Tripoli val bene una messa

La resa dei conti tra Turchia ed Egitto in Libia.
La resa dei conti tra Turchia ed Egitto in Libia.

Nel mondo liquido del XXI secolo, e soprattutto in quel Sud del mondo cui appartiene la Libia, sembra che Polemos assista al ridimensionamento della sua signoria. Perché un tempo, ben prima che gli Stati sovrani divenissero fabbri del sistema internazionale, la guerra scolpiva regni e imperi e possedeva un’energia trasformativa, disegnando e ridisegnando confini e dando forma a entità proto-statuali. Oggi, con l’avvento delle New Wars, esistono segnali indicativi del fatto che la guerra ha perso la capacità di modellare Stati e stabilire assetti durevoli delle relazioni tra Stati

Si allunga di anno in anno la lista degli scenari di instabilità ingovernabile che affliggono centinaia di paesi a livello globale e un caso terribilmente complesso che dimostra quanto detto è la situazione della Libia, un tempo inclusa a pieno titolo nelle linee di fondo della politica estera italiana come “quarta sponda” e oggi reintrodotta in modo sporadico, forse con un senso di imbarazzo, nel dibattito pubblico e nella dialettica politica tra partiti.

Oggi che cosa è rimasto di quel paese figlio della decolonizzazione che fu monarchia e repubblica delle masse? Dalla guerra intestina tra etnie, tribù, fratellanze e gruppi armati, divisi in due coalizioni a geometrie variabili dai governi di Tripoli (GNA) e Tobruk (LNA), è nato uno Stato dimidiato che dal 2011 vive nel perenne timore a metà tra lo scenario da failed State e lo schema Siria

«La Libia si sta dividendo drammaticamente secondo i vecchi “confini mobili” del tempo precoloniale, tra Cirenaica, Tripolitania e, costeggiando il confine algerino, il suo Sud, il Fezzan, che si snoda lungo il Sahara a sud della Tripolitania sopra il Ciad e il Sudan, per risalire poi su, lungo la frontiera egiziana e dipanarsi lungo il Mediterraneo, tra Bengasi e Tripoli».

Giulio Sapelli

A manovrare le pedine restano, a distanza di più di dieci anni dall’esito drammatico delle Primavere arabe, quasi tutti i maggiori attori del Mediterraneo allargato, dalla Francia alla Turchia, dal Marocco agli Emirati Arabi Uniti, che nutrono ambizioni geopolitiche ed economiche di varia natura sul suolo di Tripolitania e Cirenaica. 

La posta in gioco è molto alta: dalle sorti di quella che agli osservatori internazionali appare ormai come nulla più che un’espressione geografica dipendono, per gli europei, la sicurezza energetica e la buona riuscita dei piani di stabilizzazione del Sahel, area segnata da migrazioni forzate, desertificazione e terrorismo islamico; ma sarebbe un errore lasciar passare in sordina, tra i protagonisti non europei della partita libica, il ruolo giocato da Turchia ed Egitto.

Nell’intervenire in Libia con la giustificazione della responsibility to protect, il trio Parigi-Londra-Roma non aveva fatto bene i calcoli sui risvolti dell’horror vacui che sarebbe stato causato dalla caduta del colonnello Gheddafi. Insieme disarticolato di tribù e gruppi armati che ribolle entro i confini dello scatolone di sabbia, la Libia finì presto nelle mire di potenze regionali affacciate sul Mediterraneo orientale

Potenze, quelle turca ed egiziana, che posseggono una conoscenza profonda delle forze storiche che governano il mosaico libico e, non a caso, hanno fatto leva, ciascuna in funzione dei propri interessi strategici, sulla divisione mai venuta meno tra Ovest ed Est. Da non trascurare è pure un’altra divisione, tra distretti del Nord e territori indomiti del Sud, tra cui spicca il Fezzan, pivot geografico tra Algeria e Libia. Evidente appare la saldatura con i più ampi equilibri nell’area del Levante.

«Non avanziamo alcuna rivendicazione sul mare o sulla terra di nessuno. Ciononostante, non ci tireremo indietro nella difesa dei nostri diritti».

Hulusi Akar, ministro degli Esteri turco

Ankara e Il Cairo si sono gettate nella mischia di una partita rischiosa e pur sempre vitale per entrambe. Partita di importanza geopolitica per ragioni differenti, di profondità strategica per l’una e di sicurezza nell’estero vicino per l’altro; di proiezione mediterranea e saheliana per l’una, oltre il limes ottomano, e di stabilizzazione della lunga e friabile frontiera occidentale e contrasto al terrorismo islamico per l’altro. 

Sullo sfondo del dossier libico si colloca la sfida turco-egiziana sul Mediterraneo orientale, combattuta a suon di prove di potenza marittima, accordi preventivi su giacimenti di gas e gasdotti, iniziative diplomatiche e abboccamenti tra movimenti e autorità religiose. Non c’è mezzo che non appaia utile in una competizione da cui dipende il prestigio dei regimi di Erdogan e al-Sisi, sulle cui relazioni pesa un passato di divergenze e riavvicinamenti, amore e odio, a partire almeno dalla sfida che il wali Muhammad‘Ali lanciò nella prima metà dell’Ottocento al Sultano di Costantinopoli. 

Luglio 2013. Non si può comprendere a fondo la natura della disputa turco-egiziana, in Libia e non solo, se non ci si sofferma sulla cesura segnata dalla vittoria della contro-rivoluzione del Consiglio Supremo delle Forze Armate, con il generale al-Sisi in testa, sui moti delle Primavere. Nella visione di politica estera sposata dall’Akp e ispirata alla dottrina Davutoglu, Erdogan si ergeva a difensore dell’onda rivoluzionaria che attraversava il mondo musulmano. 

Alla dottrina della profondità strategica era connaturata l’idea di una strategic exposure (qualcuno parla di overstretching) da cui sono derivate notevoli conseguenze: da un lato, maggiore è l’esposizione della Turchia, maggiori sono gli oneri sostenuti da Forze Armate ed economia turche; dall’altro, una Turchia coinvolta su una molteplicità di scenari può agire, volta per volta, per stabilizzare e contenere o per destabilizzare e alimentare tensioni. 

«Il messaggio di libertà diffuso da piazza Tahrir è diventato una luce di speranza per tutti gli oppressi attraverso Tripoli, Damasco e Sanaa […]. I governi devono ottenere la loro legittimità dalla volontà popolare. Questo è il fulcro della politica turca nella regione».

Recep Erdogan al Cairo Opera House nel settembre 2011

Non bastò il soft power del modello di democrazia musulmana, capace di coniugare sviluppo economico e demografico, a esaltare la reputazione internazionale della Turchia. L’ambizione neo-ottomana, coltivata attraverso alleanze flessibili con movimenti e partiti islamisti, fu frenata, soprattutto con il ritorno in forze dell’esercito egiziano in funzione antislamista nel 2013, dall’opposizione delle monarchie del Golfo, a guida saudita ed emiratina. 

Con ironia venne osservato come il graduale allontanamento diAhmet Davutoglu dall’entourage di Erdogan era dovuto a una dura battuta d’arresto dei piani fondati sulla profondità strategica: gli scenari della Siria e della Libia post-2011 generarono grande sdegno dinanzi allo scivolamento dal zero problems with neighbors al zero neighbors without problems

Iniziò, solo in seguito, ad affermarsi il mito del Mavi Vatan cui corrispose un più forte coinvolgimento nelle questioni libiche, inaugurato dal trattato tra GNA e Turchia del 2019. Coinvolgimento che non si sviluppò senza una reazione dal quartetto Egitto-Arabia Saudita-UAE-Bahrein, schierato con il generale Khalifa Haftar. Basti ricordare che Il Cairo appoggiò l’Operazione Dignity nel 2014 e ospitò Haftar ben tre volte nel solo 2016. Linea rossa stabilita dal generale al-Sisi per le ingerenze turche è l’asse Sirte-Jufra.

Giungendo all’attualità, non deve stupire se le dichiarazioni di intenti delle conferenze internazionali per la stabilizzazione della Libia sono costrette a inseguire il progressivo evolversi dei rapporti di forza sul campo. È notizia del 20 maggio che una nave container battente bandiera turca si è rifiutata di sottoporsi a un’ispezione da parte delle unità della missione IRINI, che opera ai sensi della UNSCR 2292 per garantire l’embargo sulle armi: non un caso isolato, a dimostrazione del notevole presidio imbastito da Ankara in Tripolitania in forma di appoggio militare e logistico oppure formando l’esercito del GNA.

Mentre si susseguono gli aggiornamenti su scontri a fuoco tra milizie nella capitale Tripoli e le autorità politiche, Abdulhamid Dabaiba e Fathi Bashagha in primis, stentano ad accordarsi sulle modalità delle attese elezioni nazionali, sul terreno libico risulta la presenza, a maggio 2021, di oltre 20.000 tra militari e mercenari stranieri secondo fonti ONU, inclusi centinaia di soldati e agenti turchi e russi.

Un equilibrio fragile e precario, ora minacciato dall’ultimatum lanciato da Bashagha al GNA. Si può intuire che la situazione di stallo verrà presto sbloccata da un tentativo di colpo di mano del LNA, poiché alle porte di Tripoli scalpitano colonne di mezzi militari capeggiate da Osama al Juwaili, ex direttore del dipartimento di intelligence militare, e al loro fianco operano milizie locali. 

È chiaro che ad Ankara preme di tutelare i propri affari in Tripolitania, tra cui i commerci bilaterali con Tripoli, che sonocresciuti del 43% negli ultimi due anni raggiungendo i 2,3 miliardi di dollari, gli appalti per la ricostruzione vinti da decine di società turche e la costruzione di due aeroporti affidata al campione turco nel settore. Non meno rilevanti sono le preoccupazioni del Cairo, dagli approvvigionamenti energetici al controllo del confine occidentale. 

Per queste ragioni, l’esigenza di diplomazia tra Turchia ed Egitto, nonché con le monarchie del Golfo, si fa più pressante che mai, se è vero che la Realpolitik sta avendo la meglio sulla multilateralizzazione della crisi libica. Cruciale è l’impegno richiesto alla track two diplomacy: se la Libia riuscirà ad allontanare lo spauracchio del failed State, questo potrebbe dipendere in buona misura da una risoluzione pacifica del braccio di ferro tra turchi ed egiziani.

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