Materie prime, materie rare

Nel grande gioco del potere le strategie verdi offrono una strada per la supremazia globale e per la contrattazione tra nazioni. Un saggio imprescindibile di Gianclaudio Torlizzi.
Nel grande gioco del potere le strategie verdi offrono una strada per la supremazia globale e per la contrattazione tra nazioni. Un saggio imprescindibile di Gianclaudio Torlizzi.

Nell’era dello sviluppo tecnologico, della pandemia e delle politiche green le commodities assumono una rilevanza storica sul piano economico e geopolitico. La pandemia ha dapprima contratto il mercato e poi, una volta allentati i lockdown e le restrizioni, ha imposto una rapida ripresa al mercato mondiale. Di fronte alla frenata imposta dal Covid-19 i governi non sono stati a guardare e in tutto il mondo si è prodotta una valanga di nuovi stimoli fiscali sostenuti dalle politiche espansive delle banche centrali. Ciò è valso in particolare modo per le due grandi potenze mondiali, Stati Uniti e Cina, che hanno sfruttato il cigno nero della pandemia sia per rilanciare le proprie economie sia per competere tra di loro in modo più muscolare. La giustificazione per coprire la messa in circolo di una tale somma di denaro pubblico è stata doppia: da un lato la necessità di fronteggiare l’emergenza presente della pandemia e dall’altro di prepararsi per la futura emergenza climatica. Questa alluvione di spesa pubblica, tuttavia, ha spinto al rialzo i prezzi delle materie prime insieme ai colli di bottiglia del trasporto logistico.

Ciò detto, non è questo il luogo per entrare nelle dispute economiche ma è invece l’occasione giusta per ragionare, con l’ausilio della storia, sulla durata dell’inflazione. Nella seconda metà degli anni Sessanta la guerra in Vietnam e le politiche espansive della Great Society avevano mandato le aspettative dell’inflazione fuori controllo già alla fine del decennio. Tutti ricordano la crisi degli anni Settanta e lo shock petrolifero, ma la preparazione di quel momento era iniziata negli ultimi anni Sessanta quando la fed iniziò a perdere il controllo sull’inflazione (salita al 3.8% nel 1966 e al 6,4% nel gennaio 1970). «C’è la possibilità», ha avvertito l’ex segretario del Tesoro americano Lawrence Summers, «che uno stimolo macroeconomico su una scala vicina ai livelli della Seconda guerra mondiale rispetto a normali livelli di recessione possa scatenare pressioni inflazionistiche di un tale livello che non vediamo da una generazione, con conseguenze per il valore del dollaro e stabilità finanziaria». Tuttavia, esiste una differenza tra il nostro tempo e la fine degli anni Sessanta. Oggi stiamo uscendo rapidamente da una pandemia, mentre allora gli Stati Uniti stavano scivolando in una sempre più costosa e disastrosa guerra del Vietnam. Gli storici sanno da tempo che, per la maggior parte della storia, la guerra è stata il principale motore delle aspettative di inflazione. Le pandemie in genere non hanno avuto questo effetto. Il motivo è chiaro. A lungo termine, le guerre sono la ragione più comune per cui i governi accumulano grandi deficit di bilancio e sono tentati dalla svalutazione monetaria. È particolarmente probabile che i conflitti difficili finiscano per determinare l’insolvenza del debito o con l’inflazione o con entrambe. L’inflazione non è dunque inevitabile, a meno che nel giro di pochi anni la guerra fredda tra Cina e Stati Uniti non diventi sempre più ingombrante e sempre più «calda», soprattutto a Taiwan.

Ciò non spazza, a ogni modo, i dubbi sulla china intrapresa dalla politica mondiale. Le banche centrali possono controllare i tassi a breve termine, ma non possono permettere che i tassi di interesse a lungo termine aumentino rapidamente a causa dei problemi che ciò creerebbe a Stati e società altamente indebitati, incluso il governo federale degli Stati Uniti. Annegare il mondo nella carta ha sempre un costo, come mostra l’andamento dei prezzi delle materie prime descritto magistralmente da Gianclaudio Torlizzi. Ma c’è un ulteriore fronte su cui l’occhio attento dell’analista pone la propria attenzione. E tal fronte è quello delle politiche green su cui tutti i governi occidentali stanno investendo molto e riponendo grandi aspettative. Questa scelta programmatica ambientalista può forse fornire un orizzonte escatologico – il desiderio di una terra più vivibile, sana e sostenibile, con sfumature di destra e di sinistra, e meno «presentista» rispetto al mero interventismo economico – che garantisce forse alla classe politica il pretesto per un’emergenza permanente funzionale all’infusione top-down di riforme, con una sorta di «modernizzazione dall’alto», e al mantenimento della presa sulle leve di comando.

Materia Rara (Guerrini e Associati) di Gianclaudio Torlizzi

L’operazione, tuttavia, non appare priva di rischi politici. Il primo è che l’aspirazione ambientalista è per sua natura di matrice globale e, come è noto, solo una parte del mondo, quella occidentale appunto, è disposta a piegarsi a una diversificazione di consumi e a orientarsi verso nuove tecnologie green. Col pericolo che alcuni Paesi seguano una strada vanificata dal mancato impegno degli altri nel rapportarsi con i cambiamenti globali. Il secondo rischio è quello della deriva tecnocratica, con una letale combinazione tra la costruzione di un complesso tecnologico-industriale-ambientale e politiche restrittive e costose per quella parte di popolazione più periferica e più debole sul piano socioeconomico. In questo caso il timore è quello di avere da un lato provvedimenti che andrebbero per gran parte a favore dei grandi attori del capitalismo pubblico e privato, di imporre dirigisticamente una vulgata pedagogica e dei provvedimenti regolatori paternalistici a una popolazione per gran parte inerte e insensibile. Una situazione che minerebbe probabilmente la legittimazione politica del nuovo ambientalismo e che rischierebbe di non attuare alcuna concreta azione di redistribuzione del reddito, dei pesi fiscali e delle opportunità lavorative, né di aprire nuovi spazi di mercato per le piccole imprese. Il terzo rischio, invece, è proprio quello di un rialzo dei prezzi delle commodities di lungo periodo e della possibilità di un’inflazione fuori controllo di cui prima si diceva. D’altronde, la produzione dell’elettricità e il rinnovamento di molti prodotti e materiali necessitano pur sempre di materie prime, e una spinta fiscale in tal direzione può rafforzare questa dinamica di rialzo. Col pericolo che l’inflazione «mangi» gran parte delle recenti riforme economiche, infrastrutturali e sociali. Inoltre, troppo spesso nel dibattito pubblico si sovrappone la transizione ecologica esclusivamente alla mobilità elettrica, alla componentistica, ai materiali di costruzione. C’è tutto questo naturalmente, ma non soltanto questo. Esiste una più profonda traccia nella programmazione verde che si articola tra capitalismo, Stato, tecnologia e industria.

Proprio come la bolla digitale ha sostenuto la crescita economica negli ultimi dieci anni, l’azione sul cambiamento climatico è destinata a diventare il tema globale chiave dei tempi a venire sul piano politico ed economico. In questo contesto, al fine di spingere la crescita economica in un mondo in trasformazione diviene fondamentale per la classe politica guidare lo sviluppo green e controllare le tecnologie necessarie. O, per essere più cinici, permettere allo Stato e al capitale di creare una nuova bolla economica fondata sulla collusione tra pubblico e privato. Le politiche verdi sono un vettore per accrescere la volontà di potenza delle nazioni e alimentare le dinamiche faustiane del capitalismo. Pertanto, a seguito delle guerre commerciali e tecnologiche attuali, c’è da aspettarsi che il prossimo capitolo delle tensioni tra Stati Uniti e Cina, tra Occidente e Oriente, sarà quello delle «guerre climatiche». Non si tratta solo di salvare il pianeta e renderlo più vivibile. Nel grande gioco del potere le strategie verdi offrono una strada per la supremazia globale e per la contrattazione tra nazioni. Come alla fine della Seconda guerra mondiale le due grandi potenze del globo iniziarono una competizione tecnologica, bellica e spaziale dando vita a un complesso militare-industriale che avrebbe fornito una spinta vertiginosa allo sviluppo economico nella seconda metà del Ventesimo secolo, allo stesso modo oggi, dopo la grande frenata della pandemia e la stabilizzazione del capitalismo digitale, si cerca una via per dispiegare nuove strategie economiche, industriali e tecnologiche. A quel complesso militare-industriale, che tanta influenza ha avuto sulla conformazione del potere negli ultimi settant’anni, ne conseguirà uno tecnologico-industriale-ambientale.

In questo caso, dunque, non si vuole discutere di quanto l’uomo sia responsabile o meno nei processi di cambiamento climatico, ma rilevare come la politica occidentale sia già pronta a passare a una nuova emergenza e quali soluzioni pensa di adottare. È evidente che, dopo il ciclo keynesiano del dopoguerra e quello neoliberale iniziato negli anni Ottanta, da tempo sia in gestazione una nuova fase. Un ciclo – passato prima per l’esplosione dei monopoli e oligopoli del capitalismo digitale, per l’osmosi tra settore privato e pubblico che caratterizza questo sviluppo e per le politiche espansive delle banche centrali – che oggi giunge a compimento con le politiche ambientaliste, fondate su incentivi e finanziamenti che riflettono una scelta ben precisa della politica. La pandemia ha accelerato questo processo di cambio di paradigma economico poiché ha costretto il mercato a chiedere l’aiuto dello Stato, tanto in termini monetari quanto sul piano degli stimoli fiscali, per fronteg- giare le strategie di chiusura decise dalla politica stessa. Ciò che oggi si vede all’orizzonte è una nuova emergenza che sarà funzionale al completamento del ciclo. Non è un caso se anche sul piano lessicale si è passati da climate change a climate crisis e a cui probabilmente conseguirà una climate emergency. Questa finalizzazione del ciclo consisterà nella costruzione di un nuovo dirigismo verde, dove lo Stato pianificherà e programmerà, o quantomeno cercherà di farlo, una nuova espansione economica in nome della tutela dell’ambiente. Un tentativo che pone certamente delle opportunità, miglioramento della qualità della vita e sviluppo tecnologico, ma anche i rischi di nuove crisi e di iperregolamentazione.

Su tutto questo Gianclaudio Torlizzi ci mette in guardia, coniugando con maestria analisi tecnica e sensibilità politico-sociale. Ma c’è forse un’ultima questione per cui vale la pena di leggere questo agile saggio. Ed è la capacità del suo autore di condurre un’operazione che per forma mentis è impossibile a gran parte degli studiosi: mescolare storia, politiche pubbliche e analisi economica al fine di disegnare possibili scenari e segnalare rischi. È un metodo di cui gli attori privati e pubblici hanno sempre più bisogno ma che solo pochissimi tra studiosi e professionisti sono in grado di mettere in pratica. Un approccio olistico ed eclettico in grado di coniugare diverse discipline, grandi scenari e variazioni microscopiche. Di tenere insieme il generale e il particolare, l’intuizione e la tecnica, il sapere e la competenza. Anche da questo punto di vista il libro apre una nuova frontiera.


Per gentile concessione degli autori, pubblichiamo la Prefazione di Lorenzo Castellani al libro “Materia Rara. Come la pandemia e il green deal hanno stravolto il mercato delle materie prime” (Guerini e Associati) di Gianclaudio Torlizzi.

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