I negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran a Islamabad sono falliti dopo circa 21 ore di colloqui. La delegazione americana, guidata dal vicepresidente JD Vance, ha lasciato il Pakistan senza accordo. Il punto dichiarato di maggiore frizione è stato il programma nucleare iraniano: Washington chiedeva un impegno netto di Teheran a rinunciare allo sviluppo di armi nucleari, mentre l’Iran ha accusato gli Stati Uniti di avanzare richieste eccessive e illegittime.
L’Iran chiedeva garanzie più ampie; gli Stati Uniti volevano prima di tutto disarmo nucleare e riapertura sicura della rotta petrolifera. Il punto non è che il negoziato sia fallito su un dettaglio tecnico, ma che abbia portato alla luce due logiche diametralmente opposte, nessuna delle quali sembra disposta a riconoscere all’altra un vero margine di compromesso. Come accade tra due persone in lite, quando ciascuna si irrigidisce nella propria posizione e nessuna accetta di arretrare, mettendo da parte l’orgoglio, il rapporto non resta sospeso: si deteriora. E, tra i due litiganti, Israele gode. Perché è stata proprio Tel Aviv a riaccendere il fronte libanese, facendo saltare quella fragile tregua che, pur tra mille ambiguità, stava lentamente prendendo forma.
Così Washington, pur di non perdere la faccia, si è spostata su una linea ancora più coercitiva. L’idea è semplice nella sua durezza: se Hormuz non può essere pienamente messo in sicurezza, allora va controllato fino in fondo, colpendo non solo l’Iran ma anche la sua capacità di commerciare attraverso il mare. L’obiettivo implicito è strangolare progressivamente l’economia della Repubblica islamica, ridurla all’asfissia strategica, privarla del margine commerciale necessario a sostenere la propria postura regionale. Ma proprio qui emerge la contraddizione americana. Gli Stati Uniti oscillano fra apertura negoziale e coercizione estrema senza riuscire a sciogliere il nodo di fondo: da un lato lasciano intendere la possibilità di un accomodamento, dall’altro tornano a puntare sulla compressione massima della capacità iraniana di commerciare e respirare.
È una tattica che può forse funzionare nel brevissimo periodo, perché aumenta la pressione su Teheran, ribadisce la superiorità marittima americana e concede a Washington tempo prezioso. Ma sul lungo termine questa linea rischia di produrre più attrito che soluzione. L’Iran ha già mostrato di non piegarsi facilmente al solo fattore economico; per soffocarlo davvero servirebbero mesi, mentre i contraccolpi sui mercati energetici e sulle economie occidentali arriverebbero molto prima. Quanto all’ipotesi di un’offensiva terrestre, resta sullo sfondo come minaccia estrema, ma sarebbe un’impresa enormemente costosa e logorante, capace di trascinare gli Stati Uniti in un’altra guerra senza sbocco. Inoltre, qui conta il fattore umano. Negli Stati Uniti cresce il disagio dentro gli apparati: aumentano le richieste di congedo, le domande per ottenere lo status di obiettore di coscienza, i segnali di sfiducia verso una guerra che una parte dei militari non percepisce come necessaria né moralmente sostenibile. Nel solo marzo 2026, i centri che assistono i soldati intenzionati a lasciare le forze armate hanno registrato un picco anomalo di nuovi casi, proprio sull’onda del conflitto con l’Iran. Se la guerra è anche un fatto antropologico, allora questo dato pesa: una parte non marginale dell’America non vuole combatterla, o quantomeno non vuole farsene carico fino in fondo.
Anche se questa pressione dovesse infine ricondurre a un nuovo negoziato, resterebbe sempre la variabile israeliana. Per Tel Aviv, ogni tregua che non coincida con la neutralizzazione piena dell’Iran rischia di apparire come una tregua concessa al nemico, più simile a una pausa da sabotare che a un equilibrio da consolidare. Se, per Israele e per i settori statunitensi che ne condividono la lettura più radicale, la questione assume anche un significato messianico/escatologico, allora la stabilizzazione non appare necessariamente come un bene. Può anzi sembrare un ostacolo, un rinvio, una sospensione del disegno che vede nell’atto finale la resa dei conti ultima. Ed è per questo che il rischio non sta solo nell’inconciliabilità fra Washington e Teheran, ma anche nel fatto che ogni equilibrio appena ricostruito possa essere spezzato da chi il caos lo cavalca e ne trae beneficio.
Da qui si apre una domanda: se la guerra non produce ordine ma soltanto attrito, se si trasforma in fardello insostenibile per Washington, dove manca persino la disponibilità umana a portarla avanti, quale strumento resta per spezzare lo stallo?
Se è vero che gli Stati Uniti non vincono un conflitto in modo netto dalla Seconda guerra mondiale, allora ogni nuova sfida alla loro potenza non investe soltanto il piano militare, ma quello dello status. Vietnam, Iraq, Afghanistan e oggi Iran sono ferite simboliche inferte alla pretesa americana di restare la potenza decisiva del sistema. In Vietnam Washington non riuscì a piegare un avversario sostenuto dall’orbita comunista e vide logorarsi la propria credibilità globale; in Iraq trasformò una campagna presentata come rapida in una lunga guerra destabilizzante; in Afghanistan, dopo vent’anni di occupazione, dovette assistere al ritorno al potere dei talebani, nel conflitto più lungo della sua storia. Anche per questo, ogni nuova crisi in cui gli Stati Uniti si impantanano viene letta dai rivali come un test della loro capacità di tenuta.

La guerra del Vietnam fu il principale conflitto indiretto della Guerra fredda, teatro in cui Stati Uniti e Unione Sovietica si misurarono senza arrivare allo scontro militare diretto, evitando così che la competizione degenerasse in una terza guerra mondiale. Washington intervenne apertamente con truppe, bombardamenti e dispiegamento massiccio di mezzi per sostenere il Vietnam del Sud; Mosca, insieme a Pechino, fornì invece al Vietnam del Nord supporto militare, logistico e finanziario. Una lotta locale per l’indipendenza e l’unificazione nazionale finì così per saldarsi alla grande contrapposizione ideologica del Novecento. Guerra fredda combattuta in forma calda. Le due superpotenze evitarono il contatto diretto perché incombeva l’equilibrio del terrore, cioè la consapevolezza che un conflitto frontale fra potenze nucleari avrebbe potuto condurre alla distruzione reciproca. Proprio per questo i teatri periferici divennero lo spazio in cui logorare il rivale, saggiare la sua tenuta, misurarne la volontà e il prestigio senza oltrepassare la soglia dell’apocalisse atomica.
Lo scontro con l’Iran funziona come teatro periferico di una competizione più vasta, nella quale a misurarsi indirettamente sono soprattutto, stavolta a ruoli invertiti, Stati Uniti e Cina, con Russia sullo sfondo ucraino. Pechino non combatte apertamente Washington, così come Mosca e Washington evitarono per decenni lo scontro diretto; ma osserva, pesa, sfrutta, lascia che l’avversario consumi risorse, attenzione e prestigio in un quadrante secondario mentre la contesa decisiva resta altrove. È una logica che richiama la Guerra fredda senza riprodurla meccanicamente: non un semplice ritorno al passato, ma una forma aggiornata di confronto indiretto.
Anche il recente ritorno americano in ambiente lunare con Artemis II va letto anzitutto in chiave geopolitica. Nonostante venga presentata come una missione scientifica e tecnologica, il suo significato reale eccede la scienza. Come già ai tempi della corsa alla Luna contro l’Unione Sovietica, lo spazio torna a essere il luogo in cui una potenza misura e mette in scena la propria superiorità sistemica. Nel 1968 Apollo 8 mostrò che Washington poteva arrivare per prima in orbita lunare con equipaggio; nel 1969 Apollo 11 trasformò quel vantaggio nell’allunaggio.
Oggi, specularmente, Artemis II serve anche a ricordare a Pechino che gli Stati Uniti intendono restare il soggetto più avanzato nella competizione spaziale del XXI secolo, così come si propone di ribadire la missione Artemis III prevista per il 2027, tappa della nuova architettura lunare americana prima del successivo ritorno con equipaggio sulla superficie del satellite previsto nel 2028.
La dimensione scientifica non è che la sovrastruttura. Nel nucleo reale figurano il prestigio e la dimostrazione del primato. I soggetti geopolitici non si limitano a inseguire vantaggi materiali. Si misurano reciprocamente, sondano la tenuta delle gerarchie, cercano di capire fin dove l’altro possa essere logorato, contraddetto, perfino umiliato. Ed è precisamente qui che la dimensione dello status torna decisiva: perché ogni guerra mal chiusa non erode solo mezzi e uomini, ma anche la rappresentazione del primato americano.
Qui la questione diventa profondamente umana. L’impero non è una pura macchina calcolatrice, ma una costruzione abitata da uomini, memorie e fantasmi. L’orgoglio, fattore spesso trascurato nell’analisi, può diventare l’elemento scatenante di quel composto instabile che è l’attuale scenario geopolitico internazionale.
Nella nostra società la parola conserva una doppia valenza: da un lato indica la giusta fierezza, il sentimento della propria dignità; dall’altro richiama la stima eccessiva di sé, l’arroganza, l’incapacità di tollerare la diminuzione del proprio rango. Anche la sua genealogia linguistica rimanda a questa ambivalenza: dal franco urgoli, ricondotto all’antico tedesco urgol, con il senso di “notevole”, “eminente”, ma nel corso del tempo ha oscillato tra la consapevolezza del proprio valore e la sua degenerazione superba. L’orgoglio è dunque insieme coscienza del proprio valore e irrigidimento davanti all’offesa.
In politica di potenza, questa ambivalenza diventa decisiva. L’orgoglio nasce dalla coscienza del proprio status e dalla paura di vederlo negato. Una collettività massimalista può accettare una perdita commerciale, può assorbire un costo economico, può negoziare una ritirata tatticapresentandola come vittoria; molto più difficilmente tollera che il mondo cominci a dubitare della sua capacità di punire chi la sfida.
L’orgoglio imperiale non coincide con la semplice vanità, ma con il bisogno di confermare davanti agli altri la propria posizione nella gerarchia. Quando questa posizione viene messa in discussione, la guerra rivela l’irrazionalità che portava già dentro.
Non si combatte più soltanto per ottenere qualcosa, ma per dimostrare di essere ancora ciò che si dice di essere. Diventa questione d’orgoglio, e l’orgoglio imperiale è spesso una faccenda interna prima ancora che esterna. Non riguarda soltanto un nemico con cui ci si confronta, che di volta in volta può assumere le sembianze dell’Iran, della Russia o della Cina; immagini su cui ci si proietta la propria crisi. Dietro queste immagini si nasconde soprattutto quella di sé da restaurare.
La ferita più profonda è quella che nasce dalla percezione della propria perdita di rango, dalla distanza fra ciò che si è stati, ciò che si pretende ancora di essere e ciò che il mondo comincia a vedere. L’orgoglio, quando viene ferito o anche solo si percepisce tale, spinge a cercare nella forza la risposta più capace di cancellare l’umiliazione, compresa quella autoinferta.
Negli ultimi giorni ci siamo avvicinati a uno dei momenti più pericolosi dell’attuale crisi mediorientale.
Quando Donald Trump ha minacciato la distruzione di “un’intera civiltà”, il riferimento non era soltanto alla consueta iperbole imperiale. Le sue parole non vanno mai lette in modo ingenuamente letterale: il suo registro oscilla spesso fra provocazione, minaccia ed eccesso. Ma proprio per questo non vanno neppure liquidate come semplice rumore. Anche quando appaiono contraddittorie, possono rivelare un clima mentale, una pulsione di fondo, una disponibilità latente all’impiego di armi più estreme. Dietro quella frase si lasciava intravedere, per chi sappia leggere tra le righe, la possibilità di spingersi fino in fondo pur di spezzare lo stallo, perfino sul piano nucleare.
Le minacce hanno intanto assolto la loro funzione più immediata: forzare l’Iran al tavolo e produrre l’illusione di una tregua. Ma il fallimento dei negoziati ha riaperto lo scenario e, con esso, le ipotesi più oscure.
Per una parte del dibattito strategico americano, la deterrenza classica ha funzionato fra Stati Uniti, Russia e Cina perché ciascuna parte ha sempre presupposto nell’altra un calcolo razionale dei costi della distruzione reciproca. Nel caso iraniano, però, la questione resta controversa. Da un lato vi è chi considera Teheran un attore razionale, e dunque deterribile; dall’altro chi teme che la combinazione di ideologia, martirio e linguaggio rivoluzionario renda il comportamento del regime meno prevedibile e più difficile da ricondurre ai codici classici della deterrenza. Ciò che inquieta Washington è ciò che potrebbe fare se disponesse di una capacità nucleare.
Che questa sia una convinzione realmente radicata nell’anima degli apparati o una costruzione retorica utile a legittimare l’impegno bellico, conta fino a un certo punto. Per l’Iran, infatti, la questione potrebbe essere molto più semplice di quanto sembri, ovvero garantirsi che un attacco come quello appena subito non possa ripetersi. Anzi, proprio l’aggressione ricevuta rischia di consolidare a Teheran la convinzione che solo il possesso della bomba possa mettere il paese al riparo da nuove aggressioni. Per Washington, questo stesso rischio rende l’obiettivo ancora più netto: impedirlo a ogni costo.
Ciò che conta davvero è l’effetto materiale che una certa percezione del pericolo può produrre nel medio periodo. Se una potenza si convince che l’avversario non risponda più ai codici consueti della deterrenza, allora anche il proprio comportamento tende a radicalizzarsi. È in questo slittamento, più psicologico che tecnico, che il conflitto può imboccare traiettorie più estreme.
Fin qui, almeno, i prossimi mesi sembrano destinati a consumarsi in una sequenza di tira e molla negoziali, sconfitte rivestite da vittorie, annunci roboanti e nessun reale traguardo all’orizzonte.
Ma che cosa accadrebbe se la guerra si prolungasse per mesi, ben oltre ogni illusione di campagna rapida? Che cosa accadrebbe se ulteriori pause pseudo-negoziali venissero nuovamente disattese, invischiando gli Stati Uniti in un conflitto logorante, costoso e privo di chiaro sbocco strategico? Del resto, quasi tutte le guerre, quando vengono presentate come brevi, pulite e gestibili, finiscono per rivelarsi molto più lunghe, opache e logoranti del previsto.
Se il confronto in Medio Oriente scivolasse in una spirale simile, Washington potrebbe ritrovarsi di fronte a un dilemma etico e strategico ad altissima tensione: fino a che punto, pur di non ammettere il fallimento, ci si può spingere nella propria discesa verso il fondo?
L’ipotesi nucleare non è un fatto imminente. È, piuttosto, l’ombra inscritta nella logica di una guerra a-strategica: un conflitto che rischia di smarrire il rapporto fra mezzi e fini e di cercare nella distruzione assoluta una via d’uscita da uno stallo che non sa più governare. Se si ragiona soltanto in termini coercitivi, l’unica soluzione per impedire davvero a Teheran di dotarsi dell’arma atomica sembrerebbe una pressione militare di intensità tale da costringerla a rinunciare.
Eppure proprio l’esito dell’offensiva mostra il limite di questa logica. Nonostante il volume dei missili impiegati e la distruzione di alcune infrastrutture, l’offensiva non ha provocato il crollo della Repubblica islamica, né ha eliminato il suo arsenale balistico o cancellato il programma nucleare. Al contrario, ha finito per ricompattare parte della società iraniana attorno al regime, mostrando una capacità di tenuta che in Occidente era stata spesso sottovalutata. Ci eravamo raccontati, attraverso le nostre stesse rappresentazioni mediatiche, un Iran ormai prossimo alla frattura definitiva; la guerra ha invece rivelato che la Repubblica islamica, pur logorata e contestata, conserva ancora risorse politiche, simboliche e nazionali sufficienti per resistere.
Ad ogni modo, Proprio perché Teheran non dispone di una capacità equivalente di rappresaglia contro il territorio americano, nei settori più radicali dell’establishment statunitense, o nella sua proiezione mediorientale ormai difficilmente controllabile, potrebbe affacciarsi la tentazione di considerare la Bomba come l’ultima scorciatoia: spezzare l’impasse, ristabilire la gerarchia, riaccreditare un primato che, a ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, appare assai meno indiscusso di un tempo.
In un’epoca in cui accade anche ciò che fino a ieri sembrava impensabile, occorre pensare l’impossibile. Non per indulgere alla vertigine dell’allarme, ma per valutarne gli effetti e ricostruirne la logica, ammesso che ve ne sia ancora una. L’analisi serve anche a questo: esplorare il limite, interrogare l’assurdo, capire quali forze ancora lo contengano e quali, invece, possano spingerlo a cedere.
Per anni abbiamo associato il rischio atomico a potenze come la Russia o a regimi come la Corea del Nord. Ma se, contro ogni aspettativa, a varcare la soglia fossero proprio coloro che fino a ieri consideravamo garanti dell’ordine?
Un simile scenario non produrrebbe una conseguenza lineare, ma una reazione diseguale e caotica dell’intero sistema. Oltre, naturalmente, alle questioni etico-morali che ciò solleverebbe, è ragionevole pensare che nemmeno i vertici militari acconsentirebbero facilmente a tale ipotesi, almeno in questo momento. Alcuni segnali recenti sembrano confermare l’esistenza di una resistenza etico-morale nelle file militari americane: non una ribellione generalizzata, né il sentimento dell’intero apparato, ma un elemento comunque significativo, perché mostra che anche dentro la macchina militare esiste una soglia morale oltre la quale una parte del personale fatica a riconoscere la legittimità dell’azione.
Secondo resoconti basati sul Center on Conscience & War, nel solo mese di marzo l’organizzazione ha preso in carico più di 80 nuovi clienti tra militari interessati all’obiezione di coscienza, quasi il doppio della sua media annuale; altri resoconti hanno parlato di un aumento del 1000% delle richieste di consulenza sull’obiezione alla GI Rights Hotline.
In un clima del genere, l’opzione estrema non appare realisticamente praticabile, a meno che le purghe e le sostituzioni operate dall’amministrazione Trump ai vertici degli apparati non producano, col tempo, condizioni tali da ridurre ulteriormente la resistenza interna e da sostituire il dissenso professionale con una catena decisionale più fedele politicamente che prudente strategicamente. In piena guerra con l’Iran, il Pentagono ha conosciuto rimozioni significative ai vertici militari, compresa quella del capo di Stato maggiore dell’Esercito e di altri generali, segnalando un rapporto sempre più conflittuale tra vertici politici e apparati militari.
Se mai lo scenario nucleare dovesse verificarsi, il sistema internazionale, ovviamente, non reagirebbe all’unisono. Si spaccherebbe lungo linee diverse e diseguali: tra chi resterebbe atterrito, chi vedrebbe precipitare in fiamme teatri di guerra già caldi e chi, nel nuovo contesto, concluderebbe che la sola sopravvivenza passa ormai dal riarmo, dall’ambiguità strategica o dalla ricerca di una deterrenza ancora più robusta.
L’Iran, del resto, difficilmente rinuncerà davvero all’ambizione di dotarsi dell’arma atomica. Dal punto di vista di Teheran, la capacità nucleare è garanzia ultima della sopravvivenza, soprattutto nella situazione attuale, segnata dall’attacco subito.
D’altra parte, ormai il mondo ha già accettato diverse realtà nucleari che un tempo sembravano inaccettabili: oltre ai classici casi di Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito, anche Israele, India, Pakistan e Corea del Nord rappresentano, ciascuno in modo diverso, deviazioni o forzature rispetto al vecchio ordine della non proliferazione. Una nuova potenza nucleare può certamente fare ancora una grande differenza, ma ormai il vecchio ordine nucleare è finito.
Durante la Guerra fredda, la paura nucleare imponeva una forma di disciplina strategica tanto agli Stati Uniti quanto all’Unione Sovietica. Sebbene il sistema internazionale non fosse composto solo da queste due potenze, l’ordine nucleare era dominato dalla logica bipolare della competizione tra Washington e Mosca. L’arma atomica apparteneva ancora a un orizzonte storico relativamente nuovo: se ne conosceva la potenza distruttiva, ma non si potevano prevedere le conseguenze politiche, strategiche, ambientali e psicologiche del suo eventuale impiego.
In quella fase, inoltre, non era ancora chiaro chi avrebbe potuto spingersi per primo oltre la soglia nucleare, né come il sistema internazionale avrebbe reagito a un simile evento. Proprio questa incertezza contribuiva a produrre cautela: la paura dell’annientamento reciproco funzionava come limite, come vincolo, come disciplina.
Oggi, invece, sappiamo che l’uso dell’arma nucleare, da parte di qualunque attore, non resterebbe confinato al campo militare, ma aprirebbe uno scenario difficilmente controllabile. La minaccia non riguarderebbe soltanto la distruzione immediata, ma anche la catena di conseguenze che nessun decisore sarebbe davvero in grado di governare. A ciò si aggiunge il peso delle incognite: ciò che non possiamo calcolare, ciò che ancora non vediamo, ma che potrebbe emergere nel momento stesso in cui una soglia del genere venisse oltrepassata.
Ma la razionalità, nelle questioni umane, non è mai del tutto scontata: può arretrare, deformarsi, cedere il passo alla paura, all’orgoglio, alla vendetta o alla semplice necessità di non apparire sconfitti.
Oggi lo scenario è più frammentato. Le armi nucleari continuano a scoraggiare una guerra totale, ma non impediscono il proliferare di guerre limitate, guerre per procura, blocchi, cyberattacchi o conflitti convenzionali. In un certo senso, l’atomica sembra fare meno paura proprio perché tutti danno per scontato che nessuno avrà davvero il coraggio di usarla.
Riconoscere che la guerra è una condizione ricorrente della storia non significa accettare passivamente l’aggravarsi della crisi. Dovrebbe costringerci a chiederci cosa significhi davvero “fare la pace” e quale tipo di pace sia concretamente possibile. Perché la pace non è sempre riconciliazione totale, ne sempre ordine condiviso da tutti allo stesso modo. Talvolta è soltanto un equilibrio provvisorio, una pace sporca tra forze ostili che hanno ancora interesse a non distruggersi.
Al contrario, lo “scenario peggiore” segnerebbe il punto in cui l’America, nel tentativo di salvare il proprio primato, finirebbe per esibirne la crisi. Il ricorso all’extrema ratio non apparirebbe come il gesto di chi domina lo scontro, ma come l’atto disperato di chi, non sapendo più ordinare il conflitto, pensa di poterne spezzare lo stallo soltanto assolutizzandone la violenza.
Come ne L’odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz, una società precipita continuando a ripetersi, per farsi coraggio, che “fin qui tutto bene”. Ma il punto non è la caduta. Il punto è l’atterraggio.