L'Europa ha paura del futuro

Washington avrebbe la necessità di “nutrirsi” di Bruxelles per prolungare la sua vita strategica nello spazio e nel tempo. I dati degli ultimi anni però contraddicono questa visione geopolitica.
Washington avrebbe la necessità di “nutrirsi” di Bruxelles per prolungare la sua vita strategica nello spazio e nel tempo. I dati degli ultimi anni però contraddicono questa visione geopolitica.

Il 17 febbraio il Presidente del Consiglio Draghi riceve la fiducia in Senato per il nuovo esecutivo. Nel suo discorso d’esordio atteso essenzialmente per logiche di politica economica relative ai traumi da pandemia, un passaggio rimane in sordina, relegato più che altro alle attenzioni degli addetti ai lavori: in sostanza l’Italia ribadisce la sua vocazione atlantica, rimettendo in asse un posizionamento in politica estera che dall’inizio della legislatura non era affatto scontato. Il dato assume valore soprattutto alla luce del ruolo rivestito dal Presidente nelle istituzioni europee e al profilo politico che da esso deriva. Il peso del premier in seno all’Unione e le sue dichiarazioni creano in sostanza un intreccio da cui scaturisce una prima questione: i rapporti che ci legano ad Europa e NATO sono tra loro interdipendenti?

Non poniamo cioè l’accento sull’indefettibilità dell’adesione italiana ad Alleanza e Ue, ma sul senso geopolitico che nel tempo ha assunto essere dentro ad entrambe contemporaneamente. Vale per Roma e vale per gli altri Paesi. Alcuni aspetti sembrano interessanti. Unione europea e NATO: è bene ricordare che Bruxelles è la sede di entrambe le organizzazioni. Con Unione europea s’intende la parte pesante delle sue istituzioni: Commissione, Consiglio e Consiglio Europeo, nonché il Parlamento, quando i membri non sono en voyage a Strasburgo ma si riuniscono nelle rispettive commissioni. Fatte salve la Corte dei Conti, la Corte di Giustizia e la Banca Centrale infatti, il potere decisionale dell’Unione risiede nella capitale belga già da quando era solo Comunità. Poco prima del Trattato di Roma, atto di nascita della congrega europea, aveva visto la luce la NATO. Correva l’anno 1949, quando il rischio che “venisse Baffone” era un’eventualità se non proprio concreta, comunque da prendere in considerazione.

A Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Belgio, Danimarca, Norvegia, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Portogallo, nel ‘52 si uniscono Grecia e Turchia; nel ‘55 la Germania Ovest (da cui il prurito sovietico che ha dato vita al Patto di Varsavia). Nell’82 la Spagna; nel ‘99  Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria; nel 2004 Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria, Lettonia, Estonia, Lituania; nel 2009 Albania e Croazia; nel 2017 Montenegro; nel 2020 entra anche la Macedonia del Nord. Al 2020 tutti i Paesi aderenti all’Alleanza fanno parte del comando integrato, compresa la Francia, uscita con l’altero De Gaulle nel ’66, ma rientrata col prono Sarkozy nel 2009. Questa breve cronistoria ha un senso particolare se consideriamo la consistenza numerica e la distribuzione geografica. La sovrapposizione dei soggetti tra Unione e Alleanza Atlantica è evidente. I Paesi membri dell’Ue dopo la Brexit sono 27, quelli della NATO 30. Fatta eccezione per Montenegro e Macedonia il cui ingresso è molto recente (sono comunque candidati ad entrare nell’Unione), tra i Paesi aderenti all’Alleanza Atlantica solo Norvegia, Islanda e Turchia sono esterni all’Ue, oltre ovviamente a Canada e Stati uniti per ovvie ragioni geografiche. Tutti gli altri sono membri a pieno titolo di entrambe le famiglie.

Viceversa tra i Paesi dell’Unione solo Austria, Finlandia, Svezia e Irlanda hanno preferito non aderire alla NATO, rimanendo su una linea di storica neutralità. In realtà Stoccolma e Helsinki hanno vacillato più volte. Fatti salvi gli antichi fantasmi finlandesi della Carelia, ad accrescere le istanze favorevoli all’adesione sono bastate le scaramucce nel Mare del Nord tra russi e NATO, diventate frequenti dopo l’allargamento dei confini dell’Alleanza alle ex repubbliche baltiche. Dubbi ed evoluzioni marginali a parte, NATO e Ue quasi si sovrappongono dunque; con precisione sospetta si nota come le date d’ingresso nella NATO di molti Paesi anticipi di qualche anno quella degli stessi nell’Unione. Se la condivisione di valori culturali di nazioni occidentali (comprese quelle traghettate dal blocco dell’est) rende in qualche modo naturale l’amalgama, è bene ricordare che la NATO è pur sempre un’alleanza militare originariamente nata per arginare sul vallo atlantico il “nemico sovietico”. Sostanzialmente lo scudo del mondo liberaldemocratico e liberista del Secondo dopoguerra. L’esempio dei teatri nordici dove sono emersi gli attriti militari che richiamano le dinamiche della Guerra fredda, ci aiuta a porre una prima questione: l’Unione europea è lo strumento per il ritorno ad un confronto fra Mosca e Occidente?

Indubbiamente c’è un problema geografico con l’allargamento a est dell’Alleanza. Il caso più eclatante è l’ingresso nella NATO proprio di Lituania, Lettonia ed Estonia con cui Mosca nel 2004 ha dovuto ingoiare il “passaggio ad ovest” non solo di altri pezzi dell’ex Patto di Varsavia già avvenuto nel 1999 con la fuga di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca ma addirittura di repubbliche ex parte integrante dell’Unione Sovietica, di cui la Russia è madrina ed erede. L’enclave della kantiana Koenisberg/Kaliningrad ricorda molto le atmosfere romantiche del confronto Est-Ovest ed è lì a ricordarci che il problema c’è; in sordina ma c’è. Malizia espansionistica di Washington a parte, è evidente che per molte nazioni dell’Est la corsa verso l’Occidente abbia assunto il senso di una redenzione storica e di un progresso economico, qualsiasi fosse il mezzo attraverso cui questo si attuasse. Convergere verso L’Ue e la NATO è risultato il moto a luogo spontaneo di società per troppo tempo avulse dal loro habitat naturale. Il fatto mette però a nudo l’intreccio tra Unione europea e NATO o meglio il rapporto gerarchico che a livello politico ne consegue.

Per meglio capire basta analizzare la pressione rivolta a Mosca dal mondo occidentale a partire dalla metà del secondo decennio del 2000, in concomitanza con l’inizio della crisi in Ucraina. L’Unione europea insiste sulle sanzioni economiche; la NATO le sostiene, ma procede al tempo stesso inesorabile all’allargamento territoriale, arrivando a strappare anche il già citato Montenegro. Mentre la Russia risente relativamente dell’inasprimento delle sanzioni, aggirabili tra l’altro attraverso Paesi terzi dell’Eurasia, soffre viceversa non poco l’inserimento dell’Alleanza nei Balcani, dai quali di fatto è cacciata definitivamente dopo più di mezzo secolo di influenza diretta. Il Montenegro per piccolo che sia, la dice tutta: a maggioranza cristiano-ortodossa e storicamente vicino a Mosca attraverso l’ex connubio con la Serbia, si bagna sull’Adriatico, proprio come Croazia e Albania già aderenti alla NATO. A prescindere dall’opportunità e dalla valutazione di merito, è innegabile che il peso della mossa atlantica valga più di qualunque iniziativa finora presa in ambito politico europeo, attraverso sanzioni o ritorsioni. In altri termini: alle parole e alle azioni ideali e ideologiche dell’Unione, corrispondono i passi pesanti della NATO che di fatto ne anticipa o ne sostituisce addirittura le mosse.

Molto è stato scritto sui rapporti tra Unione e Alleanza Atlantica. Molto è stato scritto soprattutto alla luce del coordinamento imperfetto e delle occasioni mancate di collaborazione. Piuttosto che di collaborazione inefficace sarebbe forse più opportuno parlare di pesi politici e di capacità di proiezione sensibilmente diversi. La NATO in altre parole è destinata a riempiere de facto il vuoto operativo della politica estera europea?  Con ogni certezza lo spessore politico-militare contenuto nelle ragioni della sua stessa esistenza fanno dell’Alleanza Atlantica una struttura ingombrante al punto da essere difficilmente sostituibile all’interno di una cabina di regia occidentale, soprattutto in considerazione della mai realizzata politica estera (e militare) comune in seno europeo.

La riflessione sposta quindi l’asse ben oltre lo “scontro” con fantomatiche potenze antagoniste (la Russia…) ma diventa un fattore politico legato agli equilibri interni al mondo occidentale. Dagli anni Cinquanta in poi la NATO è per definizione l’ombrello di interessi atlantici e solo per declinazione anche di quelli europei in senso stretto; con la fine della Guerra fredda continua la sua missione, con la necessità non sempre agevole di trovare una ragion d’essere alla luce di mancanza di nemici strategici. La forza o quantomeno l’onnipresenza della NATO, ci spinge a riflettere sulle effettive strategie di lungo periodo programmate a Washington in virtù di una collaborazione necessaria con gli alleati europei. È possibile intuire che l’Alleanza Atlantica, ad innegabile trazione USA, abbia bisogno di compenetrare e sostanzialmente sovrapporsi all’Unione Europea anche al fine di sopravvivere alla mancanza di contrapposizioni globali. In altre parole Washington avrebbe la necessità di “nutrirsi” di Bruxelles per prolungare la sua vita strategica nello spazio e nel tempo. I dati degli ultimi anni però contraddicono questa visione geopolitica.

L’evento più significativo in questo senso è sicuramente l’appoggio di Trump alla Brexit già durante le primarie del 2016, anticipando la possibile nuova politica estera americana di medio raggio, con speciale riguardo al ruolo dell’Unione europea. Se è vero che in continuità col passato alla nuova Washington non serve un’Unione forte, a differenza delle amministrazioni precedenti Trump si appresta ad eliminare anche l’orpello formale del riconoscimento all’Europa di un ruolo politico. Gli equilibri sembrano destinati a ruotare intorno alle relazioni bilaterali, di cui il Regno Unito (con la Brexit appunto) sarebbe rimasto come sempre primo e forse unico vero beneficiario. Il pessimo momento delle relazioni tra Bruxelles  e Washington ai tempi di Trump, ad uno sguardo postumo diventa dunque forse la prima vera occasione dal Dopoguerra in poi per sviluppare le ambizioni dell’Unione ad una politica realmente indipendente. Gli ingredienti sembrano esserci tutti: ritiro USA; un mondo orfano del bipolarismo ideologico Est-Ovest; l’affermazione di economie e ambizioni politiche di Paesi terzi (BRICS in primis).

Già dal secondo decennio del 2000 in poi i nuovi orizzonti geopolitici globali sembrano infatti premiare sfide basate su confronti macroregionali dove nuove potenze emergenti declinano il loro potere economico anche in termini di influenza politica. Nostalgici di una nuova dottrina Monroe, soprattutto sulla spinta di ambienti ultraconservatori, gli USA strizzano l’occhio ad una logica di disimpegno complessivo anche in virtù di una sostenibilità di costi di powership divenuti ingestibili. Se il ’900 si chiude con gli otto anni di superpotere globale dell’era Clinton, agli inizi del nuovo millennio la gestione di un sistema unipolare diventa gravosa anche sotto il profilo di una logica morale. Il nuovo mandato Biden e la rianimazione di ambienti russoscettici trasversale tra DEM e repubblicani, rimescola però le carte e in qualche modo strozza il processo di sgancio USA. NATO e Unione Europea rimangono intrecciate, ma con una NATO intrappolata nel guado tra isolazionismo trumpiano e neoglobalismo DEM, e un’Unione ancora inappetente sul piano strategico. Mentre infatti la Bruxelles atlantica s’ingolfa nel viaggio verso Est col nodo Ucraina sempre più stretto, il vuoto politico-militare della Bruxelles europea continua, lasciando aperti tutti i dubbi sul futuro dell’Unione come soggetto politico. Il corto circuito è servito e si veleggia in una prospettiva neoatlantica che almeno ad oggi sembra solo una proiezione stanca delle dinamiche passate.

Il blocco europeo nel 2018 vantava un PIL pari a 18.000 miliardi di dollari (stime FMI) generato in larga misura dall’area euro che rappresenta un quinto del “fatturato” globale. Il mondo ha bisogno degli europei, non sembra necessario dirlo. Mezzo secolo dopo il tramonto dei grandi imperi coloniali, il Vecchio Continente come aggregato e come espressione di singole nazioni sembra invece ancora legato ai postumi della quarantena politica iniziata nel 1945. L’incertezza prevale e porta con sé un trascinamento del vecchio. Le parole di Draghi del 17 febbraio in questo senso non hanno bisogno di altro.


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