OGGETTO: Gli Stati Uniti hanno dimenticato il catenaccio
DATA: 11 Giugno 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Proprio mentre i mondiali aprono i battenti sul suolo americano, vale la pena ricordare che gli Stati Uniti hanno costruito la loro egemonia sulla pazienza: intervenire tardi, apparire come liberatori, mai come conquistatori. Dal 1989 si sono convertiti al gioco della Seleçao - attaccare ovunque, in ogni direzione, senza aspettare il momento giusto. Il risultato è una potenza che moltiplica i nemici e rischia di sperperare in pochi anni ciò che aveva costruito in duecento.
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Ai caotici mondiali in apertura oggi nel continente nordamericano l’Italia non parteciperà, ma una lezione tattica ad uno dei partecipanti può comunque insegnarla: gli Stati Uniti hanno costruito il loro impareggiabile successo politico sul proprio attendismo, sulla capacità di apparire sempre come liberatori, mai come occupanti, anche nelle loro più grandi imprese, de facto, di espansione e conquista. Quando il ruolo dell’aggressore proprio non ha potuto essere aggirato, hanno sempre atteso che le maglie delle difese avversarie si allargassero a sufficienza, spesso perché distratte da altre più importanti partite. Certo, la geografia aiuta, ma sono state anche scelte d’interesse e identità sociali a determinare gli esiti storici di questa scalata all’egemonia globale.

Dal fatidico Ottantanove, gli States si sono invece convertiti all’approccio Seleçao: trascinati dall’inerzia del proprio stesso successo, hanno iniziato ad attaccare in maniera quasi scomposta, con rapidi inserimenti a tutto campo, in ogni regione del globo. Sfruttando i fantasisti presenti nel loro  reparto giuridico, hanno creato reinterpretazioni assolutamente innovative delle regole della convivenza internazionale e dei limiti all’intervento armato fuori dal proprio territorio. Questa spinta messianica alla reinvenzione del gioco ha sventuratamente coinciso con l’epoca della complessità strategica, dei tatticismi esasperati, e del livellamento della competizione: mai come oggi la pretesa di controllare soli meticolosamente il gioco globale si è dimostrato arduo e improduttivo; mai come oggi le poco sofisticate armi dei piccoli, arroccati nella propria area, possono resistere alle grandi e costose corazzate.

In ultimo, si è persa anche quella fantasia morale, che tratteggiava di una certa poesia anche l’idealismo scomposto. Presa da esaurimento per l’improduttività delle offensive, è ora il momento della crisi d’identità, che alterna sfuriate in avanti e chiusure a riccio. A sostituirla, una confrontazione onnidirezionale, contro tutte le altre squadre contemporaneamente, cambiando casacche nel mezzo dell’azione.

Ci sono imperi che nascono per amore della conquista – quello romano, macedone o mongolo – altri finiscono vittima della tragica profezia della Zarina Caterina, per cui ad ogni espansione corrisponde l’aumento dei nemici, e da questi la necessità di un’ulteriore spinta verso l’esterno. Gli Stati Uniti si sono fatti impero quasi per caso, per lunghi tratti inconsapevolmente, e nei restanti con grande riluttanza.

Tornando all’epilogo della guerra fredda e guardandosi indietro, l’ultima impresa di sfacciato sprezzo del rischio per gli Stati Uniti risultava il loro atto di nascita, figlio di una ribellione all’egemone globale del tempo. Un colpo di testa giovanile. Dopodiché, guerre asimmetriche combattute in campo aperto contro le nazioni indiane; interventi esteri sempre preceduti dall’accordo con una delle parti locali (e soprattutto previa quiescenza delle grandi potenze globali); confronti limitati per le sfere d’influenza, previa assicurazione del disimpegno del nemico; mediazioni. Così, quasi-guerre col Regno Unito, dozzine di interventi nell’Emisfero occidentale, le guerre alla Spagna e al Messico, si risolvono tutte in una pacificazione dell’estero vicino invece che nel più classico dei controbilanciamenti regionali (Russia e Cina docet).

Nell’ultimo decennio del secolo, avviene il dibattito sull’impero. Denunciato da molti, non privo di rimorsi per altri. Soprattutto, una discussione aperta e consapevole, in quello che solitamente è un passaggio irriflesso della vita di uno Stato (in Europa lo si vede bene, dove decenni di pacifismo e antimperialismo sono oggi espressi da una Commissione “geopolitica” che elenca la priorità politica nell’espansione e nei termini di un “imperativo geostrategico”). La soluzione americana è alla fine una via di mezzo per cui, anche nei fasti dell’imperialismo tardo ottocentesco, lo strumento militare è sempre accompagnato e circoscritto dall’utilizzo della leva finanziaria, dalla diplomazia del debito, e da una costante aura di riluttanza (con l’eccezione di Roosevelt Theodore). Le colonie servono come basi (lo esplicita in particolare Tyler Mahan, patriarca della geopolitica oceanica americana), non come investimenti nel quadro vaneggiante di panregioni continentali (d’altronde, la panregione gli Stati Uniti sono gli unici ad averla già realmente ottenuta nel perimetro nazionale). La diplomazia del debito punta alla fedeltà politica senza conquista, e cura il portafogli più che vaneggianti competizioni di potenza dalla redditività a posteriori dimostrata scarsa nel migliore dei casi. Un impero lite, nella celebre formulazione di Niall Ferguson.

Ma è nel secolo successivo che si compie invece il capolavoro geopolitico: nel Novecento, gli States combattono due guerre verrebbe da dire coloniali, per il fatto che li proiettano su nuovi continenti (l’Europa occidentale e l’Asia settentrionale), ed espandono la loro sfera d’influenza a livello globale. Conflitti che in ogni altra epoca sarebbero figurati fra le più ambiziose imprese di conquista della storia, sono ricordate come guerre di difesa e di liberazione. In entrambi i casi, l’intervento è concordato. In certi casi supplicato. La premessa è che la minaccia, l’occupante, si sia già consolidato nella figura di altri attori. Dopo aver raggiunto l’egemonia continentale nell’assenso generale, gli Stati Uniti si riscoprono alfieri dell’equilibro (altrui), senza incontrare resistenze. Washington è ora sempre ad un oceano di distanza dal nemico più prossimo, e dunque può sempre sfruttare una maggiore lucidità d’azione, la capacità di attendere l’offensiva altrui per poi colpire in contropiede.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Anche su questa base il suo blocco risulta molto più leggero ed efficiente di quello sovietico, ma non è solamente una faccenda geografica. Su questa si costruisce un’identità sociale strutturalmente disattenta alla preoccupazione geopolitica, eredità della “benevola negligenza” inglese verso le colonie d’oltreoceano. Limitare l’obiettivo al legame finanziario, peraltro win-win, forgia la riconoscenza ed evita il soffocamento ideologico-amministrativo che invece Praga e Budapest sperimentavano in quegli stessi anni.

Il registro muta completamente dalla fine della guerra fredda. Si diffonde l’egemonia culturale del liberalismo “post-nazionale”, ovvero indifferente alla moralità dei confini: le colpe, soprattutto quelle morali, non si fermano più alle frontiere degli Stati; le “responsabilità”, il dovere del mantenimento della “stabilità” globale non possono più fermarsi alle linee sulla sabbia. Richard Haass parlava nel 1998 di “sceriffo riluttante” per descrivere l’egemonia americana – un’espressione poi entrata nel linguaggio comune della politica internazionale. Eppure, presi da quella riluttanza, gli States avevano ancora trovato il tempo di rovesciare governi, invadere nazioni sovrane, smembrarne altre, sovvertendo i principi del diritto internazionale tradizionalmente accettato dalla comunità internazionale. All’apparenza, pareva di nuovo verificarsi una favorevole contingenza di indifferenza generalizzata, una distrazione collettiva di fronte all’offensiva.

La geografia economica, quella politica, come anche la tecnica militare, hanno invece raccontato (e in buona parte anche previsto), un altro percorso. Nell’era di massima frammentazione della comunità interstatale, l’offensiva moltiplica i nemici. Nell’era della stagnazione del G7 (post-1973), gli scontenti non si limitano ad un assenso. Nell’era dell’interdipendenza economica, è difficile individuare una potenza commerciale in posizione di invulnerabilità rispetto ai suoi partner. Nell’era della guerra low-cost, armi poco sofisticate in mano a piccole potenze sono in grado di fermare costosissime corazzate. Evoluzione e perfezionamento della guerra attraverso il tempo di Mao, e della teoria del partigiano di Schmitt, la guerra low-cost tradisce il significato dello strumento militare, capace di provocare distruzione ma non risultati politici, e, non secondariamente, ormai privo di quell’aura di invulnerabilità che favorisce le tattiche più spregiudicate anche ai players più avversi al rischio.

Trasposti nell’attualità diplomatica, la manipolazione libera del diritto internazionale diffonde la diffidenza e consolida l’opposizione. La minaccia onnidirezionale sta generando consapevolezza del valore della stabilità e dell’affidabilità fra le medie potenze: se prima il diritto internazionale rimaneva materia degli idealisti e degli ipocriti, ora ritorna alla sua funzione originale di facilitatore delle relazioni in contesto anarchico. Liberation Days e guerre commerciali inaugurano decenni di sviluppo perduto, così come non risolvono le ristrutturazioni globali delle catene del valore manifatturiere. L’utilizzo scomposto dello strumento militare genera buchi neri nel bilancio, traumi nazionali, crucialmente, fallimenti politici che fanno epoca: se la guerra fredda aveva definito un pareggio fra Vietnam e Afghanistan, l’inconsapevolezza storica, e la conseguente inconsistenza strategica, oggi premiano senza dubbio la Casa Bianca, mentre da dieci anni a questa parte, l’emergente in ascesa può permettersi il lusso di presentarsi come il wise man della comunità internazionale.

Segno che l’attesa, il lavorio di retroguardia, ancora premiano esplicitamente, variando gli esiti dettati dai fattori strutturali. Mentre la capacità di fuoco di per sé non regala vittorie. In questo senso, Washington deve riscoprire il catenaccio, il privilegio del ruolo di liberatore, protettore e bilanciere, che ad esempio in Asia Trump rischia platealmente di buttare al vento rivoltandosi contro i propri alleati. Un ruolo che ha ormai perso in Europa, e che difficilmente un prossimo Presidente riuscirà a ripristinare. Perché l’aura di giustizia è fragile da conservare, mentre la fama di conquistatore perdura nei secoli.

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