Nella testa di Vladimir Putin 

Non è facile dire come andrà a finire. Di sicuro però possiamo affermare che la storia è tornata con tutta la sua prepotenza e si è ripresa i suoi spazi vitali.
Non è facile dire come andrà a finire. Di sicuro però possiamo affermare che la storia è tornata con tutta la sua prepotenza e si è ripresa i suoi spazi vitali.

Putin ha firmato, e dal 21 febbraio l’Ucraina orientale, almeno da parte russa, ha dei pezzi pregiati in meno. Infatti, per ukaz (decreto presidenziale) sottoscritto dal presidente russo, sono state unilateralmente riconosciute le autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Il Donbass era storicamente denominato il Serdze Rossii, ovvero il cuore della Russia, con un metaforico paragone ad un motore economico-industriale per via della ricchezza del suo sottosuolo, dal quale viene tuttora estratto il carbone che serviva per alimentare le fabbriche. Il dado è tratto, e ad oggi pare che ci siano poche possibilità di fare un passo in dietro sulla riva di questo Rubicone. D’altronde, nel discorso urbi et orbi pronunciato da Putin, un fiume di tesi storiche e questioni politiche e strategiche lasciano presagire scenari perlomeno analoghi a quanto già accaduto con Ossezia meridionale e Abcasia nel 2008 e in Crimea nel 2014. In effetti, il leitmotiv è sempre il medesimo, e non deve neanche sorprendere più di tanto l’escalation occorsa sul fronte orientale dell’Ucraina nelle ultime settimane. Gli effetti dirompenti di Euromaidan sono ancora percepibili, nel nuovo corso tracciato dalla russofobia che attraversa da otto anni le istituzioni ucraine e l’opinione pubblica stimolata da una stampa che univocamente ha tracciato questo solco deciso tra russofonia e nazione ucraina. 

Nel 2014 gli sforzi russi si sono concentrati sul mettere al riparo al più presto un fondamentale avamposto militare, così in fretta e furia fu organizzato un referendum in Crimea, consentendo l’annessione unilaterale della penisola come 84esimo soggetto federale della Federazione Russa (e l’85esimo, la città federale di Sebastopoli). Il Donbass, invece, complice lo scatenarsi di una crisi economica che ha attanagliato la Russia – a causa del crollo dei prezzi degli idrocarburi e una conseguente, galoppante inflazione -, è stato posto sotto uno stato di tensione permanente, con l’arrivo degli osservatori Osce e qualche colpo di mortaio sparato di rado durante le notti, e controllato per procura attraverso dei governi indipendentisti autoproclamati. Durante il mandato presidenziale di Trump tali scaramucce si sono ridotte ad una serie di sporadiche dichiarazioni sulle vicende, concentrando maggiormente l’attenzione dello scenario ucraino sulle beghe legali del figlio dell’attuale presidente Joe Biden, all’epoca membro del CdA di Burisma, (compagnia ucraina del gas, e che non pochi problemi aveva creato all’allora candidato alle primarie dei Dem. 

Con il ritorno dei Dem alla Casa Bianca il conflitto si è riacceso, con fiammate anche peggiori delle precedenti, per certi aspetti. Il riconoscimento, seppur unilaterale, delle repubbliche del Donbass, “consentirebbe” a Putin di invocare l’intervento armato in difesa di uno Stato indipendente, il quale configura in maniera lampante l’analogia con gli scenari caucasici precedentemente citati. D’altronde, in questi casi la reductio ad hitlerum della strategia russa si districa tra una palese violazione del diritto internazionale consuetudinario e la rivendicazione di interessi politici/militari/strategici che chiamano in causa vecchi scheletri negli armadi di epoca sovietica. Putin, durante il suo discorso alla nazione, ha infatti invocato rivendicazioni russe sul territorio ucraino risalenti all’epoca zarista, peccando di una deriva nazionalista dal forte sapore propagandistico, ricalcando il fil rouge della sua politica patriottica e conservatrice ripresa dopo la sua elezione-staffetta con Medvedev nel 2012. Non deve sorprendere, infatti, la narrativa antisovietica sciorinata durante l’intervento: negli ultimi anni, infatti, la macchina mediatica russa ha portato avanti un processo di damnatio memoriae verso il passato sovietico, sia in chiave di revanscismo nazionale nel contesto delle tensioni con l’Occidente, sia nella condanna storica dei suoi leader, non ultimo Gorbacev, verso il quale alcuni anni fa furono mosse accuse di alto tradimento in connivenza con Boris Eltsin.

Quali, dunque, alla luce di questi presupposti, i prossimi passi? Molto, se non tutto, dipenderà dalle vere intenzioni russe. Putin ha aperto una serie di scenari tutti equamente probabili. Ciò perché la stessa preparazione scenica del discorso rappresenta una forma di discontinuità col passato. Il presidente russo ha usato dei toni incredibilmente forti, e i richiami nazionalisti sicuramente non fanno presagire nulla di positivo. Resta da vedere se tali rivendicazioni siano una mossa azzardata che mira a fare leverage sulla contromossa occidentale o se si rivelerà un pesante autogol. 

Mettere i boots on the ground in Donbass, letto secondo i dettami del diritto internazionale, significherebbe, specularmente, la legittima richiesta di Kiev di invocare un intervento straniero in difesa della propria sovranità nazionale e dell’integrità territoriale, con la possibile decisione americana o atlantica di agire militarmente su suolo ucraino, con tutte le conseguenze nefaste che possiamo immaginare. Ora la palla è nel campo delle cancellerie occidentali, che devono decidere come rispondere all’azzardo di Putin. Il coro politico euroamericano si è levato in tutela di una soluzione diplomatica e pacifica del conflitto, che ad oggi sembra davvero appesa un filo, complice anche la strategia russa aggressiva che lascia poco spazio di manovra a chi ancora sostiene una via d’uscita politica. Intanto le sanzioni sono già pronte, e nel mirino si trovano il North Stream 2 e il circuito SWIFT delle transazioni bancarie internazionali, che taglierebbero fuori dal sistema gli istituti bancari russi. 

Non si sa esattamente quanto gli alti vertici russi possano temere queste eventualità, dal momento che dall’emissione delle sanzioni del 2014 il governo del Paese lavora ad una forma di autarchia economico-finanziaria che ha visto la creazione di un circuito di pagamento elettronico nazionale (Mir) e l’attuazione di una strategia pluriennale di import substitution che mirava a favorire gli investimenti diretti esteri e realizzare concretamente quell’apparato economico-industriale che la Russia non aveva più da oltre trent’anni. A ciò si somma quel consueto ritornello relativo ad un Pivot-to-Asia che stenta effettivamente a decollare, per via di cordiali rapporti tra Mosca e Pechino che non riescono a convertirsi in un’alleanza strategica plurisettoriale, se non una cooperazione energetica che ha dato vita ad un gasdotto che attraversa il cuore della Siberia.  Nel frattempo, è iniziata la chiamata a raccolta dei leader post-sovietici ancora in carica. A Mosca sono in corso le “Giornate dell’Azerbaigian”, con il presidente Aliyev in visita ufficiale e che ha sottoscritto una dichiarazione di cooperazione alleata tra Azerbaigian e Russia. Interessante, inoltre, sarà vedere come si inquadrerà il ruolo della Turchia nello scenario. Ankara è il principale sorvegliante del Mar Nero, e la condivisione del confine marittimo con la Russia ha i suoi oneri. 

In Occidente la situazione è crepitante. Boris Johnson, in continuità con una plurisecolare campagna britannica di odio nei confronti della Russia, ha usato toni di sfida ed è pronto a lanciare pesanti sanzioni contro Mosca. Gli Stati Uniti hanno per il momento varato sanzioni economiche contro il solo Donbass, e hanno promesso ulteriori restrizioni allargate alla Federazione Russa in caso di aggravamento dell’intervento militare. In Ue, sebbene da un punto di vista politico sia di assoluta condanna nei confronti dell’atto unilaterale, ci si misura con il possibile danneggiamento di interessi nazionali e continentali molto più incisivi: comminare delle sanzioni economiche a Mosca, in questo periodo storico, significherebbe una crisi energetica senza precedenti con ripercussioni pluriennali. Ha dunque senso, per l’Ue, insistere proattivamente verso una soluzione pacifica della questione, sebbene ciò significherebbe, con buona probabilità, una piccola vittoria di Putin. 

Come la storia, anche recente, ci insegna, difficilmente gli atti ostili di secessionismo o di occupazione hanno riportato le situazioni agli scenari precedenti alle crisi. Dobbiamo dunque aspettarci uno scenario di conflitto perenne in Ucraina orientale, congelato sulle posizioni attuali o con ulteriori rivendicazioni territoriali, sul quale il blocco euroatlantico dovrà probabilmente fare alcune concessioni se non vuole arrivare ad uno scontro militare aperto. Ad occhio e croce, è su questi confini che si sta producendo una netta rottura tra Europa e mondo russo, almeno finché Putin e le “Torri del Cremlino” protrarranno questa politica di potenza.

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