Il populismo è Trap, e viceversa

E se Trap e Populismo fossero correlati? Se il successo dell'uno potesse spiegare quello dell'altro e se da un'analisi di entrambi riuscissimo a spiegare la nuova «ragione del mondo» che abitiamo? Un mondo senza più complessità, dove le immagini prevalgono sempre sui contenuti, le narrazioni sui fatti?
E se Trap e Populismo fossero correlati? Se il successo dell'uno potesse spiegare quello dell'altro e se da un'analisi di entrambi riuscissimo a spiegare la nuova «ragione del mondo» che abitiamo? Un mondo senza più complessità, dove le immagini prevalgono sempre sui contenuti, le narrazioni sui fatti?

Tutti i trapper sono un po’ populisti. Tutti i populisti sono un po’ dei trapper. A scorrere tra le storie di Instagram e vedere Salvini – con la polo del Milan e il Tapiro sul comò, pieno di ninnoli da casalinga di Voghera mentre canta Vasco Rossi a cappella – e poi uno dei tanti giovani trapper che racconta la sua quarantena dalla casa materna (che a quella della casalinga di Voghera in fin dei conti assomiglia) non si rimane sconvolti, anzi sembra quasi esserci una qualche continuità e coerenza. I due fenomeni, infatti – l’ascesa della musica trap e l’aumento dei consensi tra i movimenti populisti – sono stati simultanei. Quello che ci chiediamo, allora, è se non sono anche in qualche modo correlati. Astraendoci dal diverso contesto in cui si muovono, la tesi di seguito sostenuta è che questi due generi condividono lo stesso paradigma epistemologico. Ci sembra infatti che il pattern mentale, o lo schema ricorrente che adottano per interpretare e conoscere la realtà, sia molto simile, così come sono simili i bias cognitivi che ne caratterizzano le deformazioni di giudizio. La “ragione” populista e quella trap, formalmente, sono speculari. Con questo non vogliamo dire che chi ascolta la musica trap è populista, né sosteniamo il contrario. Diciamo soltanto che la Trap in ambito musicale e il populismo in ambito politico, hanno delle griglie interpretative e operative in comune. Queste griglie di cui si servono hanno decretato il fascino e il richiamo delle loro narrazioni nel decennio 2010-2020. Individuarle, anche sommariamente, ci permette di riconoscere un processo più ampio che ha coinvolto tutta la società in questi ultimi anni, un processo di contrazione dell’alto e del basso, del centro e della periferia, in cui è stato abolito qualsiasi confine, estetico ed etico, tra la cultura alta e la cosiddetta cultura di massa. Analizzarle dunque, può voler dire comprendere la “ragione” del mondo che abbiamo abitato e che forse abiteremo ancora per un po’, perché l’esaurirsi del populismo e della Trap (che non godono di buona salute come prima), non significa anche l’estinzione del processo di cui sono stati i prodotti culturali più riusciti.

Sincretismo

La Trap è un genere dai contorni indefiniti. L’ampio uso di suoni elettronici, i bpm rallentati, i bassi distorti, l’impiego di strumenti virtuali sintetizzati lo allontanano dal Rap più classico e lo avvicinano al Crunk, ma non bastano a dargli un’identità precisa. La sua indeterminatezza gli permette di contaminare più generi, quali il reggae, il pop, il rock, da cui recupera melodie e strumenti a seconda delle tendenze del momento. Questo fattore rende la Trap un genere sincretico al massimo, musicalmente trasversale, in grado di intercettare più target di ascoltatori, e quindi un pubblico diffuso. Il populismo adotta un sistema identico: smussando tutti i suoi contorni ideologici, mantenendo sempre una vaghezza concettuale, facendo uso di parole, formule, slogan e miti provenienti da altre dottrine, spesso inconciliabili tra loro, è naturalmente votato a ricoprire lo spettro più ampio possibile della rappresentanza politica. La Lega e il M5S in questo senso, sono dei pastiche ideologici esemplari. Il primo estende la sua tradizione folk a un elettorato nazionale, è autonomista e autoritario insieme, grazie all’uso di una retorica nazional-popolare riesce a conquistare consenso tra i ceti meno abbienti pur richiamandosi a un certo liberalismo in economia. Il secondo è critico nei confronti della globalizzazione ma ha aperture progressiste, nasce come movimento rivoluzionario ma accetta compromessi con le forze riformiste, reclama l’intervento pubblico nei settori strategici ma allo stesso tempo richiede un mercato trasparente e concorrenziale. Trap e populismo, ognuno nei rispettivi campi d’azione, attingono dai propri vicini, non accettano le categorizzazione rigide, si rivolgono a più segmenti di pubblico insieme (riuscendo ad accontentarli tutti contemporaneamente).

La forma sul contenuto

La Trap è un grande flusso di incoscienza o di una coscienza anestetizzata/aumentata dalle droghe. I testi dei cantautori trapper fanno ampio uso di interiezioni, o fonemi onomatopeici («skrt»), del tutto improvvisati, spesso privi di significato, nonché veri e propri neologismi – la DPG è stata maestra in quest’arte, coniando termini quali «Bufu», «Bibi», «Eskere» – fino all’uso di parole apocopate, in cui manca l’ultima sillaba («Quando la manda mon frére Ruben Sosa / Non tengo i piedi per te’ / Cose, cose nelle ta’ / Nella mia Spri’ / Cucaracha nella sca’ / Frate’ sembra Thoiry»,  Quentin40&Purtiano, Thoiry). La parola, in questo caso, si prostra alla melodia, il discorso si piega alla narrazione, il senso cede alla forma. Nel populismo accade più o meno la stessa cosa, la retorica, quindi la “musicalità” del discorso, la sua carica persuasiva, prevalgono sul contenuto. I rappresentati populisti, Beppe Grillo su tutti (provenendo dal cabaret), ma anche chi del populismo ha fatto uso, come Renzi o Berlusconi, spesso parlano a braccio, procedono per suggestioni, improvvisano, curvano la parola alla melodia, una parola che, esponendosi al rischio dell’improvvisazione e all’imprevedibilità, si estetizza, fa prevalere l’immagine sul contenuto. Queste parole diventano oggetti semiotici vuoti – il popolo, la gente, la nazione, la famiglia, i confini, il leader – che ognuno riempie a proprio piacimento. Questa «nebulosa di contenuto» direbbe Eco, è comune anche ai Trapper. Nell’intervista rilasciata al settimanale «Robinson», i membri della Dark Polo Gang dichiarano: «Ci piace la sintesi, abbreviare per parlare di meno. […] Ci piace la velocità, vogliamo un linguaggio veloce ed essenziale. E poi ci piace che la gente si chieda il significato di quello che diciamo e dia la sua interpretazione, ci piace questa libertà, che ognuno dia alle parole il senso che vuole».

Dark Polo Gang

Bispensiero

Il prevalere della musicalità sul contenuto, del significante sul significato genera, sia nella Trap che nel populismo, un’incoerenza concettuale che però contribuisce, più che al discredito, al loro successo. Entrambi rimescolano, assemblano, articolano incessantemente gli elementi di modo che tutto sembra poter convivere con il suo contrario, gli opposti possono coesistere, perché il senso del discorso non è mai predeterminato, e il significato sembra addirittura assente. Questa vaghezza semantica è quella che ha permesso a Renzi, come sostiene Revelli, di stare al contempo «dentro e contro il potere», alla Lega di essere secessionista e al tempo stesso sovranista, a Trump di essere un plurimiliardario e nonostante ciò di dirsi contro le “élite”. È la stessa che consente a Gemitaiz di cantare «Non sono un trapper / non sono un rapper / non sono un pusher» e a Boro Boro di scrivere «Giuro che non sono un trapper / Anche se a vedermi no non si direbbe» mentre fanno musica trap, o a tanti trapper di dichiararsi gangster, pusher, miliardari, tossici, senza essere alcuna di queste cose. La vaghezza semantica normalizza l’incoerenza, un’incoerenza che permette di essere virali, coprendo uno spazio di gradimento potenzialmente illimitato, di dire il vero e il falso rimanendo comunque credibili. Nella Trap è sufficiente dire di essere un gangster, senza esserlo, per diventarlo, così come al populista è sufficiente dire di essere contro le “élite internazionali”, per essere ritenuto tale. In entrambi i casi la credibilità non è data dalla logica interna al discorso, né da un qualche argomento o un fatto che la comprovi e la renda valida, ma dal contesto simbolico che orbita tutto intorno e che precede e riempie l’assenza di un significato stabilito in precedenza.

Genesi e escatologia, l’inizio e la fine

Trap e populismo condividono una stessa genesi, che si può riassumere nella dicotomia centro-periferia. Da un lato troviamo la narrazione di una generazione tossica, abbandonata a se stessa, cresciuta nei “blocchi” e che vuole conquistare il centro. Dall’altro un popolo ai margini della partecipazione democratica, tradito e ingannato da un imprecisato “potere dominante”, che ora vuole riprendere il potere. I contenuti sono diversi, il populismo ha degli accenti moralisteggianti, di denuncia, che la Trap non ha. Ma ciò che li accomuna è che l’appartenenza alla periferia per il trapper, o la distanza dall’istruzione, dalla cultura, dai processi decisionali per il populista non recano imbarazzo, ma sono invece ostentate. Il Trapper elogia sempre la sua comunità e i suoi luoghi di riferimento (che sono lo sfondo di tutti i suoi videoclip) e tutto quanto ha ricevuto in termini di “educazione di strada” da quel mondo. Sfera Ebbasta con Cinisello Balsamo, Tedua e la Wild Bandana con l’hinterland genovese e milanese, Achille Lauro con le borgate romane. Gli stessi populisti vantano la loro estrazione popolare, convertono l’ignoranza in valore, la semplicità analitica in autenticità. L’approccio alla vita e ai problemi, in entrambi i casi, è un approccio anti-intellettuale. Ricordiamo Jean-Marie Le Pen quando diceva: «accordiamo all’università, alla scuola, un’importanza eccessiva… La cultura non è uno scopo esclusivo, la vita, quella si, è uno scopo». Questo «prestigio regressivo» guadagnato grazie ai propri natali disagiati, e a tutto l’armamentario simbolico correlato, è il principio di legittimità, il requisito minimo del Trapper come del populista. Il negativo diventa un valore positivo. Il lato peggiore di sé diventa il migliore, il più remunerativo, il più coinvolgente, il più spendibile.

Ma ad accomunare queste due realtà è anche un’analoga escatologia. Il Trapper vuole il centro, il superlusso, le marche griffate – vuole le scarpe in edizione limitata, sì, ma pur sempre delle sneakers: vuole il centro, l’alto, ma da una prospettiva periferica, bassa. Esattamente come il populista, che dalle periferie della politica vuole insediarsi nel centro, ma senza ascendere, senza migliorare, senza istruirsi. In uno sforzo iperbolico pretende «tutto» quello che il centro gli ha tolto. Nei toni di entrambi, del populista come del trapper, c’è un ressentiment più o meno latente, che Sfera Ebbasta esprime quando canta «Saremo ricchi, ricchi per sempre», o Chiello in Revenge («Ti ho promesso prenderemo tutto, mio fratello vestito di lusso»), e Grillo quando dice «Vogliamo il 100% del Parlamento, non il 20% o 25% o 30%» (7 marzo 2013). Non importa che queste pretese siano realizzabili o meno, lo sforzo iperbolico, la credenza totalizzante e magica, è già di per sé credibile, esaurisce già lo scopo, che diventa secondario rispetto all’enunciato. E forse Sfera Ebbasta quando nei versi successivi, dopo «Saremo ricchi», dice «O forse no, vabbè fa niente, sì, vabbè fa niente», è più sincero del populista.

Immaginario

Queste due narrazioni attingono culturalmente da un stesso immaginario, hanno le stesse riserve simboliche. L’immaginario Trap è ostaggio della Retromania di cui parla Reynolds nel suo libro omonimo, e ricava la sua iconografia per lo più dagli anni ’80 e ’90: lo stesso autotune è un prodotto di quegli anni, le sonorità spesso provengono dalle pubblicità o «da vecchi videogiochi rendendole ancora più estreme, kitsch, catalettiche, decelerate». Questi due decenni sono una specie di età dell’oro a cui la Trap fa riferimento con l’utilizzo di filtri vhs o polaroid, soprattutto nei videoclip, disseminati di oggetti retro. Gli anni ’80 e ’90 sono anche il passato a cui si richiamano i populismi di matrice conservatrice, pensiamo a Trump, e ai costanti accenni alla «great America», quando esisteva una middle class e, dice sempre Reynolds, «tutti potevano comprarsi una casa, mandare i figli all’Università». La stessa Myss Keta, nell’intervista rilasciata al «Tascabile», dice che «l’epoca Mediaset è tantissimo presente nell’immaginario di Myss: la televisione italiana, Striscia la notizia, il Bagaglino, ma anche programmi come Blob, come Fuori orario. È molto buffo che il contenitore della televisione italiana sia stato così vario». È lo stesso contenitore iconografico da cui si rifornisce Salvini, quando indossa la maglietta del Milan o fa le dirette da casa con il Tapiro in bella mostra. È ancora più esplicita la Dark Polo Gang quando dice: «Ci piaceva un immaginario alla Brexit: uscire da un giro e fare il proprio business».

Disintermediazione

La Trap è, tra i generi musicali di successo, uno dei più facili a cui accedere. Si può diventare dei trapper da soli, in casa, con il computer e una connessione internet. Non c’è bisogno di una band né di sintetizzatori, bastano gli strumenti virtuali messi a disposizione da un software trovato in rete, e in fase di produzione, ora che va di moda la tendenza Lo-Fi (Low fidelity), per registrare la propria voce è sufficiente il registratore di uno smartphone, a cui poi si applica l’autotune, e 4 ore sono adeguate per buttare giù un pezzo e caricarlo su Youtube o Spotify con la speranza che incontri il favore del pubblico e diventi virale. Quella del trapper non è quindi una professione che richiede un particolare percorso, e come genere ha disintermediato tutti i corpi discografici. Non ci sono cassette, digital audio tape, o cd da inviare. Si nasce in rete, con la speranza che le visualizzazioni aumentino per poi venir cooptati (in seguito) da una grande Etichetta. Non c’è preparazione, non c’è gavetta, non c’è scuola, non ci sono concerti (quelli arrivano dopo): la Trap è un genere integralmente autodidatta e casalingo. Niente di più vicino all’interpretazione populista della politica: «I partiti sono morti, non voglio fondare un “partito”, un apparato, una struttura di intermediazione, ma dar vita a un Movimento con un programma. Chi aderisce al programma si presenta alle elezioni e chiede il voto» (dal Blog di Beppe Grillo, 4 agosto 2009). Nessuna scuola dunque, né tantomeno una formazione: la politica non è un mestiere che si impara, è sufficiente essere dei cittadini, e quindi appartenere al demos, per candidarsi e occupare cariche dirigenziali. È sufficiente iscriversi alla piattaforma del Movimento, nel caso dei 5 stelle, per partecipare alla deliberazione democratica. La dinsintermediazione è ciò che dà la spontaneità al populista, rendendolo immacolato, e ciò che soddisfa la smania trapper di presentarsi come «veri» a tutti i costi. Il dilettantismo è sinonimo di spontaneità. È il caso di Sfera Ebbasta che ha dato scandalo dichiarando di non essere intonato e di non saper rappare, poi di non conoscere i Sangue Misto, un gruppo che nei ’90 ha rivoluzionato l’hip hop italiano. Questa disposizione amatoriale è la stessa di cui si vanta la mentalità populista: «Il M5s non ha partiti, giornali, televisioni, leader, politici di professione» (Grillo, 16.2.2013).

*

Queste poche corrispondenze, tracciate qui in maniera puramente intuitiva, vorrebbero servire allo sviluppo di un ragionamento più approfondito, che non deve limitarsi a cogliere il rapporto diretto tra questi due piani, ma il grande paradigma epistemologico, politico e sociale di cui la Trap e il populismo sono i prodotti più in voga. Un paradigma che non è nato all’improvviso, dalla testa di Grillo o dai versi di qualche Trapper, ma come il risultato di un più lungo processo di compressione dell’alto e del basso, che ha stravolto il modo di pensare e di comunicare in tutti i campi – da quelli istituzionali a quelli privati e intimi. Trap e populismo sono le ultime propaggini “radicalizzate” di questo riflusso, di una nuova «ragione del mondo» di cui possiamo, attraverso un’analisi di questo tipo, intravedere il funzionamento: confusione degli elementi, disarticolazione del linguaggio, semplificazione del discorso, banalizzazione dei concetti, sottrazione di significato. Questo processo è iniziato tempo fa e sembra essere sfuggito di mano, almeno per quanto riguarda la politica, ad una classe dirigente che a forza di volersi dimostrare sempre più «pop», si è trovata di fronte a una massa populista; che credendo di poter democratizzare la cultura, aveva in realtà deculturato la democrazia, innescando una corsa al ribasso dell’offerta politica che ha portato la stessa sinistra a invitare Sfera Ebbasta (che si presentò con due Rolex al polso come segno di riscatto sociale) a cantare «Saremo ricchi» sul palco della festa dei lavoratori, il 1° Maggio. Questo involgarimento finale del sogno marxiano, ora sbiadito e impotente, è quello di una sinistra che non ha saputo gestire il confine tra «pop» e populismo, ma forse di tutto un sistema democratico che era da sempre destinato – come avevano già suggerito Platone, Tocqueville e tanti altri – a diventare populista. Un sistema in cui politica e cultura popolare, informazione e intrattenimento, comico e serio, reale e surreale si sono confusi, e che sembra aver adottato come logica la stessa che Andy Warhol, un artista che del «pop» è stato l’anima prima ancora che l’icona, attribuiva a se stesso: «la mia mente funzione come un registratore con un solo tasto: “Cancella”». Un sistema dove si ignora, per dirla sempre con le parole di Warhol, «dove finisca l’artificiale e dove cominci il reale». Trap e populismo lo ignorano più di tutti, ma forse anche noi non viviamo già così?

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