I bombardamenti statunitensi a Caracas avvenuti durante la notte del 3 gennaio sono stati chirurgici ed efficaci, al punto da portare a termine con successo un’operazione estremamente complessa, quanto meno sulla carta. Ad essere oggetto degli attacchi americani sono stati principalmente siti strategici, come basi militari, tra cui La Carlota, situata nella zona est della Capitale, e strutture civili. Le esplosioni hanno provocato circa ottanta vittime tra personale militare e civili. Minimizzare lo scopo della missione statunitense considerandolo esclusivamente di natura tattica o strategica però non spiega in maniera completa le azioni delle forze d’élite che hanno operato in Venezuela, dato che durante la notte è stato bombardato anche un sito, la cui distruzione non arreca benefici esplicabili in termini materiali.
I video che catturano i velivoli militari attaccare il mausoleo che custodisce i resti dell’ex leader venezuelano Hugo Chávez (in carica dal 1999 al 2013) lasciano intendere che questa operazione non è guidata solo da obiettivi militari, ma anche da ragioni simboliche. Si registra la volontà americana di eradicare una volta per tutte l’eredità chavista, distruggendone la storia, e catturando il successore, Nicolas Maduro, che ha dato seguito alle politiche teorizzate dal rivoluzionario. Bombardare il Cartel de la Montana significa vendicarsi contro Chávez, la sua profonda ostilità nei confronti di Washington e la sua ferma contrarietà a far parte della sfera d’influenza detenuta dall’egemone globale.
“Il governo degli Stati Uniti non vuole la pace, vuole imporci il suo modello di sfruttamento, di saccheggio, e di egemonia per mezzo della guerra”, in queste parole estratte dai “Discorsi al popolo” del leader venezuelano, è possibile scorgere la sua contrarietà nei confronti di tutti i valori rappresentati dall’impero americano. Per Chávez, la politica è lotta, e la rivoluzione non va compiuta solo all’interno dei confini nazionali, ma anche all’esterno, per combattere l’imperialismo in tutte le sue forme. La sua lunga carriera militare non ha solo forgiato il suo modo di pensare, ma anche la maniera in cui intende l’esistenza umana. Tenta di arrivare al potere con un golpe nel 1992, ma fallisce e viene imprigionato. Liberato due anni più tardi grazie ad un’amnistia, è costretto a rinunciare alla carriera militare. Rimane apprezzatissimo a livello popolare, e decide di puntare su questo grande consenso per costruire una carriera politica di successo. Così è stato, dato che vincendo le elezioni nel 1998, rimane alla guida della Nazione fino al 2013, anno della sua morte. Nonostante non riservasse particolare gradimento nel termine “chavismo”, quest’ultimo viene utilizzato per descrivere l’ideologia che ha caratterizzato la sua linea governativa.
Nel suo pensiero le masse devono necessariamente affidarsi ad un leader dotato di qualità straordinarie e di eccezionale carisma, doti grazie alle quali è in grado di dirigere il popolo verso una prospettiva dove le disuguaglianze sono annullate, e non vi sono dinamiche sociali in cui il potente schiaccia il debole perseguendo i propri interessi. Il modello chavista è una miscela di socialismo di ispirazione guevarista, teologia della liberazione e terzomondismo, con l’inconfondibile impronta bolivarista. L’influenza del rivoluzionario Simón Bolivar sull’ideologia del regime chavista è fondamentale, tant’è che il Comandante definisce la rivoluzione da lui promossa come “bolivariana”. La visione caratterizzata da un unico spazio politico latino-americano nominato Grande Colombia ha avuto un grande impatto sul modello di Chavez, dove a fare da collante delle differenti realtà e tradizioni deve essere il socialismo e l’anticapitalismo.

Come è spesso accaduto sul piano storico, specialmente in questo emisfero, la sua esperienza politica è stata macchiata da un impiego del potere fortemente autoritario, e modalità di governo lontane dalla tradizione democratica, nonostante non ci sia mai stata una sospensione delle elezioni. La qualità della democrazia del Paese è stata ridotta incrementando i poteri del leader, restringendo la libertà di espressione e applicando un grande controllo sui media nazionali, discriminando gli avversari. Il suo regime è sempre stato forte sia del consenso popolare, essendo Chávez oggetto di culto popolare, tratto peculiare della maggior parte degli esperimenti governativi socialisti, e di quello dell’esercito, che lo ha sempre sostenuto durante i suoi mandati presidenziali.
L’opposizione all’imperialismo statunitense è sempre stato un elemento caratteristico della politica estera della Repubblica bolivariana, filo conduttore che unisce sia Chávez che il suo successore Nicolas Maduro. Washington non può accettare che in un’area vitale da un punto di vista geopolitico vi sia un attore ostile in grado di costruire partenariati strategici con potenze che intendono indebolire l’egemone nel suo cortile di casa. Chávez ha tentato di portare il Venezuela alla ribalta sullo scenario internazionale, con l’obiettivo di limitare l’espansione geopolitica americana, creando l’Alleanza Bolivariana per le Americhe, e cooperando intensamente con Cuba, Iran e Russia.
Il solco tracciato dal Comandante è stato perseguito anche da Maduro, successore designato, ex camionista e sindacalista, in grado di arrivare a ricevere la stima di Chávez partendo dal basso. L’ex Presidente ha mantenuto rapporti stretti con alcuni attori latino-americani ostili alle politiche statunitensi nell’area, come la Colombia, Cuba e il Messico, e attuando una cooperazione strategica con alcune delle più importanti potenze globali, come la Cina, la Russia, l’Iran e la Corea del Nord. È esplicito il tentativo dell’ormai ex Presidente venezuelano di far entrare la Nazione nelle complesse dinamiche di potere mondiali, cercando di renderlo un asset rilevante per gli attori rivali agli Stati Uniti. Ma l’eredità chavista si registra anche in politica interna, dove si applicano i principi teorici dell’ex leader della Repubblica Bolivariana, sostenendo un modello socialista, promuovendo programmi sociali per assistere economicamente i segmenti più fragili e poveri e dando continuità alla repressione autoritaria, percepita anche come più dura sotto il regime dell’ex sindacalista. È possibile affermare che l’indebolimento della Repubblica bolivariana sia dovuto in larga parte dalle difficoltà economiche che il Paese ha dovuto affrontare negli ultimi anni. Già durante i mandati di Chávez non è stato avviato un effettivo processo di modernizzazione dell’economia nazionale, e il successore non è riuscito ad invertire questa tendenza, anzi, con politiche rivelatesi inefficienti ha contribuito ad aggravare la situazione, il tutto accompagnato da un sostanziale incremento della repressione delle libertà, della corruzione e del traffico di droga.
Il Comandante ha influenzato il Venezuela nel bene e nel male per un quarto di secolo, dando speranze e delusioni ad un popolo desideroso di affidarsi ad un leader carismatico, capace di segnare il destino della propria patria, indicando il percorso da seguire. La notte del tre gennaio però l’eredità di Chávez è stata attaccata con ferocia dal nemico di sempre, che ha approfittato del momento di fragilità per vendicarsi dell’ostilità manifestata in maniera continuativa nei decenni. I bombardamenti del Cartel de la Montana rappresentano puramente una manifestazione di orgoglio da parte dell’Impero, che in questo atto non cerca di raggiungere nessun obiettivo o di ottenere alcun beneficio, ma segue esclusivamente la gloria, quella che permette di essere ricordati sui libri di storia, combattendo i nemici anche sul piano simbolico, distruggendone l’eredità e la memoria. Con la sua cattura, Maduro non sta pagando solo il suo conto, ma anche quello di cui il suo predecessore non è mai stato costretto a sdebitarsi.
Al di là delle accuse di narcotraffico, è chiaro che l’egemone sul lungo periodo non possa permettere la presenza di attori potenzialmente in grado di minare i propri interessi geopolitici in quella che dovrebbe essere la propria sfera d’influenza per eccellenza. Ora è toccato a Caracas, ma l’avviso vale per tutti gli altri stati latino-americani. “Yankees go home”, il celebre invito rivolto da Chávez agli americani non è stato ascoltato, anzi, Washington è entrata in Venezuela con la spavalderia classica degli imperi, rovesciando il regime che ne ha cambiato la storia per sempre.