Gli echi della tempesta

La guerra è lontana, troppo lontana, e le notizie vengono relegate in seconda pagina, a lato – Aotearoa Nuova Zelanda rappresenta il limite della rilevanza mediatica, capace di non indugiare sulla tempesta che si sta abbattendo in Europa Orientale. O forse no.
La guerra è lontana, troppo lontana, e le notizie vengono relegate in seconda pagina, a lato – Aotearoa Nuova Zelanda rappresenta il limite della rilevanza mediatica, capace di non indugiare sulla tempesta che si sta abbattendo in Europa Orientale. O forse no.

I boati delle bombe arrivano smorzati in Aotearoa Nuova Zelanda. Le mille coste e le isole sono scalfite solo dagli echi internazionali della guerra in Ucraina. Il vento abbate ogni resistenza e le tempeste del Pacifico si abbattono sull’isola più a oriente di tutto il mondo occidentale. Gli starnazzi e i lamenti dei talk show italiani arrivano spuntati e non infieriscono. La nazione kiwi è il punto geografico dove, nei media, l’invasione si trasforma in una proxy war, alla pari di quelle in Medio Oriente e nella penisola arabica: una questione riguardante i profughi da accogliere, le sanzioni da imporre e le armi da inviare. «Ma noi abbiamo esperienza, salute, spirito e volontà, per difendere quello che stiamo difendendo e per assicurare in maniera permanente la sicurezza della Russia», dice Lavrov. Dietro uno schermo, le parole del ministro degli affari esteri russo rimbombano come tuoni. Le immagini nitide dei fuochi, delle bombe e delle forze armate dispiegate giungono nitide, eppure smorzate dal filtro mediatico che da prevalenza all’interesse nazionale. Gli schiamazzi da tribuna arrivano smorzati e disarmati. La lontananza permette un distacco freddo, un distacco che solo l’arguzia e l’analisi affilata riesce a penetrare.

In uno sforzo di avvicinarsi di nuovo agli altri paesi, sulla scia dell’onda lunga fine-pandemica, la Nuova Zelanda ha cambiato le sue politiche di confine. Ad oggi è possibile entrare nel paese se si è cittadini, o residenti, della Nuova Zelanda vaccinati; viaggiatori vaccinati con eccezioni di visto; o viaggiatori con un visto working-holiday. I periodi di quarantena obbligatoria sono stati sostituiti con sette giorni di isolamento volontario e previo ritorno di un test negativo. La lontananza oceanica dalle altre nazioni si è di nuovo ridotta ad un costoso viaggio di aereo – per chi può permetterselo.

Wellington è una città attuale, conglomerato urbano che vive l’attualità giorno per giorno. Emblema delle contraddizioni che abitano le capitali del XXI secolo: pronta a vedere un cambiamento repentino della sua popolazione e a mantenere intatte le forme architettoniche ex-coloniali; una città che ospita i grattacieli scintillanti dei grandi attori della finanza e assicurativi, ed esseri umani che hanno fatto della loro vita un inno alla povertà, accucciati in un cumulo di cenci ai piedi dei muti palazzi di vetro –un museo a cielo aperto che ospita monumenti e opere d’arte, quanto le feci dei piccioni ai loro piedi. L’odore purulento di novità e di nuovo che fuoriesce dalle vetrine e si riversa sui marciapiedi senza ritegno, ottura l’aria con un olezzo alieno. Il nuovo sovrabbonda e colonizza il CBD di Wellington. Connubio di grattacieli e chiese costruite in legno, ilcentro del commercio (central business district) è ciò che in Europa chiamiamo ‘centro storico’. Un centro di potere e di comando che diventerà storia in un futuro lontano. Il passato non è ancora fossilizzato in strutture secolari, ma è il presente post-coloniale a dominare. Slegato dalla vita tranquilla e impilato in cubi di vetro, l’uno sull’altro, il business impera e detta il ritmo all’architettura.

I negozi di fragranze e di vestiti eruttano odori postumani, da conservazione di ambienti. I ristoranti sfregiano e irritano tradizioni culinarie, perché una cultura del gusto kiwi è ancora da venire – troppo pronti a tutto, i kiwi non riescono ad affinare una capacità del giudizio che discerna e che discrimini. Il giudizio è ancora da venire, il tatto è tralasciato, abbandonato all’abitudine e all’ordinarietà del giorno. Una giovane di una bellezza androgina è seduto a cavalcioni su un muretto. Metà donna e metà ancora uomo. Capelli lunghi e castani raccolgono lineamenti dolci e levigati. Allegoria di un’innocenza in fiore; sereno e disteso. Un pistillo di lavanda sporge dalle turgide e piccole labbra rosee. I tri-camini di origine britannica non sputano smog, l’aria è limpida e, oltre le colline rugate, dietro le nuvole, si scorge la catena montuosa Remutaka. L’isola di Matiu giace sullo specchio del Te Whanganui-a-Tara.

I kiwi sono un popolo di arditi pescatori, impavidi cacciatori e duri costruttori. Per niente inclini a inseguire ciecamente una ricetta o una visione estera – per questo sono una nazione conservatrice. I migliori non hanno ancora deciso di estendere le loro abitudini e i loro principi: così che possano venire acquisiti e condivisi dalla popolazione. In ballo ai social media e alle frustate internazionali, la cultura kiwi è un ricettacolo di inesperti da poco. La cordialità è il principio e la fine dell’interazione sociale, e impedisce alla colonizzazione dei costumi di compiersi. Il sorriso è punto d’incontro, presentazione, regola d’ingaggio e biglietto da visita nella città assolutamente positiva di Wellington. Norma buberiana, la felicità espressa somaticamente è il simbolo della società neozelandese. L’eccezione alla norma è la regola italiana; la regola, invece, rappresenta l’eccezione al senso comune italiano. Uno stivale capovolto che riposa agli antipodi… Aotearoa Nuova Zelanda ha bandito l’acquisto di tabacco alla giovane popolazione al di sotto dei 14 anni. Implementando il piano Smokefree Aoetaroa 2025, tutte le persone nate dopo il 2008 non saranno ‘mai’ in grado di comprare legalmente tabacco. La legislazione proibizionista si appaia, in contraddizione, con i recenti referenda sulla legalizzazione della cannabis e dell’eutanasia. La conservazione e il progresso sono due forze antagoniste ma che coesistono.

Il canto karakia è il simbolo di una società in lotta, in cui due parti brandiscono il futuro e lo vogliono ostaggio dei propri voleri. Restituire dignità alla preghiera e all’inno, al canto Māori che anticipa le discussioni pubbliche, è ciò che riesce alle istituzioni pubbliche incaponite a implementare tale pratica. Eppure, il paese laico tralascia l’invasione di una azione metafisica, che inneggia al favore degli spiriti e prega per un avvenire roseo. Tra le strade del centro donne fiere del loro moko camminano al fianco di Pākehā in tailleur e completi gessati. Rifugiarsi tra i boschi di rata, faggio e kowhai, fuori dal delirio urbano, è la kiwi way. Ritrovare le radici tra le colline, dove la vita abbonda. Ascoltare il fremire entusiasta e aberrante delle cicale – cariche di una vita da spendere –; tra l’odore di muschio bagnato e le felci argentate, lontano dalle gru appollaiate sui palazzi in costruzione, segno del progresso delle metropoli del ventunesimo secolo. Sulla riviera est della capitale non giungono le voci della politica polarizzata.

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