Il mare degli altri

"Bazar Mediterraneo" è un viaggio nelle città della Sponda sud che ripercorre una trama affascinante per capire e comprendere luoghi, persone, storie, che ci appartengono più di quanto pensiamo e vogliamo. 

Algeri, tra ribellioni e rivoluzioni negate, Salonicco e i fantasmi del passato, Alessandria d’Egitto e la memoria, Tangeri la bizzarra, Beirut e il suo fascino fragile, Tripoli e Bengasi tra rivolte e deserto, Istanbul e la nostalgia dell’Impero… Libere associazioni che mi rimandano alle città che ho vissuto in epoche e fasi storiche diverse, e mi hanno trascinato e attirato come fossero persone amate e conosciute. Ma non è così, forse non lo sarà mai. 

Quarant’anni dopo l’inizio del mio viaggio nelle città della Sponda sud e negli scenari di guerra il Mediterraneo appare come un ampio arco di molteplici crisi incastonate una dentro l’altra: il dramma dei rifugiati nei Balcani, quello dei migranti dalla Libia, le crisi interne del Libano, della Tunisia, dell’Algeria, della Siria in particolare, sono anche crisi internazionali. I precari equilibri geostrategici, fanno di questo non soltanto un mare tempestoso ma anche ben più ampio dei suoi confini naturali e geografici. 

Nei decenni ho visto Beirut morire, risorgere e di nuovo affondare, la lunga disgregazione sanguinosa della ex Jugoslavia, l’Afghanistan in mano ai russi negli anni Ottanta, poi ai mujaheddin, quindi ai talebani, a un Occidente che nel 2021 lo ha di nuovo abbandonato agli aguzzini di prima. Ho visto l’Iraq precipitare nella guerra contro l’Iran degli anni Ottanta, nelle avventure militari di Saddam Hussein, nella guerra del 2003, che invece di esportare la democrazia ha precipitato il Paese nel caos e in mano al Califfato. Ho visto i curdi combattere e resistere strenuamente contro l’Isis a Kobane per poi essere abbandonati dagli americani al massacro dei turchi. Nel 2011 in pochi mesi ho assistito alla caduta di Ben Alì in Tunisia, Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia e le speranze di riscatto di interi popoli naufragare pochi anni dopo. Si è tentati di pensare di avere visto troppo ma non è così, il resto deve ancora venire. 

Siamo in un Mediterraneo “allargato”, dove anche le crisi dei Paesi che non si affacciano direttamente sul mare sono parte di esso: basti pensare all’Iraq, all’Iran, allo Yemen, ai rivolgimenti nel Sahel mentre la stessa fuga da Kabul degli americani ha innescato altri sommovimenti. Tutte queste situazioni hanno ripercussioni dirette e continue per i Paesi della Sponda sud, ma anche per quelli della Sponda nord, come l’Unione europea, che troppo spesso fanno finta di non vedere quello che sta accadendo intorno. 

L’ultimo periodo è stato interessato dal peggioramento dei rapporti tra Algeria e Marocco, culminato nel reciproco ritiro degli ambasciatori. Rimane accesa anche la disputa tra Egitto, Sudan ed Etiopia, che continua con la costruzione della diga sul Nilo. Le crisi interne si moltiplicano. In Algeria le elezioni del giugno 2021 hanno riconfermato l’assetto dell’Assemblea nazionale ma in un quadro di scontento generale, in Marocco il voto di settembre ha portato alla sconfitta delle forze di governo islamiste. Ancora più rilevante l’evoluzione in Tunisia, dove a seguito di numerose manifestazioni di piazza, il presidente Saied ha rimosso il Primo Ministro e sospeso l’attività̀ del Parlamento. Il contesto politico rimane molto incerto in Libia, un Paese che resta spaccato tra Tripolitania e Cirenaica, occupato da mercenari e truppe straniere. Il Libano è oggi un paese stritolato da molteplici crisi: economico-finanziaria, politica, sociale, umanitaria e infrastrutturale. Intrecciate tra di loro, queste crisi sono difficili da districare e risolvere per ragioni interne ed esterne: mai si era visto un Liba- no così impoverito e senza speranze, forse neppure ai tempi della guerra civile. In Siria, ancora sotto sanzioni internazionali, si continua a combattere nella regione meridionale di Daraa e in quella nord-occidentale di Idlib. In Yemen le possibilità di una soluzione diplomatica del conflitto rimangono remote con feroci battaglie a Marib, il governatorato centrale che ospita un milione di sfollati interni. 

Il ritiro americano dall’Afghanistan ha avuto ripercussioni in molti paesi della regione. La caduta di Kabul potrebbe avere dirette conseguenze per l’Iran, paese che da decenni ospita un’ampia comunità afghana e che rischia di essere investito da nuovi flussi di profughi. Ma la situazione afghana riguarda anche paesi interessati a estendere le proprie sfere di influenza, come Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Inoltre, la proclamazione dell’Emirato islamico afghano rischia di ispirare gruppi militanti jihadisti nel Mediterraneo allargato. La situazione pandemica rimane preoccupante in molti stati della regione dove la campagna vaccinale procede a rilento, tranne che in Israele, nelle monarchie del Golfo, Turchia e Marocco. Anche qui però, saranno da valutare la diffusione della variante Delta e gli effetti economici della pandemia. 

Forse solo pochi Paesi dell’Unione europea, con l’Italia e la Francia, oltre a Grecia e Spagna, dimostrano attenzione per quanto accade nel Mediterraneo, anche se questa attenzione è spesso focalizzata quasi soltanto sui flussi migratori. Quanto all’Europa del nord, appare come una specie di convitato di pietra concentrato soprattutto sull’Est, la crisi ucraina e i rapporti con la Russia. Come se il Mediterraneo non esistesse o fosse un incidente di percorso per fare dell’Europa una sorta di spazio autonomo da chiudere ermeticamente verso il mondo esterno. La politica estera e i problemi del Mediterraneo sembrano relegati a un ambito per pochi o per specialisti. Eppure sono stati Usa, Gran Bretagna e Francia ad attaccare nel 2011 la Libia di Gheddafi, aprendo un altro vaso di Pandora sulle sponde del Mediterraneo fino al Sahara e poi ancora più giù, nel Sahel. È lì che si combatte una guerra internazionale contro il jihadismo, dove vanno a mettere direttamente gli stivali anche gli europei. 

È una prospettiva miope lasciare che siano altri a decidere le sorti di questo mare. La guerra in Ucraina e l’annessione russa della Crimea mettono di fronte non soltanto Usa, Ue e Russia, ma vedono fronteggiarsi due attori come Mosca e Ankara che ormai da qualche anno sono protagonisti ineludibili nel Mediterraneo. Con l’ingresso di Putin nella guerra siriana nel settembre 2015, Mosca e Ankara si confrontano non solo nella provincia siriana di Idlib, ma anche in Libia e sul confine del conflitto tra Armenia e Azerbaijan. ll giro delle alleanze è vorticoso. In Siria, Putin è entrato in guerra a sostegno del regime di Bashar Assad, è alleato degli Ayatollah iraniani e degli Hezbollah libanesi, ovvero di quella Mezzaluna sciita che ha ampliato la sua sfera di influenza dal Golfo, al Mediterraneo, allo Yemen, e si è opposta ai movimenti radicali sunniti come Al Qaeda e Isis. 

L’influenza iraniana è stata un regalo degli Stati Uniti che nel 2003 attaccarono l’Iraq di Saddam Hussein, sulla scorta delle false prove che deteneva armi di distruzione di massa. La maggioranza sciita ha preso il potere e i partiti filo-iraniani sono diventati dominanti. Sia in senso negativo che positivo: non dimentichiamo che nel 2014, con la caduta a giugno di Mosul in mano al Califfato e l’esercito iracheno ormai liquefatto, furono le milizie sciite guidate dal generale iraniano Qassem Soleimani a fermare l’Isis quando ormai era a 40 chilometri dal centro di Baghdad. Poi Soleimani è stato fatto fuori dai droni americani il 3 gennaio 2020 all’aeroporto di Baghdad. Nella battaglia contro il Califfato sono entrati anche i curdi: dopo aver lasciato che Erdogan facesse passare 40mila jihadisti per abbattere Assad in Siria, gli Usa e l’Occidente hanno usato i curdi come la loro fanteria contro l’Isis. Abbandonandoli poi al loro destino e al massacro di Ankara quando Trump nell’autunno del 2019 decise di ritirare le truppe americane dal confine turco-siriano. Come si vede bene, il disastroso ritiro Usa nell’estate del 2021 a Kabul aveva un precedente nel cuore del Medio Oriente. Inutile poi fare la faccia stupita davanti alla tragedia afghana, che era stata annunciata dai negoziati con i talebani a Doha, in Qatar, e dagli eventi mediorientali. Una sorta di “caos organizzato” che ha lo scopo di tenere in perenne tensione il Mediterraneo e tutto quello che ruota intorno

Tutte queste guerre non sono ovviamente finite, come non è finito il ritiro degli americani che portano via i loro soldati dall’Iraq lasciando il posto a quelli della NATO. Anzi, i conflitti permangono, e da quasi sotterranei diventano evidenti. Basti pensare alla guerra che Israele conduce nei confronti dell’Iran: gli israeliani bombardano a ripetizione le milizie filo-iraniane in Siria e conducono con il Mossad operazioni coperte contro generali e scienziati iraniani. Israele ha un solo scopo: far saltare i negoziati sul nucleare tra Teheran e la comunità internazionale a Vienna. Il patto del 2015 tra Obama e l’Iran per togliere le sanzioni a Teheran, annullato da Trump nel 2018, non si deve ripetere, almeno nella prospettiva dello Stato ebraico. È interessante notare perché Russia e Turchia, che si fronteggiano in Libia e sulle rottemarittime del Mediterraneo, sono in realtà avversari molto particolari. La loro complicata e ambigua relazione ci dice molto sui rapporti di forza nel Mediterraneo.

Nel loro ultimo vertice del settembre 2021 a Sochi (sul Mar Nero) Erdogan e Putin hanno esordito affermando «La pace dipende da noi». L’incontro, terminato tre ore dopo senza rilasciare dichiarazioni, si era tenuto mentre nel nord-ovest siriano si registrava una recrudescenza degli scontri tra le forze di BasharAssad, sostenute da Mosca, e le milizie locali filo-Ankara arroccate nella provincia di Idlib. Erdogan teme di perdere le sue posizioni in una Siria che è sempre più vicina alla riconciliazione con il mondo arabo, visto che si è anche seduta al tavolo con le altre potenze arabe per concorrere al salvataggio energetico del Libano. 

Nel grande gioco delle parti tra Mediterraneo e Asia centrale uno degli interrogativi più frequenti è se la Turchia e la Russia sono partner o concorrenti, visto che le due potenze sono su fronti opposti in Libia, in Siria, nel Caucaso, e che Ankara vende i suoi celebrati droni a Kiev mentre Erdogan ha ribadito all’ONU «che non riconoscerà mai l’annessione della Crimea». 

Si può dire che tra Erdogan e Putin ci sia stata in questi anni un’intesa tattica che trasforma, a volte, un possibile scontro in collaborazione. Dipende dai momenti e dalle opportunità. Il collante in realtà c’è, eccome: l’ostilità storica tra Russia e Stati Uniti, la diffidenza perenne della Turchia nei confronti di Washington. 

Senza voler affondare nella storia e nelle tormentate relazioni tra Impero russo e ottomano, Ankara e Mosca hanno iniziato a sviluppare la loro intesa tattica nel luglio del 2016, dopo che venne archiviato l’incidente del 24 novembre 2015, quando i caccia F-16 turchi colpirono un bombardiere russo Sukhoi Su-24 nello spazio aereo ai confini tra la Siria e la provincia turca di Hatay. Due potenze sull’orlo di un conflitto che vengono calorosamente riavvicinate dal fallito golpe contro Erdogan del 15 luglio 2016. Putin è tra i primi a congratularsi con Erdogan per lo sventato pericolo mentre gli Usa e le potenze europee stanno zitte. Il leader russo è sempre pronto a tendere la mano a Erdogan mentre Washington diffida di Ankara, che pure è un membro storico della NATO e ospita la base Usa di Incirlik, testate nucleari comprese. Con Joe Biden alla Casa Bianca poi, l’ostilità con il leader turco è radicata. Fu proprio Biden, da vicepresidente di Obama, ad accusare Erdogan nel 2014 di essere stato responsabile dell’ascesa del Califfato in Siria e in Iraq in un discorso all’Università di Harvard. Biden si scusò, e due anni dopo fece anche un incontro con il leader turco a Istanbul. In realtà Biden sapeva di aver detto la verità ma soltanto a metà: era stata Hillary Clinton, allora segretario di Stato Usa, a incoraggiare Erdogan per facilitare l’afflusso di jihadisti in Siria contro il regime di Assad. 

Con Biden alla leadership le cose non sono andate meglio. Il presidente Usa ha fatto infuriare Erdogan quando ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno in una dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca: poco prima Erdogan aveva attaccato Biden dichiarando inaccettabile la sua intervista in cui definiva Putin un “killer”. L’ostilità è palpabile. «Le relazioni tra Turchia e Usa non promettono nulla di buono», ha detto Erdogan un giorno parlando all’inaugurazione della Casa turca a New York, dove si trovava in occasione dell’Assemblea Generale ONU. E subito Erdogan ha toccato il tasto dolente: 

«Abbiamo comprato gli F-35, pagato un miliardo e 400 milioni di dollari, e gli F-35 non ci sono stati consegnati. Questo comportamento non depone bene né per quanto riguarda i rapporti diplomatici né per le relazioni bilaterali».

Presidente Recep Tayyip Erdoğan

Ed ecco che Putin ha calato il suo asso, le batterie anti-missile S-400. Gli S-400 sono paragonabili agli Iron Dome che gli Usa hanno fornito a Israele per un miliardo di dollari.  Ed ecco il punto nevralgico della situazione, il non detto strategico della situazione. La Turchia, senza renderlo esplicito, vorrebbe coltivare una sorta di “parità strategica” con Israele, che in Medio Oriente è il capofila del Patto di Abramo con le monarchie del Golfo e di altri attori chiave del mondo arabo-musulmano. I russi sanno bene di cosa si tratta: per decenni la Siria di Hafez Assad cercò, grazie all’Unione sovietica, di raggiungere questa parità strategica con lo Stato ebraico nel tentativo di recuperare le alture del Golan perse nella guerra del 1967. Putin in questi anni in qualche modo ha fatto balenare al leader turco quella possibilità mettendo sul piatto le sue batterie in cambio di consistenti acquisti di gas russo. È così che funziona il mondo mentre l’Europa guarda l’orizzonte senza proferire sentenza, con una Germania afona in politica estera, una Francia mesta per la batosta del Patto Aukus tra Usa, Gran Bretagna e Australia, un’Italia impalpabile e un Mediterraneo che ormai è diventato il mare degli “altri”. Questo viaggio nelle città della Sponda sud ripercorre una trama affascinante per capire e comprendere luoghi, persone, storie, che ci appartengono più di quanto pensiamo e vogliamo. 


Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo l’introduzione del libro “Bazar Mediterraneo” di Alberto Negri pubblicato da GOG nel dicembre del 2021.

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