La battaglia per le materie prime

Il logoramento delle materie prime, dal grano al gas, ci riporteranno in Medio Oriente e in Africa, regioni del mondo fortemente dipendenti dalle conseguenze della guerra in Ucraina. L'insicurezza alimentare ed energetica generano grande instabilità. Prepariamoci al peggio.
Il logoramento delle materie prime, dal grano al gas, ci riporteranno in Medio Oriente e in Africa, regioni del mondo fortemente dipendenti dalle conseguenze della guerra in Ucraina. L'insicurezza alimentare ed energetica generano grande instabilità. Prepariamoci al peggio.

Mentre il conflitto in Ucraina sul campo sembra sedimentarsi su linee di trincea ormai segnate, la guerra di logoramento sulle materie prime prosegue, seminando instabilità in giro per il Mediterraneo allargato. Andiamo per gradi. In Ucraina la situazione è ormai irrimediabilmente compromessa, con i fronti di offesa russi che si concentrano lungo il quadrante sud-orientale; con la presa di Mariupol’, la penetrazione nel fianco orientale ora proseguirà verso l’entroterra, dove la resistenza di Kiev al momento fa affidamento sull’approvvigionamento di armi da parte delle potenze occidentali. Questo non fa che darci, ripetutamente, segnali di un congelamento delle posizioni, protraendo il conflitto su un arco temporale molto esteso. D’altronde, le mosse dell’Italia e della Nato preludevano già a fare i conti con una guerra lunga, o comunque con la possibilità di tenere alta la tensione: il pacchetto armi votato dal parlamento italiano, infatti, già prevedeva lo stanziamento di fondi per l’invio di mezzi e armamenti all’esercito di Kiev e il rafforzamento del confine orientale del Patto Atlantico fino al 31 dicembre 2022. 

La strategia bellica russa si concentra sul logoramento della resistenza ucraina, e lo fa puntando sulla distruzione delle riserve alimentari e degli asset della filiera agroalimentare, fiore all’occhiello dell’economia del Paese, tale da fargli guadagnare l’appellativo di “granaio d’Europa” (ma non solo). L’Ucraina era, infatti, il maggior esportatore di grano e cereali verso i Paesi del Mediterraneo allargato, con significative quote di export anche in Asia Centrale e Indo-pacifico, con una produzione di circa 37 milioni di tonnellate di solo grano nel 2021. Oggi si stima un crollo del 50% della produzione del Paese, con drammatiche ricadute per tutta quella serie di Stati per i quali il grano di Kiev rappresentava l’unica fonte di approvvigionamento. 

Se in Europa la situazione sembra essere grave ma non seria, nei Paesi in via di sviluppo sono già intervenute drastiche misure di contenimento dei prezzi. In Egitto la crisi è conclamata, con al-Sisi che ha imposto un tetto sul prezzo del pane, e nel frattempo guarda all’India per l’approvvigionamento di grani nei prossimi mesi. L’Egitto contava sull’approvvigionamento di grano ucraino per quasi un quarto del suo fabbisogno, e la richiesta di aiuto pervenuta all’India è un grosso segnale per molti attori presenti sul quadrante. Cosa potrebbe significare l’ingresso stabile, in Africa, della seconda potenza demografica del mondo per mezzo della food diplomacy? 

D’altro canto, il problema è percepito in maniera sensibile anche nel vicino Oriente, dove il Libano, già strangolato da una pesante crisi economica e da un’inflazione che ha annullato il valore della sua moneta, avrà enormi difficoltà a reperire materie prime a costi accessibili. Il bubbone potrebbe già scoppiare il prossimo mese, con delle turbolente elezioni attese per il 15 di maggio e possibili scenari di profonda agitazione, politica e non solo. Stessa situazione, in termini percentuali, è vissuta da giganti demografici come Indonesia e Pakistan, che a loro volta si stanno muovendo per provvedere alla sostituzione delle importazioni di cereali dall’Ucraina. 

Il secondo, rilevante, risvolto delle vicissitudini in terra ucraina riguarda la questione delle commodities energetiche. Anche in questo caso le prospettive non sono per niente rosee, e i quadranti di maggior interesse sono essenzialmente gli stessi da sempre. Nel Nord Africa la battaglia energetica è molto rilevante anche per l’Italia, che ha recentemente ottenuto un aumento delle forniture di gas dall’Algeria. Anche in questo caso la posizione del nostro Paese risulta ambigua ed imbarazzata, sebbene nell’ottica di forzosa cancellazione della Russia dalla lista dei Paesi fornitori ci spinge a rivolgerci ad Algeri, che da qualche anno è divenuto interlocutore privilegiato della nostra diplomazia. Tuttavia, è bene ricordare come l’Algeria sia anche un importante partner russo nel settore delle armi, continuando a fare shopping di tecnologia militare presso Mosca in virtù delle inasprite tensioni con il Marocco sul Sahara occidentale, sul quale Algeri consuma uno scontro ideologico con la monarchia confinante.

Il secondo scenario si riapre, ancora una volta, sul Medio Oriente, dove la guerra in Ucraina ha creato una voragine di carattere strategico. La Russia aveva dato notizia della ricollocazione di alcune unità militari dalla Siria in Est Europa, obbligando Mosca a rivedere la propria dislocazione nell’area. È giunta la notizia di uno scambio di posizionamenti tra Iran e Russia nella parte centrale della Siria, dovendo la Russia continuare a garantire stabilità ad Israele, ma non potendo contare su una prioritaria presenza militare di pattugliamento presso Damasco. Nel frattempo, in Iraq, si riacutizza la tensione tra Turchia e Iran proprio in virtù delle distensioni politiche tra Ankara, Israele e le petromonarchie del Golfo. Il Medio Oriente è tacitamente in subbuglio poiché le risorse energetiche dell’area, da sempre essenziali, oggi rivestono una rinnovata importanza strategica nel quadro dello strangolamento economico di Mosca. L’aumento – forse non del tutto previsto – dell’impegno militare russo in Ucraina ha riaccentuato le tremebonde agitazioni delle potenze regionali vicino-orientali, spinte sia dalla necessità di garantirsi un corretto posizionamento sul controllo dei giacimenti minerari che dal nuovo stato di confusione indotto dallo spostamento del focus verso l’Europa dell’Est. 

È dunque acclarato come, nell’ottica di un riassetto internazionale delle tensioni lungo la cortina di ferro, quello che una volta era considerato il Terzo Mondo è oggi conteso tra le varie potenze regionali, che continuano a confrontarsi in conflitti proxy su molteplici scenari nel Mediterraneo allargato. Questo scontro, tuttavia, si compone di poco hard power militare e di un eccesso di hard power economico. L’instabilità viene da un lato incentivata dalla battaglia all’approvvigionamento energetico; d’altro canto, la food diplomacy favorisce la nascita di nuove partnership in regioni già coinvolte in contese economiche multilaterali. Questi riassetti sono ben favoriti dal pragmatismo di questi Stati, poco coinvolti ideologicamente dalla frattura tra Occidente e Russia, ma economicamente toccati dalle esternalità negative del conflitto in Est Europa, non interessati ad imporre sanzioni a Mosca con il rischio di ripercussioni interne molto più concrete di quanto non possa avvenire in Europa.

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