Joan Robinson, economista ribelle

Da sempre contraria alla eccessiva matematizzazione dell’economia, la Robinson viene considerata come una dei più grandi e influenti economisti del Novecento.
Da sempre contraria alla eccessiva matematizzazione dell’economia, la Robinson viene considerata come una dei più grandi e influenti economisti del Novecento.

Agli inizi del secolo scorso gli studi economici non erano certo considerati una priorità per la popolazione femminile, in molti atenei l’accesso era consentito esclusivamente agli uomini. Eppure Joan Robinson viene considerata come una dei più grandi economisti del secolo ed il suo pensiero è stato fondamentale per molti aspetti della teoria economica. Nata Joan Violet Maurice nel 1903 a Camberley da una famiglia agiata, ne erediterà anche il carattere piuttosto frizzante e anticonformista. Il padre Sir Frederick Barton Maurice generale dell’esercito britannico viene ricordato per le aspre critiche pubbliche nei confronti dell’allora primo ministro Lloyd George per i suoi discorsi fuorvianti al Paramento durante la Prima Guerra Mondiale.

Joan si iscrive nel 1921 al Girton College di Cambridge, uno dei pochi riservati alle donne, completa tutti gli esami nel 1925 ma non riceve il diploma di laurea in quanto all’epoca il Girton non veniva considerato ufficialmente una Università (cosa che avvenne solo nel 1948), bensì una “istituzione per l’educazione superiore delle donne”. L’anno successivo si sposa con Austin Robinson, economista e docente all’Università di Cambridge nonché amico e collaboratore di John Maynard Keynes.

Joan Robinson

Da Marshall a Keynes

Il carattere ribelle di Joan Robinson la porta fin da piccola a mettere in discussione le opinioni dominanti e le regole consolidate, e questo atteggiamento sarà una costante nel corso della sua carriera accademica, non sarà mai una persona legata strumentalmente ad una singola idea. In quell’epoca in campo economico la teoria di Alfred Marshall era quasi una religione, la concorrenza perfetta, le curve di domanda ed offerta presentate con rigore matematico vengono però mal digerite dalla giovane Joan che in seguito farà ben poco ricorso a complicate formule per spiegare le sue teorie, preferendo di gran lunga un approccio umanistico. Volendo mantenere la propria indipendenza economica ed essendo preclusa, come a tutte le donne, la possibilità di insegnare, Joan Robinson dà lezioni private nella sua abitazione e continua a studiare economia. Frequenta i corsi dell’economista italiano Piero Sraffa, che aveva impressionato Keynes tanto da farlo assumere all’Università di Cambridge, e capisce che le fondamenta per una rivoluzione nei confronti della ortodossia marshalliana erano state gettate. 

Sraffa mette in discussione tutta la teoria di Marshall colpevole, a suo dire, di ridurre il sistema economico ad un gioco matematico in cui tutto viene risolto artificialmente, dimostrando come non solo l’ipotesi che le imprese operino in concorrenza perfetta sia irreale, ma rappresenti una eccezione piuttosto che la regola. Proprio seguendo le suggestioni di Sraffa, Joan Robinson scrive nel 1933 il suo primo libro “L’economia della concorrenza imperfetta”, dove oltre a ribadire che il monopolio e l’oligopolio sono le forme più diffuse di mercato all’interno dei sistemi economici reali, introduce il concetto di monopsonio, ovvero quella particolare forma di mercato caratterizzata dalla presenza di un solo acquirente a fronte di una pluralità di venditori, ad esempio nel mercato del lavoro quando vi è un unico datore a fronte di molti lavoratori.

Piero Sraffa

Il Cambridge Circus

Negli anni Trenta vi era uno straordinario fermento intellettuale a Cambridge, la presenza di Keynes aveva stimolato un dibattito di altissimo livello sulle sue teorie. Un gruppo di giovani economisti composto oltre che dalla Robinson, dal marito Austin, dal futuro premio Nobel James Meade, dall’allievo prediletto dello stesso Keynes Richard Kahn che in seguito contribuì alla formulazione matematica del moltiplicatore, e da Piero Sraffa, iniziarono ad incontrarsi informalmente ma con regolarità per discutere le teorie innovative di Keynes. Prima e dopo la pubblicazione della famosissima “Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” avvenuta nel 1936 questo piccolo ed esclusivo gruppo chiamato in maniera ironica dallo stesso Sraffa il “Cambridge Circus” fu il vero e proprio nucleo della rivoluzione keynesiana.

Joan Robinson è tra le pochissime persone a cui Keynes invia le bozze di quella che sarà la sua opera più importante da commentare, a testimonianza della stima che provava per la giovane economista. Stima ovviamente ricambiata visto che la Robinson si dedica in questi anni alla divulgazione della teoria keynesiana con due pubblicazioni “Saggi sulla Teoria dell’occupazione” e “Introduzione alla Teoria dell’Occupazione” che in qualche modo semplificano alcuni passaggi particolarmente complessi espressi da Keynes. Proprio queste due pubblicazioni spinsero Keynes a farle ottenere nel 1937 un posto come insegnante all’Università di Cambridge, nonostante le numerose resistenze del corpo dirigente che mal digeriva un ruolo accademico, seppur non particolarmente prestigioso, affidato ad una donna.

Caricatura di John Maynard Keynes

Lo studio del marxismo e la disfida dei Cambridge

In questi anni la Robinson incontra Michal Kalecki, l’economista polacco che era giunto alle stesse conclusioni di Keynes sul compito dello Stato di ambire a raggiungere e mantenere la piena occupazione partendo però da presupposti teorici socialisti e marxisti. Proprio questo incontro stimolò la Robinson a studiare Marx come economista, cercando di scindere gli aspetti ideologici da quelli scientifici. Poco impressionata dalla teoria del valore, cosa che la renderà invisa ai marxisti, la Robinson critica Marx in maniera costruttiva, ma al contempo ne rimane affascinata pensando alle sue teorie come un contributo imprescindibile per chiunque voglia approfondire la comprensione del capitalismo. La struttura keynesiana del suo pensiero economico si arricchisce così di aspetti marxisti nel suo libro “Saggio sull’economia marxiana” edito nel 1942 ed in seguito con la pubblicazione del libro “Marx, Marshall e Keynes” uscito qualche anno dopo.

Nel 1954 un suo articolo “La funzione di produzione e la teoria del capitale” darà il via a quella che verrà in seguito denominata la controversia dei Cambridge. Al Massachussetts Institute of Technology a Cambridge negli Stati Uniti economisti del calibro di Paul Samuelson e Robert Solow stavano cercando una sintesi tra il pensiero di Keynes e quello classico ponendo le basi di quella che poi sarebbe diventata la teoria Neo Keynesiana. Per Samuelson il capitale poteva essere misurato e quindi aggregato sommando le diverse unità di capitale presenti in un dato sistema economico. Joan Robinson da Cambridge, Regno Unito, dimostrò invece che se lo scopo di misurare il capitale è quello di aiutarci a determinare la quantità di domanda e di offerta del capitale equiparandolo a una qualsiasi merce, per riuscire a misurarlo dovremmo conoscerne il prezzo. Ma si arriverebbe all’assurdo ragionamento circolare per cui dovremmo usare il prezzo per determinare una quantità di capitale che ci servirà per determinarne il prezzo.

Dopo un lungo dibattito a distanza Samuelson fece una “dichiarazione di resa incondizionata”, nonostante questo molti economisti pensano ancora oggi che aggregare il capitale sia utile e continuano a farlo nelle loro teorie. Proprio per questo motivo la Robinson continuò a lottare contro i Neo Keynesiani che definiva senza mezzi termini “Keynesiani bastardi” ed in generale contro chiunque volesse far rientrare Keynes nella teoria Neo Classica svuotandolo del potenziale rivoluzionario e antiliberista.

Paul Samuelson

La teoria postkeynesiana e il Nobel mancato

Alle soglie della pensione nel 1965 la Robinson diventa finalmente Docente del Girton College ufficialmente associata all’Università di Cambridge, dove avrà tra i suoi studenti due futuri premi Nobel come Amartya Sen e Joseph Stiglitz. In questo periodo della sua vita il suo lavoro si concentra principalmente sui problemi metodologici in economia, ponendo l’accento sulle varie teorie dell’equilibrio che critica aspramente, e sul tentativo di rivitalizzare il messaggio originale di Keynes. La sua influenza sulla scuola post-keynesiana è universalmente riconosciuta, lei stessa ne traccia le linee guida affermando che la teoria economica deve essere “erede della tradizione keynesiana resuscitata da Sraffa, che discende da Ricardo attraverso Marx, stemperata da Marshall e arricchita dall’analisi della domanda effettiva di Keynes e Kalecki”.

La Robinson si focalizza sui problemi delle nazioni sottosviluppate, coniugando il suo lavoro di ricerca con la sua passione per i viaggi, avvicinandosi però pericolosamente all’estremismo politico. Si spende in lodi ritenute eccessive per la rivoluzione culturale di Mao Tse Tung in Cina e inizia a indossare la divisa tradizionale coreana in segno di ammirazione per il nordcoreano Kim II Sung. Questa vicinanza ai dittatori di matrice comunista, unita alla sua eccentricità e all’irriverenza nel linguaggio le preclusero il Premio Nobel, nonostante l’amico ed eminente economista Nicholas Kaldor la definì senza mezzi termini “l’economista più influente uscita da Cambridge dopo Keynes”.  

Nonostante la mancanza del Premio Nobel sia stata considerata come una delle più grandi ingiustizie nella storia della moderna economia, i lavori di Joan Robinson lasceranno il segno nella teoria economica molto più di tanti pluripremiati accademici che sono presto caduti nell’oscurità. Il suo contributo imponente alla teoria è tanto più importante se pensiamo all’avversione della Robinson per la matematica, si dice che contasse sull’aiuto dell’amico Richard Kahn per la formulazione dei teoremi che aveva chiarissimi in testa ma non sempre riusciva a trasformare in formule. A questo proposito è noto il suo rifiuto a diventare vicepresidente della Econometric Society, la famosa società internazionale di accademici in campo economico e statistico, con la tagliente motivazione “Non potrei mai dirigere un giornale che non riesco a leggere”.

Da sempre contraria alla eccessiva matematizzazione dell’economia soleva dire “Non ho mai imparato la matematica, quindi ho dovuto pensare”, ma a noi piace ricordarla con una delle sue frequenti battute che in qualche modo consideriamo anche il suo ammonimento per le generazioni future:

Lo scopo di studiare economia non è quello di avere delle risposte preconfezionate a quesiti di natura economica, bensì quello di imparare ad evitare di essere ingannati dagli economisti.

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