OGGETTO: Taiwan è in vendita
DATA: 18 Maggio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Scenari
AREA: Asia
Decenni di equilibrio diplomatico attorno allo Stretto di Taiwan reggevano su un'ambiguità studiata e preservata con cura: Washington riconosceva Pechino ma garantiva Taipei. Oggi Trump sembra disposto a usare quell'equilibrio come merce di scambio, trattenendo forniture di armi e rifiutando di rassicurare l'isola in caso di attacco. Il capolavoro della diplomazia americana rischia di diventare la sua prima concessione strategica a Xi Jinping.
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Trump straccia le formule consolidate: è una costante. L’equilibrio nello Stretto di Taiwan subisce oggi uno scossone nel momento in cui la portaerei inamovibile viene declassata a gioiello delle trattative: l’ultimo bilaterale USA-Cina ha concretizzato le paure profonde dell’establishment come degli alleati, dimostrando le priorità economiche e tattiche, nonché l’approccio profondamente transazionale dell’amministrazione statunitense. 

Nello stretto di Taiwan, la guerra civile cinese procede da decenni. La base di questa è un equilibrio stretto ma fecondo: la Casa Bianca riconosce un’unica Cina nella Repubblica Popolare e non ne ha più perseguito il rovesciamento, ma al tempo stesso un atto del Congresso impegna l’esecutivo a preservare l’autonomia e la sicurezza dell’isola. Il compromesso su Taiwan è uno dei più grandi capolavori della diplomazia americana, per una nazione che spesso non fa della finezza diplomatico-strategica il suo punto di forza. Un equilibrio ambiguo solo all’apparenza, in realtà attentamente studiato e preservato nei decenni, fin nei suoi dettagli terminologici. Un capolavoro di diplomazia sostanziale, che unisce moderazione dei fini e credibilità dei mezzi, grazie al quale Taiwan si è assicurato fino ad oggi un presente autonomo e democratico.

Il mantenimento dell’equilibrio richiede oggi una determinazione inedita proprio da parte di chi affronta i fantasmi dell’introversione e del ripiegamento: la formulazione classica è stata rimessa in discussione dalla postura assertiva della Cina di Xi. Moderata sì, ma grande potenza, e dunque obbligata a perseguire i propri interessi vitali, per tacere dell’integrità territoriale, dato che di questo si tratta per Pechino. La Cina ha negli ultimi anni innalzato le pressioni per una riconciliazione, rendendola di fatto impossibile; l’assimilazione di Hong Kong ha mostrato anche l’impercorribilità della soluzione “un paese, due sistemi”. Così si costruisce la trappola dell’emergente: la finestra revisionista è ora, ma gettare il dado irrigidisce solo le parti, lasciando infine l’unica via della prova di forza.

Ma ad oggi la stoccata decisiva potrebbe arrivare da Washington invece che da Pechino. È infatti Trump che dalla sua rielezione pare disposto a mettere Taiwan sul tavolo negoziale e a trasformarla in una pedina di scambio fra le altre. Il bilaterale si era infatti aperto con gli ormai consolidati timori che Taiwan fosse sul tavolo negoziale, possa diventare una pedina di scambio. I timori sono concretizzati ad esempio dal trattenimento dell’ultimo pacchetto di armamenti per Formosa in vista del summit: una manovra senza precedenti. Tanto da generare timori bipartisan nel Senato, che ha inviato alla Casa Bianca una lettera aperta che spiega al Presidente l’inesistenza di ragioni accettabili per ogni ulteriore dilazione. A cui si sono aggiunte anche le preoccupazioni dell’ex-ambasciatore in Cina Nicholas Burns, preoccupato proprio dalla debolezza diplomatica di Washington.

La debolezza americana è però anche strutturale, non solo posturale: la Repubblica Popolare ha rafforzato resilienza e autosufficienza nei settori strategici più vulnerabili, dall’agricolo al tecnologico; ma gode anche di vantaggi oggettivi su dossier critici, come le terre rare già ritirate dal mercato lo scorso anno, a cui la Casa Bianca non poté restare indifferente. Il timore fondato più fondato è dunque una progressiva svendita di Taiwan per vantaggi economici di importanza meramente tattica da dirottare rapidamente verso i grandi gruppi industriali della nazione (i cui CEO infatti lo hanno peculiarmente accompagnato in gran numero nel viaggio verso Pechino).

Concessioni strategiche per vantaggi economici non sono una novità: nella prima amministrazione, sconti sulle terre rare arrivarono in cambio di decenni di condivisione tecnologica sui processori più avanzati. Infatti, la negoziazione asimmetrica è continuata anche a questo giro: Pechino ha messo sul piatto concessioni tattiche: la ripresa dell’import di vari prodotti alimentari con relativi tagli tariffari e normativi e una grossa commessa per Boeing (le cui ricadute tecnologiche sono comunque da valutare). Niente da fare invece sulle terre rare e sulle sanzioni tech.

Qual è stata la contropartita di questi compromessi cosmetici? Si potrebbe pensare di nuovo strategica. La potenziale rimozione delle sanzioni all’import di idrocarburi iraniani è stata già un esempio di concessione politica su un dossier in questo momento fondamentale per gli USA. Washington perde così la sua leva nelle trattative mediorientali, che vedono Pechino sempre sullo sfondo, anche se questa volta attraverso l’alleato Pakistan. Peraltro, Trump era arrivato con l’idea di costringere i rivali a comprare i suoi idrocarburi, non a liberare la compera presso il nemico. L’altro tema di pressione sul quale la Cina sembra aver ottenuto punti importanti è proprio Taiwan.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

La posizione americana classica è stata sostenuta dal Segretario di Stato Rubio, che ha descritto il dossier nei termini di un oggetto inamovibile, per cui non vale la pena alcuna trattativa. Ma l’affermazione conclusiva del Presidente Trump data a Fox News ha fatto ripiombare gli alleati nell’inquietudine: è emersa la reticenza a rassicurare esplicitamente Taiwan sulla difesa dell’isola in caso di attacco dalla terraferma. In un esercizio inedito, Trump ha puntato il dito contro le ambizioni indipendentistiche di Taipei piuttosto che verso le minacce di Pechino. Un’insolita dimostrazione di moderazione per il tycoon, solitamente poco propenso ad ostentare i necessari compromessi senza vincitori della diplomazia. Per confronto, Biden mantenne sempre la stessa posizione, ovvero favorevole all’ambiguo status quo, ma in pubblico l’ha sempre declinata nel senso di un continuo avvertimento preventivo alle ambizioni revisioniste di Pechino, mai il contrario.

Qui si gioca una delle partite al tempo stesso più sottili e ambigue della diplomazia americana: il timore di uno shift dal “non supporto” dell’indipendenza alla “opposizione”. Ovvero da una silenziosa pressione gentile sull’alleato, ad un’aperta minaccia di abbandono motivata da un ribaltamento delle responsabilità per il deterioramento delle relazioni nello Stretto. Il tema terminologico è estremamente delicato: l’anno scorso nacque una polemica diplomatica per un cambio di formulazione della politica taiwanese operata sul sito ufficiale del Segretario di Stato.

Certo, si tratta anche di giochi di specchi, scambi di dichiarazioni che si giocano sul filo dell’interpretabilità, di modo da essere rinarrabili dalle parti per a uso e consumo delle proprie narrazioni. Questa volta Pechino non aveva alzato ulteriormente la pressione, mantenendo la linea rossa dell’indipendenza ma senza esplicitare il desiderio di un rapido assorbimento. La preoccupazione principale degli Stati Uniti è però mutata: dalla reiterazione della credibilità dell’impegno, all’indisponibilità ad un’ulteriore polarizzazione. Un ritornello già sentito in Europa.

Seppur indiretto (ancora, un’eccezione per il linguaggio trumpiano) il messaggio è stato recepito chiaramente a Taipei, che ha replicato prima la classica rivendicazione dell’indipendenza di fatto e della non subordinazione alla Cina continentale, ma poi ha assicurato il suo impegno a non modificare lo status quo, di cui risulta, de facto, soddisfatto.

Il confine fra rottura e pour parler diplomatico è sottile e difficile da individuare. Dietro alle pose si cela una mera guerra di parole, in cui i partecipanti ostentano declamazioni, per poi aggiungere postille che dimostrano volontà di tornare nei ranghi. Prova ne è che Pechino ha deciso di non rispondere ulteriormente, ritenendo accettabile l’ultima formulazione emersa dal battibecco interno alla coalizione avversaria.

Il futuro? La classica posizione americana pare solida: il rischio distruzioni estese in caso di scontro diretto, dimostrato dalle simulazioni militari, blocca l’attaccante. Ma questa non è un’amministrazione classica, e allora si dovrà attendere il fluire delle armi per quietare gli animi molto più di improbabili ritrattazioni della postura diplomatica.

Il problema risiede proprio nella volontà. In caso di cedimento diplomatico, il rischio non troppo lontano è quello di un compromesso al ribasso: autonomia politica (sostanziale, non ad orologeria come per Hong Kong) protetta dagli Stati Uniti in cambio una neutrale non belligeranza in politica estera.

Il problema ulteriore diventerebbe a questo punto utilitaristico: perché Washington dovrebbe continuare a garantire, a suo rischio e costo, la sicurezza di Taiwan, se non per il suo ruolo contenitivo e oppositivo nei confronti di Pechino.

Si tace invece del tema regionale più ampio, quello della credibilità dell’impegno americano nei confronti di tutti gli alleati regionali, e non è un caso che le medie potenze regionali si siano da anni assestate su una strategia di doppia assicurazione: apertura limitata all’ingombrante vicino in vista di un futuro abbandono americano, ma garanzia americana finché regge.

L’interesse europeo in tutto ciò? L’ambiguo, eppure risolutivo, compromesso attuale. Non solo per le dipendenze nella raffinazione delle materie prime, ma anche perché lo status quo ha restituito sicurezza, prosperità e sviluppo a tutte le parti in causa, da entrambe le parti dello Stretto di Taiwan, ma anche nel resto del globo.

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