OGGETTO: La Chiesa come contropotere
DATA: 17 Aprile 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Visioni
AREA: Italia
Nel surreale scontro fra Trump e Leone XIV emerge, ancora una volta, il vero volto del Vaticano. In epoca di polarizzazione il suo ruolo, intrinsecamente contrario alla politica di potenza, risponde ad una domanda diffusa e fondamentale: quella di moderazione e di dialogo morale. Che poi, alla fine, è la domanda di chi subisce il gioco delle grandi potenze.
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C’è qualcosa di surreale nel match di boxe che si sta sviluppando fra l’inquilino della Casa Bianca e il titolare del soglio di Pietro. Come se a confrontarsi sul ring vi fossero due categorie diverse, incomparabili. La natura degli attori, dei loro interessi, e persino delle loro constituency, differisce profondamente. Uno Stato gioca col territorio, con le risorse, per l’arricchimento materiale; l’altro vive in una sfera prettamente immateriale e guarda alle coscienze (da cui la possibilità dei “due soli” della Scolastica). La fedeltà delle menti può diventare il terreno condiviso di competizione, ma solo in caso di conflitto fondamentale.

Proprio sul conflitto fondamentale è il caso di soffermarsi un attimo. Parecchie volte negli ultimi decenni i Pontefici avevano attaccato, anche duramente, la politica e il suo uso della Religione, il suo governo della pace, dell’economia, dell’ambiente. Mai però era arrivata una risposta tanto sfacciata e frontalmente conflittuale. Seguendo invece un delirio progressivo che dalla Corona è arrivato ad apporsi le stimmate, Trump non ha potuto tollerare l’emersione di un’autorità a lui concorrente, a lui superiore nonostante lo straripante apparato militare di cui dispone, proprio perché il suo “rivale” ha rinunciato a giocare su quel tavolo, e si è ritirato in quello della coscienza. E quella del tycoon, evidentemente, non gode di buona salute, data la sua ipersensibilità. In questa chiave vanno lette esternazioni di Leone come l’appello agli elettori americani a manifestare la propria contrarietà alla guerra: di fronte ad una contingenza che sta prendendo una piega vertiginosa e allucinogena, la risposta, pur nella sobrietà, non poteva essere dimessa.

Per quanto, in ambito sociale, la Chiesa si trovi da sempre a sostenere accuse di conservatorismo e di distacco dalla realtà e dal tempo in cui vive, questi stessi posizionamenti sociali arroccati hanno prodotto un’esternalità positiva in ambito diplomatico. Storicamente, la progressiva marginalizzazione geopolitica dello Stato pontificio gioca nella sua opposizione onnidirezionale a tutte le ideologie politiche della modernità: ancora nell’immediato dopoguerra liberalismo, marxismo, democratismo, sono tutti sulla stessa barca. Nel Novecento, e soprattutto dalla fine della guerra fredda, questo atteggiamento però evolve. Pur con le rilevanti differenze fra il trasparente terzomondismo di Bergoglio e il riavvicinamento ad Occidente di Prevost, il ruolo della Santa Sede, almeno dagli ammonimenti di Wojtyla contro l’hybris di un capitalismo sfrenato e anomico, ha metabolizzato il proprio distaccamento dalle appartenenze geopolitiche e dai vari blocchi di potenza in un approccio severo ma più equilibrato, anti-politico ma senza trasfigurarsi in populismo. Che lo si consideri whitewashing per superare scandali e un declino inesorabile, e complice anche il progressivo spostamento del suo baricentro geopolitico verso le regioni più povere del mondo, la Santa Sede è diventata oggi un sano contropotere rispetto al corpo malato del sistema internazionale e dei suoi vagheggi di potenza. Un “Terzocontro le parti, come Bobbio descriveva i movimenti pacifisti transnazionali e, con lungimiranza, le Chiese.

Questo approccio riemerge ancora nel discorso di Prevost del 16 aprile in Camerun, un importante membro del cosiddetto Sud Globale (e ovviamente non è una coincidenza). Qui, infatti, è tornato sui temi più classici della Chiesa grande anti-potenza: la contrapposizione fra le enormi risorse riversate nei principali conflitti interstatali, e il ruolo cruciale che quelle stesse risorse giocherebbero per paesi ancora segnati dall’instabilità politica. Non tanto per un ipotetico scambio di destinazione di tali risorse, ma per i concretissimi danni provocati dalla disintegrazione del sistema internazionale: dagli approvvigionamenti idrocarburici a quelli dei fertilizzanti e dei farinacei. Tutto ciò implicando, più o meno chiaramente, il fatto che a posteriori la storia considererà tali manovre diplomatiche fonte di inutile distruzione e sofferenze: per le popolazioni direttamente coinvolte in primis, ma anche per il gregge globale nel suo insieme.

È forse appena il caso di integrare in coda un piccolo contributo politologico, per quello che altrimenti parrebbe un excursus moralistico completamente distaccato dal mondo reale della politica. Autori fondamentali della riflessione internazionalistica contemporanea si sono infatti espressi sul tema, se non della pace, perlomeno dell’ordine e della stabilità internazionale, in termini sostanzialmente non distanti dalla posizione ecumenica della Chiesa.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

Morgenthau, politologo tedesco considerato il padre fondatore delle relazioni internazionali contemporanee come studiate oggi nelle più importanti istituzioni educative occidentali, taglia corto nell’affermare che gli unici sistemi di valori “tolleranti”, “pluralistici”, e gli unici in ultima analisi adatti alla natura plurale e anarchica delle relazioni internazionali, siano quelli “relativistici”. Sistemi di valori fondamentali per il funzionamento della diplomazia, perché in grado di comprendere gli sviluppi storici delle diverse regioni, i loro traumi e i loro bisogni, e le diverse sensibilità su temi apparentemente oggettivi e universali che questi creano. Il disaccordo morale sulle idee, giustificato e sacrosanto, non può consegnarci alla visione naïve di un mondo di cinici e violenti tutt’attorno al proprio isolotto di moralità, l’ultimo della specie.

Sicuramente, nessun Papa, memore della lezione (però altrettanto radicale) di Benedetto XVI, si accorderebbe sulla scelta terminologica. D’altronde, si sta parlando del teorico che, sulle orme di Winston Churchill, voleva “affrontare direttamente” l’Unione Sovietica in un negoziato diplomatico ad ampio spettro per un “accordo stabile e duraturo”. In un certo senso, Morgenthau era un crociato del pragmatismo e della stabilità internazionale.

Henry Kissinger, considerato al contempo uno spietato diplomatico e un conciliatorio accademico, persino idealista, è un saggio sulla complessità umana, sulla divergenza fra mezzi e fini, intenzioni e azioni. Il decano della politica estera americana, con un’impostazione se si vuole più moderata, spiega però anche lui che l’alternativa più efficiente per la costruzione di un ordine fra gli Stati, quella infineimperativa per un ordine internazionale vivibile, è proprio quella dell’“ecumenismo”, in contrapposizione alla lotta per l’imposizione di valori particolari, ai quali si vuole però pretendere di conferire uno statuto di universalità.

Della sua lode alla moderazione delle guerre pre-rivoluzionarie, pre-ideologiche e pre-nazionalismi, Kissinger individua il fulcro proprio nella presenza di un ordine internazionale neutrale rispetto ai valori morali delle parti. Un’egemonia culturale, se si vuole, che considerava preminente il mantenimento di una cordialità di fondo nei rapporti fra le nazioni, e ammoniva, sopra a tutto, contro le sofferenze che una guerra dominata da passioni e convinzioni morali poteva generare. Così, un’élite culturalmente omogenea si accordava nel porre un limite all’utilizzo di concetti religiosi, ideologici o nazionali per fomentare le folle contro lo straniero, consci che la controparte avrebbe potuto fare altrettanto.

C’è sicuramente un quid di idealizzazione in questa lettura ex-post di un sistema che però, pur non apprezzando la guerra come gioco di corte, era riuscito a mantenerla all’interno di una soglia assolutamente sopportabile. Certo, non può nemmeno sfuggire il fatto che l’assenza stessa di un terrore primordiale nei confronti della violenza politica ha giocato un ruolo cruciale nel trattenere, in maniera solo apparentemente paradossale, una reazione escatologica contro chi minacciava, sulle rivendicazioni più varie,di imbracciare il fucile.

È proprio questo il primo fulcro della sfida odierna: conciliare il rifiuto della guerra senza rimanere nevroticamente terrorizzati dalle possibili intenzioni belliche del prossimo. Una profezia destinata ad autoavverarsi e a produrre una confrontazione estremizzata fra Stati aggressivi, violenti in quanto accecati dall’odio per la potenziale violenza altrui.

Il secondo è la trascendenza della radicale eterogeneità morale del mondo odierno. Perché sono questi obiettivi identitari che alla fine sostanziano e informano la politica estera dei diversi blocchi e delle civiltà. E nell’epoca attuale, in cui i sistemi di valori divergono vertiginosamente, in cui i sistemi morali non comunicano fra loro, anzi cercano di fomentare la contrapposizione e vengono utilizzati come armi, i messaggi di moderazione, dialogo e ricerca di principi ecumenici di questa nuova Chiesa anti-potenza dovrebbero forse essere presi più sul serio.

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