"Il Covid-19 non è un cigno nero". L'analisi di Gianluca Ansalone

Abbiamo parlato con Gianluca Ansalone, manager del settore farmaceutico e docente di Geopolitica e Sicurezza, che in passato ha svolto incarichi istituzionali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, sugli scenari mondiali post-pandemici.
Abbiamo parlato con Gianluca Ansalone, manager del settore farmaceutico e docente di Geopolitica e Sicurezza, che in passato ha svolto incarichi istituzionali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, sugli scenari mondiali post-pandemici.

Nel Suo libro è dedicato molto spazio alla Cina. La tesi sostenuta è che la Cina stia ponendo basi a lungo termine per presentarsi come modello politico-economico e superpotenza completamente alternativa agli Stati Uniti d’America. Il Dragone è riuscito anche a sfruttare l’emergenza pandemica ai fini del suo disegno strategico ma, nonostante ciò, è anche vero che rimangono alcuni problemi da risolvere (Lei fa riferimento al mercato economico interno e all’inferiore livello di complessità del meccanismo utilizzato dai vaccini cinesi). Prima del governo Draghi fra molti politici e gran parte della società civile si era come diffusa la convinzione profonda che la Cina fosse destinata a sostituire gli USA nel loro ruolo di superpotenza mondiale, ora, invece, considerando la svolta del governo Draghi e la presidenza Biden, questa certezza sembra essersi già volatilizzata. Come se lo spiega? Come vede le relazioni Cina-USA nel breve e lungo periodo?

Per comprendere verso che direzione si muovono le relazioni Cina-Usa e in generale le principali dinamiche geopolitiche mondiali bisogna prima di tutto capire che il Covid-19 ha accelerato drasticamente dinamiche preesistenti: il Covid-19 non è un cigno nero e non viene inaspettatamente fuori dal nulla. L’approccio strategico nei confronti della Cina è mutato per due cause precise: la pandemia e la presidenza Biden. Infatti, se prima della pandemia le relazioni USA-Cina erano caratterizzate da una conflittualità latente (si vedano gli accordi commerciali) che si sarebbe mantenuta nel solco di uno schema asimmetrico e nella contrapposizione che vede da un lato il primato tecnologico militare statunitense e, dall’altro, i settori in cui primeggia la Cina, cioè nuove tecnologie, telecomunicazioni, intelligenza artificiale e dati. Ora la situazione è completamente diversa. Per quanto riguarda la prima causa, bisogna tenere ben presente che al momento il Covid-19 si è rivelato il più forte agente politico del nuovo millennio. Basta consultare una qualsiasi cartina geografica per rendersi conto di quanto abbia influito sui singoli stati (il cui numero è in costante aumento) e quindi nel rapporto fra nazioni. Per quanto riguarda le conseguenze strettamente politiche quello che mi ha colpito maggiormente è stato il declino politico di un leader come Narendra Modi per cui si era stata addirittura coniata la particolare espressione di “populismo compassionevole”. Come è noto, all’inizio della pandemia Modi consigliava di lavarsi nel Gange per purificarsi dai propri peccati, tra cui il Covid-19. Quando la situazione sanitaria in India è diventata tragica, il suo declino politico è stato inevitabile.

Da questo punto di vista anche Trump ha sbagliato. Trump, alla stessa stregua di Bush per quanto riguarda il terrorismo islamico, avrebbe potuto presentarsi come unificatore delle parti e quindi, in un certo senso, salvatore della patria. Molto probabilmente non ha ascoltato i suoi consiglieri e si è ancorato ai principali argomenti della sua campagna elettorale, cioè al primato dell’economia a favore delle classi medie già stremate da globalizzazione e crisi economico-finanziaria. È indubbio che Trump non abbia saputo cavalcare questo fenomeno.

Per quanto riguarda la seconda causa, bisogna considerare che con la presidenza Biden è stata inaugurata una nuova dottrina geopolitica che si basa su due assunti fondamentali: 1- ogni vuoto geopolitico verrà necessariamente riempito dalla Cina (teniamo presente che a Trump non interessavano in alcun modo né Taiwan né il Mar Giallo) e ciò va assolutamente evitato; 2- un fortissimo elemento valoriale che si inserisce soprattutto in materia di politica estera. Una dichiarazione emblematica è stata di quella di voler diventare “l’arsenale di vaccini del mondo” in cui è evidente l’uso della scienza ai fini di politica estera. L’elemento prettamente valoriale consiste nella contrapposizione, acuita dalla crisi pandemica, fra democrazie e autocrazie: bisogna arginare il vantaggio che le autocrazie in questo momento emergenziale sembrano aver ottenuto evitando così che questo modello abbia la meglio su quello democratico.

In questo contesto geopolitico ci sono tutti gli elementi per una guerra fredda: 1- la lotta al virus e tutto ciò che ne consegue è stato spesso (e a ragione) paragonato ad una vera e propria guerra in senso classico; 2- un’evidente competizione fra potenze e superpotenze che delinea i contorni di una nuova Yalta già in atto; 3 – l’importanza e il ruolo delle nuove armi di politica estera come vaccini, dati, ricerca che ridisegnamento i confini di una nuova cortina di ferro; 4- il peso dell’elemento valoriale nel discorso politico (questo aspetto corrisponde a ciò che nella guerra fredda era rappresentato dall’ideologia). Ci sono quindi tutti gli ingredienti per una tempesta perfetta.

Per quanto riguarda Draghi, è ormai indubbio che il significato primario di questo governo sia consistito nel ribadire l’appartenenza transatlantica ed europea dell’Italia. Mi sorprende profondamente e ritengo paradossale che sia stato necessario ribadirlo, ma d’altro canto bisogna riconoscere che i profondi cambiamenti politici e sociali degli ultimi anni hanno reso la posizione geopolitica dell’Italia fortemente ambigua.

Ammesso che sia lecito ridurre il contenuto di un libro a un motto, quello de “Geopolitica del contagio. Il futuro delle democrazie e il nuovo ordine mondiale dopo il Covid-19” sarebbe senza dubbio “l’Occidente deve aprire gli occhi perché ha ancora molto da dire. La nuova Yalta è già iniziata e non possiamo permetterci di perdere il nostro appuntamento con la Storia”. Se da un lato a causa del Covid-19 tutti sembrano aver compreso che la Storia ha ripreso il proprio corso, d’altro canto sembra che il post-Covid venga ancora immaginato nei termini di un ritorno alla condizione pre-epidemica, atteggiamento che secondo Lei caratterizza la gestione delle principali sfide seguenti la caduta dell’Urss da parte dell’Occidente e che nel libro viene a più riprese aspramente criticato. Se da un lato è molto probabile che la classe politica abbia compreso l’impossibilità di un ritorno alla condizione pre-Covid, dall’altro la società civile sembra essere ancora immersa in questo “sonno”. Se è così, come se lo spiega? Come La vede?

La narrazione che è stata fatta della crisi pandemica sicuramente contribuisce ad immaginarsi il post-Covid come un ritorno definitivo alla situazione pre-pandemica. A mio parere, l’Occidente, per superare questa profonda crisi, deve riscoprire il valore della competenza. Dopo anni di antipolitica e di antiscienza la competenza deve ritornare ad essere un valore condiviso dall’intera società e classe dirigente. La competenza e il riconoscimento del merito devono essere i valori su cui ricostruire il rapporto di fiducia fra scienziati, politica e cittadini che caratterizza ogni democrazia. L’accordo generale deve riguardare il metodo, poiché la scienza è soprattutto metodo. La fiducia fra questi tre attori costituisce il discrimen principale fra le democrazie e le autocrazie. Se le autocrazie non hanno bisogno di coltivare un rapporto di questo tipo, per le democrazie assolutamente fondamentale che fra governanti, governati e tecnocrati vi sia fiducia.

Il rapporto scienza-politica-cittadini è uno dei temi principali del Suo libro. Dalle pagine in cui viene trattato sembra emergere la tesi secondo la quale la causa degli screzi, che sono contro-produttivi per qualsiasi democrazia, fra scienza e politica dipendano esclusivamente dalla volontà di alcune particolari personalità politiche. Non Le sembra che buona parte delle tensioni fra politici e scienziati (e non necessariamente fra politica e scienza) dipendano da un fenomeno del tutto inedito e caratterizzante la crisi pandemica, cioè la mediatizzazione della scienza e l’onnipresenza di virologi, immunologi etc. sulle principali reti televisive? La chiave di volta per le democrazie che Lei delinea è quella dell’accordo armonioso fra politica, società civile e scienza sulla base del modello anglosassone. In realtà sembra che un’armonia di questo tipo fra componenti sostanzialmente diverse sia presupposta come ovvia. Considerando che la tensione fra le parti sociali è una categoria fondamentale del pensiero politico moderno a partire da Machiavelli, come ritiene che debba strutturarsi il rapporto fra scienziati, politici e cittadini?

Che le comparsate televisive di virologi e immunologi siano ciò che di più è lontano da quello che è realmente indispensabile per ricucire il rapporto fra scienziati, politici e cittadini è indubbio. Negli ultimi anni questo rapporto è entrato in crisi da tutti i punti di vista: movimenti basati sull’antipolitica e l’anticasta per quanto riguarda il rapporto fra cittadini e politici, personalità politiche che hanno posto interessi politici al di sopra della veridicità del metodo scientifico per quanto riguarda le relazioni fra politica e scienza (si vedano i già citati Bolsonaro e Trump) e, infine, un clima di sfiducia generalizzato nei confronti della scienza da parte dei cittadini incarnato per esempio dai vari movimenti No-Vax. Quando il presidente del consiglio firmava di notte i vari DPCM che per motivi sanitari, purtroppo, ci costringevano in casa, il malcontento generale era appunto causato dall’inesistente compartecipazione dei cittadini a queste difficili scelte che dipende strettamente dal mancato riconoscimento del ruolo guida della scienza come metodo, cioè del riconoscimento di valori quali la competenza e il merito. Perché la democrazia funzioni e sia in grado di risolvere autenticamente le sfide a cui è sottoposta in questo momento tragico si deve intervenire fortemente per ricostruire quella fiducia che è indispensabile a tutte le relazioni sociali appena elencate. In caso negativo alla prossima pandemia (ormai è in discussione solo il quando e non più il se) ci troveremo profondamente impreparati e difficilmente il nostro sistema potrà reggere ulteriormente. Parlare di armonia o unione fra scienza, politica e cittadini non significa escludere ogni tipo di divergenza o disaccordo. Questi elementi al contrario sono essenziali a qualsiasi democrazia. L’accordo unanime deve riguardare i principi, cioè il metodo scientifico. Il caso esemplare è quello dell’Inghilterra: da anni infatti esiste un board di scienziati (di cui in Italia in generale si è parlato molto poco) che aiuta il parlamento a prendere decisioni informate in materia di tecnologia, scienza, salute, medicina etc.

Questa squadra è costituita da esperti di diverse discipline e il suo compito consiste nell’esprimere una valutazione tecnico-scientifica che successivamente la politica potrà ignorare, criticare o condividere senza riserve. Ciò non significa assenza o subordinazione della politica. Inoltre, questo modello prevede una costante formazione scientifica dei cittadini che viene definita science literacy. Gli scienziati, o come dicevano gli antichi greci la téchne, hanno un ruolo particolare nei processi di gestione pubblica e solo la politica può e deve assumersi la responsabilità delle decisioni prese; questo è un aspetto fondamentale. Confacente a questa idea dei compiti della politica e del suo rapporto con la scienza è l’idea a cui ho già accennato: la politica deve infatti assumersi l’obbligo di educare i cittadini al riconoscimento del ruolo della scienza e al valore della competenza.


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