OGGETTO: Hormuz è una questione mediterranea
DATA: 13 Maggio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Visioni
Nel Medio Oriente incendiato dal triangolo Stati Uniti, Israele e Iran, l’Italia deve fare la propria parte per preservare il suo interesse nazionale. La visita di Rubio riapre per Roma la possibilità di proporsi come terreno diplomatico della crisi. Per l’Italia, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Mediterraneo appartengono allo stesso apparato circolatorio: se gli stretti si chiudono, noi soffochiamo dentro il Mare nostrum. La pace ci serve per evitare l’asfissia.
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Per Roma, la crisi iraniana è una questione mediterranea. Se Hormuz rimane chiuso, se Bab el-Mandeb resta un pericolo per la navigazione e, di conseguenza, anche Suez diventa impraticabile, il Mediterraneo si restringe fino a trasformarsi in un lago semi-chiuso, con Gibilterra come unica apertura rimasta e ultima speranza di circolazione. Per questo Roma può e deve rendersi utile. Fare la propria parte significa lavorare perché la pressione militare trovi uno sbocco diplomatico e perché la crisi non trasformi gli stretti in strozzature permanenti. La visita del segretario di Stato americano arriva in un momento in cui Washington sembra attraversata da una frattura interna, quasi prendendo distanza dalla linea di un presidente che ama presentarsi come monarca “unto” da Cristo, nel tentativo di saldare il proprio potere temporale a una forma di riconoscimento spirituale. Gli insulti rivolti da Donald Trump a Papa Leone, proprio mentre Rubio era in volo verso Roma, appaiono allora come il tentativo di sabotare ogni possibilità di compromesso, o quantomeno di disturbare un canale che potrebbe sottrarre la crisi alla sola logica dell’urto. Ma segnalano anche un Trump, almeno apparentemente, più solo persino rispetto a quelli che dovrebbero essere i suoi “fedeli”. 

Una parte del mondo conservatore americano sembra già muoversi nella prospettiva del dopo-Trump, cercando un’alternativa capace di ereditarne il consenso senza restare prigioniera delle sue accelerazioni. In questo senso, il viaggio di Rubio a Roma non riguarda soltanto i rapporti tra Stati Uniti, Italia e Vaticano, ma anche la battaglia interna all’America per decidere quale forma dovrà assumere il potere americano dopo Trump. Noi italiani, custodi storici e geografici della memoria romana, disponiamo di un esempio utile non solo per leggere il presente immediato, ma anche per coglierne il senso strategico profondo: Roma dovette misurarsi con un dilemma che oggi, per cauta analogia, non per sovrapposizione storica, riguarda anche Washington. Il precedente romano aiuta a capire quale forma possa assumere una “pace” possibile tra potenze che non possono eliminarsi a vicenda senza pagare un prezzo troppo alto: quello dell’annientamento reciproco, o comunque di una vittoria talmente costosa da diventare di Pirro. 

Roma, contro i Parti (cfr. Tacito, Annales), si trovò davanti a un problema simile a quello che oggi riguarda Washington: come trattare una potenza iranica radicata, orgogliosa, difficile da conquistare e impossibile da governare, anche attraverso quel “cambio di regime” che resta sempre una chimera inseguita invano da parte americana. Se Washington per molti aspetti si percepisce come erede moderna di Roma, allora anche la vicenda romana contro i Parti offrirle una lezione utile.

Roma non vinse sempre nello stesso modo. Contro Cartagine scelse la distruzione, perché vedeva in essa un rivale esistenziale nel Mediterraneo: un concorrente capace di contendere a Roma il controllo del mare, delle rotte commerciali e dell’egemonia occidentale. Cartagine era pericolosa, ma lo scontro era geograficamente più praticabile, sebbene Roma non avesse ancora quella dimestichezza con i flutti che avrebbe acquisito proprio nel confronto con la flotta punica (Cfr. Polibio, Storie). Una volta obliterata Cartagine, Roma poteva incorporarne lo spazio nel proprio sistema mediterraneo.

La Partia non era un semplice regno orientale, né una periferia instabile da ricondurre all’ordine con una campagna ben riuscita. Era una potenza iranica di lunga durata, innestata in una civiltà più antica dei suoi assetti dinastici, protetta dalla distanza, dallo spazio e da una profondità strategica che Roma non poteva cancellare con un colpo solo.

Il caso dell’Armenia è il più istruttivo ed è quello che più serve al nostro ragionamento. La sua posizione permetteva di proiettare influenza verso l’Eufrate, il Caucaso, l’Anatolia orientale e l’Alta Mesopotamia. Per Roma, un’Armenia ostile significava esporre la Siria, la Cappadocia e l’Anatolia orientale alla pressione partica; significava avere un potere nemico affacciato sulle province orientali dell’impero e sulle vie di comunicazione verso il Levante. 

Una provincia romana in Armenia avrebbe richiesto non solo presìdi, logistica e campagne continue, ma avrebbe anche causato l’inasprimento dei rapporti con i Parti, che si sarebbero sentiti minacciati, ancora una volta spinti ad armarsi e, prima o poi, ad attaccare. Un’Armenia completamente partica avrebbe prodotto la reazione inversa: quella romana. Classica dinamica di come inizia una guerra, da Tucidide in poi. La soluzione non poteva essere la sovranità assoluta di una parte, ma una forma di controllo indiretto.

Il compromesso seguito alla crisi di Rhandeia, maturato dopo il 62 e culminato nella coronazione di Tiridate a Roma nel 66 d.C., fu, da questo punto di vista, un capolavoro di strategia imperiale e di implicito. Tiridate, principe arsacide e dunque legato al mondo partico, veniva riconosciuto come re d’Armenia, ma la sua legittimazione passava attraverso Roma, perché avrebbe ricevuto la corona da Nerone all’interno di una raffinatissima formula: sangue arsacide, investitura romana. I Parti conservavano un proprio uomo sul trono armeno; Roma conservava il diritto simbolico di autorizzarne il potere (Cassio Dione, Storia romana, LXIII, 1-3; Svetonio, Nerone, 13.).

Nessuno otteneva tutto, ma nessuno perdeva pubblicamente. La Partia poteva dire di aver impedito la piena romanizzazione dell’Armenia e, allo stesso tempo, di aver aumentato la propria percezione di sicurezza. Il re armeno riceveva la corona dall’imperatore; dunque, agli occhi del mondo romano, l’ordine continuava a passare da Roma. Il compromesso funzionava proprio perché non cancellava l’onore di nessuna delle due parti, ma riconosceva un rispetto reciproco fra due imperi diversi e, allo stesso tempo, simili nella loro mentalità massimalista: entrambi abbastanza forti da considerarsi degni di rispetto l’uno agli occhi dell’altro. Roma poteva dire di aver mantenuto prestigio e status: ciò che oggi serve anche all’America più che mai (Ivi, 4-7; Ivi.)

Questa è la lezione romana: quando non puoi distruggere il nemico senza dover poi governare le sue rovine, devi costruire un ordine in cui anche l’avversario possa entrare senza sentirsi annientato. Una pace imposta solo come umiliazione prepara la guerra successiva. Una pace “sporca”, ma geopoliticamente efficace, deve invece consentire a ciascuna parte di presentare il compromesso come tutela dei propri interessi essenziali, salvando il prestigio, evitando l’inasprimento delle tensioni e impedendo il deflagrare di uno scontro mortale fra i due imperi.

La pace non è semplice assenza di attriti più o meno visibili. È uno stato delle cose. Applicata al conflitto iraniano, la lezione è chiara. Gli Stati Uniti devono poter presentare una riduzione controllata della tensione come risultato della propria pressione. Devono poter dire di aver contenuto il programma nucleare iraniano, protetto Israele e preservato la libertà di navigazione. L’Iran, invece, deve essere messo nelle condizioni di poter accettare limiti al nucleare militare, procedendo con quello civile, dopo un lavoro diplomatico capace di reinserirlo nei programmi di verifiche da cui si è recentemente sottratto. Deve poter ottenere garanzie senza apparire sconfitto, occupato o privato della propria dignità. Se l’accordo viene percepito a Teheran come pura capitolazione, difficilmente potrà mai essere anche solo messo agli atti.

Questi limiti possono diventare accettabili solo se accompagnati da uno sforzo diplomatico e psicologico non da poco, soprattutto per l’Occidente allargato. Non basta chiedere all’Iran di rinunciare a strumenti che considera garanzie di sopravvivenza; occorre offrirgli un’alternativa credibile.

Oltretutto, Teheran potrebbe vedere in Cina e Russia due sponde utili. Più la pressione americana viene percepita come minaccia esistenziale, più aumenta il rischio che Iran, Russia e Cina trovino conveniente saldare le proprie convergenze in un fronte comune anti-occidentale. In termini geopolitici, dunque, l’obiettivo non sarebbe soltanto impedire l’atomica iraniana, ma anche evitare che Teheran venga definitivamente assorbita nell’orbita sino-russa.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

Serve allora uno spazio in cui la forza possa essere convertita in diplomazia, un luogo capace di dare forma simbolica al compromesso. L’Italia, proprio per la cornice storica richiamata fin qui, potrebbe offrire questo spazio. Per lo Stivale, significherebbe recuperare qualcosa del prestigio dell’Urbe e trasformarlo in capitale diplomatico. Per Washington, invece, non si tratterebbe soltanto di raccontarsi ancora una volta come erede dell’Impero per antonomasia, ma di adottarne, dopo un lungo lavoro diplomatico sotto il segno di Roma, la logica più sottile, comprendendo che il compromesso non è un fine in sé, né una resa mascherata, ma uno strumento di potenza. 

In questo caso, servirebbe non solo a contenere il nucleare iraniano, ma anche ad attirare Teheran fuori dalla saldatura sino-russa, impedendo che l’Iran diventi definitivamente un pilastro dell’asse anti-occidentale. Roma ha interesse a proporsi come luogo in cui tale compromesso possa prendere forma, evitando che la crisi iraniana venga risucchiata in una logica puramente militare e finisca per aggravare la vulnerabilità mediterranea dell’Italia.

È in questa chiave che può essere interpretata la linea dell’esecutivo. Ed è anche, in parallelo, la linea scelta dal Vaticano. Anche se la religione della Chiesa e la laicità dello Stato restano due istanze separate, in questa crisi sembrano procedere come due direttrici parallele orientate dallo stesso segno: permanenti dentro l’alleanza occidentale ma evitando di farsi assorbire automaticamente dal vortice della guerra generato dall’entropia prodotta a Washington.

Questa linea si inscrive nello stesso rapporto con gli Stati Uniti. Se gli americani si pensano e vengono pensati come eredi moderni di Roma, non possono prescindere dal rapporto con il passato. Seguire davvero una grammatica imperiale significa cercare nel passato le forme capaci di dare ordine al presente. Se Washington vuole ancora mantenersi potenza ordinatrice, deve ricordare che i grandi popoli non vivono solo della capacità di punire, ma anche della capacità di fare un passo indietro, anche simulato, per farne cento avanti.

Il diniego di Sigonella non va letto come un allontanamento dagli Stati Uniti. Come ha ribadito il ministro Crosetto nell’informativa alla Camera del 7 aprile 2026 sull’uso delle basi statunitensi in Italia, l’Italia può prendere le distanze da ciò che non condivide senza rompere l’alleanza: gli Stati Uniti non coincidono con Biden, Trump o Clinton, così come l’Italia non coincide con Meloni, Conte o Draghi. Subito dopo aggiunge che Italia e USA sono due nazioni da sempre alleate, e che su quell’alleanza si fonda parte della sicurezza italiana. Per metterla in termini più semplici, non si rompe un’amicizia appena si hanno posizioni diverse su una questione. 

Il punto, allora, non è negare l’amicizia con Washington, ma stabilire anzitutto la reale natura di questo rapporto: essere riconosciuti come alleati, dentro un vincolo di rispetto reciproco, non ridotti a clientes di un impero chiamati ad assecondarne ogni scelta, nel secondo caso, vale comunque la dialettica servo-padrone. Se il rapporto si inscrive nella prima possibilità, un amico può essere disposto a sostenere l’altro nei momenti decisivi; ma nessun amico dovrebbe pretendere che l’altro metta a rischio le proprie vite, i propri interessi o la propria coscienza strategica.

Essere alleati degli Stati Uniti significa concordare forme, limiti e condizioni del sostegno, conservando la libertà di dire all’amico quando sbaglia, soprattutto quando una scelta altrui rischia di trascinare l’Italia in una guerra contraria al proprio interesse nazionale. Parliamone.

Hormuz e le rotte marittime contano per il Mediterraneo più di quasi ogni altra cosa. Oggi, in un Mediterraneo che sembra mancare d’aria per l’asfissia prodotta dalla vulnerabilità degli istmi e dei passaggi obbligati, serve agire con lucidità. E lucidità, in questo caso, significa anzitutto non aggravare ulteriormente lo stato dell’arte. La linea italiana, oggi, non è il solito riflesso post-storico di chi rifiuta la guerra perché non vuole guardare la realtà. Al contrario, può essere letta come un segno di lungimiranza di una classe dirigente che sembra essersi finalmente svegliata dal sonno della fine della storia. L’incontro tra Giorgia Meloni e il segretario di Stato americano sembra confermare questa tesi. Il presidente del Consiglio ha riaffermato il valore del rapporto transatlantico, chiarendo però che l’alleanza non cancella l’interesse nazionale, perché ciascun paese difende il proprio e l’Italia lo fa esattamente come gli Stati Uniti.

Anche il Vaticano, da un piano completamente diverso, si muove lungo una linea parallela. Papa Leone XIV ha lanciato appelli alla pace, ponendosi come contrappeso al potere temporale della Casa Bianca, che, come in una rinnovata lotta per le investiture, vorrebbe allacciarsi al potere spirituale rivestendosi di una legittimazione spirituale come autorità sacrale, capace di parlare non solo agli interessi, ma alle coscienze. Da qui discende anche la conseguenza più immediatamente politica: dato il peso dei cattolici nell’elettorato trumpiano, ottenere una qualche forma di sponda da Roma significherebbe trattenere quel bacino dentro la coalizione repubblicana e parlare, attraverso il linguaggio della fede, al cuore stesso della propria base.

Se nel corso della storia una delle funzioni della Chiesa, oltre a fornire il senso all’insensatezza della vita umana, è stata anche quella di offrire una legittimità contro le guerre identitarie che hanno devastato l’Europa, oggi la Chiesa si riscopre come argine all’apocalisse. Parla il linguaggio della pace, della vita umana, del dialogo, della responsabilità morale. Se il governo parla il linguaggio dell’interesse nazionale, la Chiesa parla il linguaggio della pace e del confronto fra idee differenti, essenza stessa della geopolitica. Sono due registri distinti, ma che nella crisi convergono nello stesso scopo, evitando che la forza diventi l’unico linguaggio.

Restiamo alleati, ma un’alleanza non significa accodarsi a ogni scelta acefala; significa, semmai, ricordare alla potenza maggiore ciò che Machiavelli aveva già compreso: non basta essere leone, occorre saper essere anche volpe. Dove la forza può aprire una breccia, solo l’astuzia la trasforma in ordine.

In fondo, questa dovrebbe essere la funzione dell’Italia, terreno di confronto e spazio in cui lo scarrellamento bellico israelo-statunitense verso una guerra sine fine – senza una fine e senza un fine, cioè senza un termine e senza uno scopo politico chiaro – possa essere ricondotto a una soluzione ragionata, astuta e diplomaticamente sostenibile. La lezione romana non offrirebbe soltanto una chiave di lettura, ma anche una narrazione capace di dare forma al presente, soprattutto per chi vede nella forza l’unico strumento utile. Ricorderebbe che il compromesso non coincide necessariamente con la resa e che il compromesso può essere il modo più astuto per evitare che la potenza resti prigioniera della propria stessa forza, quindi di sé stessa.

Per l’Italia, sarebbe un modo per recuperare qualcosa del prestigio di Roma e rendersi utile, consolidando la propria credibilità e reputazione interna ed esterna. Per Washington, invece, sarebbe un modo per ricordare che chi vuole dirsi erede di Roma non può limitarsi a moltiplicarne il nome nella propria toponomastica – come mostrano le 51 “Rome” sparse nel mondo, molte (27) delle quali negli Stati Uniti, in omaggio all’Urbe – ma deve comprenderne anche l’intelligenza.

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