrei. E questo incide su di un popolo nato nell’annullamento di sé ed educato a credere che ad un tedesco non convenga essere “troppo sé stesso”.

Ma, ogni tanto, si creano circostanze storiche nelle quali le nazioni vicine prendono la Germania per la colletta e le impongono scelte proprie, suo malgrado, di un leader regionale. Fu così per la creazione della moneta unica, oggi maledetta da molti italiani quale strumento di sottomissione tedesca delle nazioni limitrofe per via economica. In realtà, l’adozione dell’euro non era minimamente nell’interesse dell’economia federale appena riunificata, forte di un marco che rese eterodirette (cioè sensibili e dipendenti alle variazioni di un’altra moneta più forte e stabile) valute come la lira o il franco. L’euro fu un’idea dall’asse italo-francese, totalmente interessato a richiedere alla Germania il sacrificio del marco come contropartita per l’avvenuta riunificazione. Alla fine i tedeschi accettarono e, in un balzo economicamente illogico, disposero un’omogeneizzazione economica europea appositamente cucita su di loro. Ciò non ha però innescato un percorso di consolidamento del dominio tedesco sul continente, arenatosi al ruolo di mero censore del deficit. Oggi, la situazione che viviamo con il Recovery Fund ricalca, per certi aspetti, alcuni meccanismi che hanno segnato la genesi della moneta unica. La pandemia ha messo sul lastrico le economie mediterranee, che, a gran voce, hanno chiesto alla Germania di legare (ancora più saldamente) la sua economia a quelle di nazioni come l’Italia, la Spagna e la Grecia. Ancora una volta la Repubblica Federale ha dovuto cedere, pena l’implosione della moneta unica e la conseguente impossibilità di esportare verso i Paesi limitrofi, non più in grado di godere dell’elevato potere d’acquisto garantito dall’euro.

Sebbene lo scatto in avanti dei tedeschi non sia andato a genio agli americani, non sembrano essere scattate, da parte loro, ulteriori rappresaglie, forse in virtù della crisi in atto. Resta comunque assodata la linea dura dell’Amministrazione Biden, altamente intollerante verso qualsivoglia flirt economico dei tedeschi nei confronti dei maggiori rivali strategici. Analizzando i dati di cui oggi disponiamo, un governo a trazione verde soddisferebbe molto di più gli statunitensi, desiderosi di sfruttare il giovanilistico European Way of Life per schermare il continente dalle ingerenze sino-russe. Resterebbe soltanto il nodo della spesa militare, per la quale nemmeno Baerbock si dice disposta ad investire il 2% del Pil. Nel frattempo, gli americani supportano apertamente il nascente sodalizio fra Draghi e Macron, col chiaro intento di bilanciare il peso tedesco. Ma al di là delle valutazioni sui possibili equilibri interni al fronte occidentale, risulta abbastanza improbabile la nascita di un governo disposto a farsi carico del gravoso fardello geopolitico. La Germania di domani sembra ancora destinata a rimanere passiva di fronte ai grandi eventi mondiali, prona dinanzi ad un passato scomodo, surrogando la potenza in un successo economico green & smart.


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