OGGETTO: L'Essequibo a un passo dal baratro
DATA: 17 Ottobre 2025
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Scenari
Georgetown, notte tropicale. Le luci giallastre dei moli si riflettono sull’acqua torbida dell’Atlantico, mentre le sagome delle petroliere ExxonMobil attendono al largo. Da quelle stive colme di greggio nasce la nuova ricchezza della Guyana, piccolo Stato ex colonia britannica che in pochi anni è passato dall’anonimato geopolitico a diventare la potenza emergente dell’energia sudamericana. Ma a poche centinaia di chilometri, oltre il fiume Essequibo, Caracas sogna la riconquista. Oggi, nel cuore dell’Amazzonia, il Sudamerica rischia di aprire un nuovo fronte di guerra.
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L’Essequibo è un territorio vasto e selvaggio: 160mila chilometri quadrati di foreste, fiumi e miniere d’oro, grande quasi quanto l’Inghilterra. Oggi appartiene de facto alla Guyana, ma da più di due secoli il Venezuela non ha mai smesso di rivendicarla. La contesa affonda le sue radici nel XIX secolo, quando l’Impero britannico spinse i propri confini sempre più a ovest, inglobando territori che Caracas considerava propri. Nel 1899 un arbitrato internazionale, condotto tra Stati Uniti, Russia e Gran Bretagna, ma senza rappresentanza diretta venezuelana, assegnò quasi tutto l’Essequibo alla Guyana britannica. Il Venezuela gridò al tradimento e non riconobbe mai la legittimità della sentenza. Con l’indipendenza della Guyana nel 1966, la disputa si riaprì, e da allora non si è mai sopita: sospesa, congelata, ma sempre pronta a riemergere.

Per decenni l’Essequibo è rimasta una questione di mappe e di memoria storica. Poi, nel 2015, la scoperta del gigantesco giacimento di petrolio offshore di Stabroek ha cambiato tutto. Con riserve stimate in oltre 11 miliardi di barili, la Guyana si è trasformata in pochi anni nel settimo produttore latinoamericano di idrocarburi. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL è cresciuto del 43% nel 2024, un tasso che nessun altro Paese al mondo ha nemmeno sfiorato.

Il boom ha attirato le grandi compagnie occidentali, da ExxonMobil a Hess, fino all’italiana Saipem, coinvolta in un maxi-appalto per lo sviluppo del giacimento Hammerhead proprio nel blocco di Stabroek. Il piccolo Stato caraibico è così diventato il nuovo Eldorado energetico, un hub petrolifero che rifornisce il mercato globale in un momento in cui gli equilibri dell’energia sono tornati centrali nella politica mondiale.

Per Caracas, però, questa novità è una ferita aperta. In un Paese in piena recessione, colpito da iperinflazione, sanzioni e fuga di capitali, l’idea che la vicina Guyana si arricchisca grazie a risorse ritenute venezuelane è intollerabile. Tanto più che, mentre Georgetown concede royalties sulle estrazioni appena al 2%, il governo Maduro impone alle compagnie straniere un prelievo pari al 30%. Un divario che rende la Guyana infinitamente più competitiva per gli investitori e che alimenta la narrativa populista del regime che dipinge l’Essequibo come un bottino perduto da riconquistare. Nicolás Maduro ha deciso di rilanciare la contesa per consolidare un consenso interno ormai in frantumi. Nel dicembre 2023 ha convocato un referendum consultivo in cui, con cinque quesiti e altrettanti “sì” plebiscitari, il popolo venezuelano ha approvato l’istituzione di un nuovo Stato federale: la “Guayana Esequiba”.

Un atto simbolico ma politicamente dirompente, seguito da manovre militari su larga scala lungo il confine orientale e da una campagna propagandistica che ha presentato la rivendicazione come una missione storica di giustizia nazionale. Per il regime, la disputa è un diversivo perfetto: permette di compattare l’esercito, distrarre l’opinione pubblica dai fallimenti economici e costruire un nemico esterno. Ma dietro la retorica, la realtà è più complessa. La possibilità di una guerra convenzionale, pur remota, non è più esclusa.

L’apparato militare venezuelano rimane imponente sulla carta: circa 123.000 uomini, 173 carri armati, 21 caccia Sukhoi Su-30, oltre a droni e sistemi missilistici forniti da Russia e Iran. Tuttavia, le Forze Armate venezuelane sono affette da croniche carenze di manutenzione, morale basso delle truppe oltre a corruzione endemica e forte politicizzazione diffusa tra i vertici che ne limitano fortemente l’efficacia operativa. La Guyana Defence Force, invece, conta appena 3.400 effettivi, con equipaggiamento modesto e un budget annuale inferiore ai 100 milioni di dollari. Eppure, Georgetown può contare sulla deterrenza fornita dagli Stati Uniti, che considerano vitale la sicurezza dei propri asset energetici nella regione.

Roma, Giugno 2025. XXVIII Martedì di Dissipatio

Le recenti esercitazioni venezuelane lungo i fiumi Cuyunì e Mazaruni indicano che Caracas stia valutando una possibile offensiva terrestre-fluviale, assai più praticabile rispetto a un rischioso sbarco via mare, ostacolato dai bassi fondali fangosi della costa guyanese e dalla possibile interdizione navale statunitense nel Mar dei Caraibi. Allo stesso tempo, la Guyana sta investendo grandi somme di denaro in elicotteri americani, pattugliatori francesi e droni marini, progettando una sorta di Mosquito Navy sul modello ucraino, per colpire unità nemiche più grandi con costi e tempi molto ridotti.

La tensione è salita ulteriormente nel settembre 2025, quando gli Stati Uniti hanno rivendicato un attacco contro un’imbarcazione venezuelana in acque internazionali del Mar dei Caraibi, in cui sono state uccise undici persone, tra cui tre militari di Caracas. Washington ha giustificato l’azione come parte delle operazioni anti-narcos, accusando il Cartello venezuelano Tren de Aragua di gestire traffici di droga con la complicità di ufficiali e politici venezuelani. L’episodio ha scatenato la furia del presidente Maduro, che lo ha denunciato come “un atto di guerra mascherato”. Poche ore dopo, le autorità venezuelane hanno mobilitato oltre 4,5 milioni di miliziani, dispiegando truppe lungo il confine con la Colombia e rafforzando la sorveglianza costiera. Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump, ha risposto a sua volta duramente: il Dipartimento di Giustizia ha definito il governo Maduro “un’organizzazione criminale e terroristica”, offrendo una taglia di 50 milioni di dollari per la cattura del presidente venezuelano.

Il Brasile, intanto, osserva gli avvenimenti con crescente preoccupazione. Il presidente Lula da Silva, pur cercando di mantenere un ruolo di mediatore, sa che un’escalation metterebbe a rischio la stabilità del nord amazzonico e le sue rotte commerciali. L’esercito brasiliano ha rafforzato la presenza nella regione di Roraima, dispiegando droni di sorveglianza e mezzi corazzati leggeri. Per Brasilia, un conflitto aperto tra Caracas e Georgetown sarebbe disastroso, scatenando una crisi umanitaria e migratoria che si riverserebbe all’interno dei propri confini. Dietro le quinte, la contesa dell’Esequibo si sta trasformando in un nuovo scacchiere della competizione globale: Washington e Londra difendono i propri interessi energetici e la libertà di navigazione nel Mar dei Caraibi. Mosca e Pechino, invece, si schierano con Maduro, fornendo supporto economico, armamenti e cooperazione militare.

La Russia vede nel Venezuela un alleato strategico contro l’influenza americana nell’emisfero occidentale, uno dei due lati della tenaglia, insieme a Cuba, con cui punzecchiare all’occorrenza lo Zio Sam nella regione; la Cina, dal canto suo, punta al petrolio e alle terre rare, oltre che a un canale di accesso privilegiato all’Atlantico meridionale, da cui presidiare i propri investimenti miliardari nel Canale di Panama. Oggi l’ipotesi di guerra sembra ancora improbabile ma impossibile da escludere: la sete di controllo di risorse naturali, il nazionalismo e le fragilità istituzionali di Caracas, isolata internazionalmente ed economicamente disastrata, potrebbero tentare il regime di Maduro ad oltrepassare il limite per ragioni di sopravvivenza politica.

L’Essequibo non è più una disputa coloniale dimenticata: è il cuore di una nuova contesa tra imperi del XXI secolo. E se il fiume che dà nome alla regione dovesse un giorno diventare una linea di fuoco, l’intero equilibrio geopolitico del Sudamerica potrebbe cambiare rapidamente forma.

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