Il ritorno della legge del più forte

Il blitz contro Maduro segna il ritorno esplicito della forza nelle relazioni internazionali. Dopo la guerra in Ucraina e la distruzione palestinese, anche il caso venezuelano appare paradigmatico. L’ONU sembra paralizzata, l’Europa fragile, mentre il mondo scivola verso un ordine instabile che richiama, per dinamiche e rischi, il clima geopolitico degli anni Trenta del Novecento.

Il possibile "effetto domino" dopo Caracas

La cattura di Nicolás Maduro pone importanti interrogativi sulla tenuta degli Stati nemici degli USA. Iran e Cuba appaiono come i casi più esposti: crisi economiche, proteste ricorrenti e isolamento internazionale mettono sotto pressione sistemi sempre più fragili, con possibili conseguenze su sicurezza energetica, stabilità regionale e sugli equilibri strategici tra Washington, Mosca e Pechino.

È l'energia che muove il mondo

Dietro conflitti e retorica morale si muove una logica strutturale: l’energia come infrastruttura dell’ordine globale. Stati Uniti, Russia e Venezuela sono nodi di un sistema che può essere governato solo includendo gli attori che ne rendono possibile la stabilità.

Hugo Chávez nel mirino

I bombardamenti statunitensi del 3 gennaio non rispondono solo a logiche militari, ma colpiscono deliberatamente l’eredità politica e simbolica di Hugo Chávez. L’attacco al suo mausoleo segnala la volontà di Washington di chiudere definitivamente la stagione chavista, riaffermando la propria egemonia in America Latina attraverso un’azione di forza dal forte valore storico e ideologico.

L’ombra lunga di Chávez sul tramonto venezuelano

Il Sud America, terra di rivoluzioni e carismi, trova nell’eredità di Hugo Chávez e nel suo successore Nicolás Maduro un esempio di come il populismo possa evolversi in autoritarismo. Dal sogno bolivariano al socialismo del XXI secolo, la leadership chavista ha alternato nazionalizzazioni e politiche economiche instabili, portando il Venezuela a una crisi economica e politica senza precedenti. Il regime di Maduro, tra repressione e sanzioni internazionali, continua a dividere il paese e a sconvolgere l’intera regione.

L'Essequibo a un passo dal baratro

Georgetown, notte tropicale. Le luci giallastre dei moli si riflettono sull’acqua torbida dell’Atlantico, mentre le sagome delle petroliere ExxonMobil attendono al largo. Da quelle stive colme di greggio nasce la nuova ricchezza della Guyana, piccolo Stato ex colonia britannica che in pochi anni è passato dall’anonimato geopolitico a diventare la potenza emergente dell’energia sudamericana. Ma a poche centinaia di chilometri, oltre il fiume Essequibo, Caracas sogna la riconquista. Oggi, nel cuore dell’Amazzonia, il Sudamerica rischia di aprire un nuovo fronte di guerra.

La guerra silenziosa in Venezuela

L’aumento della taglia su Nicolás Maduro a 50 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti non rappresenta solo un atto di ostilità politica, ma una strategia raffinata di logoramento multilivello, in cui si intrecciano giustizia penale, politica estera, pressioni finanziarie e dinamiche securitarie. Al centro della vicenda, non c’è solo il Venezuela come Stato canaglia, ma l’intera architettura di potere latinoamericana, vulnerabile a una ridefinizione profonda degli incentivi individuali e dei costi collettivi.

Il nuovo impero della cocaina

Il traffico di cocaina ha assunto nel XXI secolo una dimensione profondamente diversa rispetto al passato. Il Venezuela, ormai considerato un “narcostato”, utilizza infrastrutture civili e militari per facilitare l’esportazione verso l’Africa Occidentale, che funge da zona cuscinetto grazie alla debolezza istituzionale. Da lì, la cocaina prosegue verso i porti turchi, in particolare Mersin, sempre più citati in indagini internazionali. Per opporsi a un sistema così radicato servirebbe una risposta internazionale coordinata, che ad oggi manca. Il fenomeno del narcotraffico è ormai logistico e geopolitico, non più soltanto criminale.

Aria di Falkland nel Mar dei Caraibi

Il Venezuela agita lo spettro di una guerra nelle Guyane al fine di evitarla. Se l'Essequibo venisse annesso, la Grande Colombia tornerebbe a vivere e rappresenterebbe la rivincita di un popolo allevato al mito di Bolívar, ma finora condannato a essere potenza di seconda classe. La posta in palio sono i secondi giacimenti d'oro nero più grandi del Sudamerica. Gli Stati Uniti temono che Russia e Cina possano intromettersi nella questione: e la loro paura non è così infondata.

Per un pugno di bolivàr

Ecco il triplice obiettivo della notizia sui presunti fondi venezuelani destinati al M5S: arginare il ritorno sulla scena di Alessandro Di Battista, impedire una convergenza di intenti con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, e delegittimare una Farnesina che si sta collocando neutralmente nella nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina.