L’economia francese non è in salute, anzi, sembra proprio che la malattia oggi sia in fase conclamata. La condizione di crisi generale che travolge l’Europa (mai veramente ripresasi dal nefasto 2008) oggi travolge anche e soprattutto la Francia che, per anni, ha frivolamente cicaleggiato alle spese dei vecchi PIIGS, che oggi accolgono, sfidanti, Parigi nel loro dissoluto club. E mentre Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda, trovano vie d’uscita alternative e a volte opposte, la Francia sembra essersi lanciata senza paracadute dalla rupe del debito pubblico, che ha toccato la cifra record di 3400 miliardi, circa il 118% del PIL.
Sul banco degli imputati deve necessariamente salirci Monsieur le President, Emmanuel Macron, che durante il suo mandato ha incrementato la spesa pubblica di quasi 1000 miliardi in otto anni. Durante questo periodo ha passato più tempo a combattere l’ascesa dei partiti estremi che, sia da destra che da sinistra, hanno bersagliato l’Eliseo, la torre d’Avorio in cui il capo dello Stato figlio della finanza internazionale si è arroccato e, fino ad ora, ha parato tutti i colpi. Le Pen prima, Bardella poi ed un Melenchon sempre sulle barricate non sono riusciti a scacciare Macron dallo scranno più alto di Francia, al costo dei 50mila euro di debito pro capite che oggi grava sulla testa di ogni cittadino francese. I dati sono inequivocabili: la manifattura è bloccata, le costruzioni anche, la disoccupazione da tre anni in bilico su un mediocre 7,5% e il lungo braccio di ferro sull’età pensionabile.
Dopo le dimissioni di Bayrou di settembre, già figlio malato di una coalizione rattoppata, Macron ha appuntato per ben due volte in un mese Sebastien Lecornu, che nei giorni scorsi ha presentato la nuova squadra di governo, come Caronte si trova a traghettare la Francia al nuovo anno per scongiurare un probabile shutdown di gennaio. Alla prova del bilancio la necessità di aggiustare la spesa pubblica di 150 miliardi nel lungo periodo, cosa che non è né facile né scontata, considerando che, da qualche settimana, la credibilità finanziaria della Francia è stata superata nientemeno che dall’Italia, il cui rating sui titoli a dieci anni è ora migliore di quello di Parigi. Davvero, la Francia sta imbarcando acqua, e i mercati lo sanno. Il principale indice della borsa nazionale si trova ad annaspare rispetto agli assimilabili europei, minando ulteriormente la fiducia dei mercati.
Dare troppo credito ai mercati è divenuta prassi consolidata degli ultimi decenni, il disastro greco e i primi anni ’10 dell’Italia sono la prova che la finanziarizzazione dell’economia è un male per la democrazia e per la politica economica di un Paese. Tuttavia, vedere oggi una nobile decaduta come la Francia che negli anni passati scherniva il Belpaese alla prova dello spread fa quasi venir voglia di additare con superiorità i cugini d’Oltralpe, che insieme alla Germania hanno provato a lottizzare le economie dell’Europa meridionale brandendo spade intrise di prosopopea, ma che nascondevano lame consumate da un progetto che, oggi, rivela tutto il suo fallimento.
La traina americana verso il pantano ucraino e la nuova corsa agli armamenti hanno decretato la fine dello stato sociale e la caduta della maschera del progressismo della terza via, sempre meno europeista e sempre più ostaggio di un rinnovato atlantismo svuotato di valori di libertà e democrazia. Ecco che lo spettro di strane convergenze parallele e di derive estremiste si affaccia un po’ ovunque, con Parigi che da sempre leva gli scudi contro il dilagare delle destre. Sembra un copione già letto e ribaltato, sempre con le stesse chiavi di lettura: emorragie nei bilanci statali pur di non lasciare spazio agli assalti dagli estremi, fino a quando non ci si rende conto che la barca sta inesorabilmente affondando e non c’è toppa che possa impedire l’ampliamento della falla. La politica ha tempi lunghi, si sa, e l’agonia manifestata oggi dall’establishment francese è un segnale inequivocabile che i tempi per un cambio di rotta sono maturi, a meno di situazioni di reset. In tal senso, gli alti gradi militari di Europa e Nato insistono con la strategia della tensione permanente denunciando possibili scenari bellici in Europa Occidentale entro cinque anni, a seguito di un attacco russo. A Bruxelles sanno che la debolezza di Berlino e Parigi è un problema sulla strada della sopravvivenza del carrozzone europeo, e si farà di tutto per salvare le due maggiori economie del continente, a costo di fare eco a questa chiamata alle armi. L’espediente opportuno ed il nemico utile per cercare di congelare lo status quo, pompare risorse nell’economia di guerra e cercare di risollevare le sorti di Paesi economicamente allo sbando. La medicina è pronta, non resta che somministrarla al paziente.