Come spesso accade quando si tratta del lavoro intellettuale, le anticipazioni e le reazioni a caldo non hanno quasi mai un valore significativo. A distanza di ormai qualche giorno dalla pubblicazione della prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, questo assioma ne esce ancora una volta sostanzialmente confermato. Poco è passato dalla pubblicazione, ma già chiunque potrebbe recitare a memoria il condensato di alcune delle caratteristiche più raccontate dai media. Si potrebbe riassumere la ricezione del documento da parte del grande pubblico (perlomeno italiano) in questo modo: Magnifica Humanitas sarebbe l’enciclica che ci si aspettava (addirittura senza ben saperlo), rappresenterebbe un intervento finalmente tempestivo della Chiesa cattolica nelle vicende più rilevanti del mondo contemporaneo, e infine proporrebbe una sorta di morale generale dell’AI, toccando qua e là alcuni punti di fondamentale importanza come il ripudio della schiavitù e della guerra.
Al contrario, ha catturato una certa attenzione l’editoriale assai critico di Matthew Walther sulle colonne del New York Times, dove l’enciclica leonina viene definita “mite ad un livello deludente”, non particolarmente “ispirata” né “centrata”. Come è ormai noto, all’inizio della sua lettera Leone XIV sceglie due immagini molto significative per rappresentare lo stato attuale del progresso tecno-scientifico: da un lato, l’episodio della Torre di Babele (Genesi 11, 1-9); dall’altro, la ricostruzione delle mura di Gerusalemme sotto la supervisione del profeta Neemia (Neemia 2-6). Questa duplice prospettiva è annunciata fin da subito nell’introduzione: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme” (n. 1).
Mentre Babele è simbolo della ricerca di un progresso prometeico, dove il risultato schiaccia la dignità dell’essere umano e quest’ultimo perde il suo volto, diventando mero tassello utile per il raggiungimento dello scopo, il caso di Neemia racconta un’altra storia:
“Il libro di Neemia, a sua volta, si apre in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (cfr Ne 1-2). Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro daricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore” (n. 8).
Interessante che l’insoddisfazione di Walther possa essere in certo modo ridotta alla sua critica proprio nei confronti dell’uso di queste immagini, in particolare della torre di Babele:
“The text begins with the arresting image of the Tower of Babel, perhaps the greatest biblical symbol of technological hubris, but seems to miss the point of the story, which is not that the tower’s builders should have been more ethical by incorporating feedback from a more disparate assemblage of stakeholders. The moral was: Don’t build it!”.
In effetti, qui Walther sembra cogliere un punto. Nessun dubbio che la costruzione di un futuro insieme debba assumere le sembianze auspicate dal Pontefice di un “edificare nel bene” (nn. 10-16).E, in questo senso, è perfettamente inserito nell’enciclica il riepilogo della tradizione che la lega alla lunga riflessione della Dottrina Sociale della Chiesa: vi sono alcuni principi, come il bene comune, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale, che non possono ammettere deroga alcuna. Ma il problema resta: sarebbe potuto esistere un modo “eticamente corretto” di edificare la torre di Babele?
Sarà utile tornare su questo punto in conclusione. Per il momento, questa chiave di lettura rimane la più corretta per approcciare Magnifica Humanitas. Nell’enciclica Leone appare assai oscillante. Da un lato, quel linguaggio conciliante e mellifluo che gli viene riconosciuto da tutti, anche da chi, come Walther, vede in questo un chiaro difetto. Dall’altro, il contenuto reale del testo, che sembra ogni volta voler assestare l’affondo decisivo salvo poi trattenere il colpo e rientrare in quella zona di comfort che è la critica moraleggiante e che tanto sa di buffetto e di incoraggiamento a fare meglio, ma la prossima volta.
Partendo dalla domanda-guida che regge tutta l’enciclica, il Pontefice si chiede: l’innovazione – in sé stessa, ma soprattutto per come è intesa oggi – contribuisce realmente “a far crescere persone e popoli in umanità e fraternità, nel rispetto della Casa comune e delle generazioni future?” (n. 85). Allo stato attuale delle cose, sembra difficile a Leone fornire una risposta univoca a questo dubbio, anche se le criticità sono tali e di tale portata da far propendere per la necessità di un “discernimento morale e sociale”, perché si “custodisca il primato della persona”. La guida dell’innovazione, in sostanza, deve rimanere appannaggio dell’intelligenza umana, capace di stabilirne i limiti tramite libertà e coscienza (n. 97).
Dopodiché, tuttavia, ogni passaggio che Leone dedica all’approfondimento di uno dei tanti ambiti ormai interessati dall’avvento dell’AI, è contrassegnato da una profonda e serrata critica. Per quanto riguarda l’orizzonte (obiettivamente impensabile, anche solo pochi anni fa) aperto dall’uso personale dei mezzi, che peraltro potrebbe sembrare il più innocuo almeno a livello delle conseguenze su larga scala, il Pontefice sceglie di spendere parole assai preoccupate sulla “facilità di ottenere il risultato” e sulla falsa “impressione di oggettività” che questo risultato porta con sé. Il tutto, nell’inganno non infrequente della “simulazione della comunicazione umana” da parte dei chatbot (n. 100). Ma nemmeno passando all’utilizzo sociale e condiviso dell’Intelligenza Artificiale le cose migliorano granché. Se una rapida battuta è dedicata ai “vantaggi in termini di efficienza” e alle “potenzialità di miglioramento” che l’AI porta con sé, questi sono “evidenti” ma – forse per la loro supposta “evidenza”? – mai esplicitati.

Ciò che è assai esplicito, invece, è un lungo elenco degli effetti dannosi che l’AI comporta per l’ambiente (la “Casa comune”), la sicurezza, la privacy e la trasparenza, il lavoro, la protezione della verità nelle comunicazioni, la postura sempre più bellicistica degli attori mondiali, la democrazia stessa. L’elenco è davvero lungo. Ma non si tratta solo di osservare e puntare il dito contro le conseguenze visibili di un fenomeno tanto problematico. Leone XIV si spinge a considerare da dove provenga la crisi generata dall’avvento dell’AI. In questo contesto si colloca la critica del Pontefice ai “presupposti culturali” della rivoluzione digitale, e in particolare alle correnti di pensiero che vanno sotto le etichette di “postumanesimo” e “transumanesimo”. Non è questo il momento per entrare nei dettagli, però è significativo andare al cuore della questione. Per Leone, il problema è rappresentato dal concepire l’imperfezione e il limite umano come un problema da superare ad ogni costo. Al contrario, scrive il Pontefice, “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite” (n. 118). Ciò che resta non esplicitato, pur emergendo chiaramente tra le righe, è il dubbio su quanto questo concetto problematico di limite (e di essere umano) sia intrinseco agli sviluppi dell’AI.
Tuttavia, l’affondo non arriva mai. In questo senso, è vero che Leone cerca di rimanere conciliante. Il papa elenca i problemi, punta il dito verso i “corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso di calcolo non si interrompa” (n. 173) – non proprio parole tenere o prive di forza. Riguardo all’applicazione delle tecnologie di AI nell’industria bellica, Leone parla della necessità dei “più rigorosi vincoli etici” (n. 197), pur avendo aspramente criticato, in più punti dello stesso documento, la Realpolitik che fa da sfondo alla logica della deterrenza. Ora, se è piuttosto ingenuo immaginare un regresso nella corsa agli armamenti che caratterizza l’attuale momento storico, non è chiaro cosa di meglio si possa sperare di ottenere se non una limitazione delle impressionanti possibilità aperte dall’utilizzo dell’AI nella gestione degli armamenti nucleari. La deterrenza, in questo senso, è già un’importante limitazione ed è assai improbabile che Leone non ne sia al corrente.
Che debba esserci un ulteriore livello di comprensione del linguaggio e del testo dell’enciclica lo si evince anche da un ultimo esempio. Per quanto riguarda le applicazioni dell’AI, l’aspetto forse più digeribile per il grande pubblico è rappresentato dalla convinzione piuttosto diffusa che tramite lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si possano ottenere importanti benefici a livello medico su larga scala. Questo è l’unico aspetto su cui nel dibattito pubblico non sembrano addensarsi mai ombre. Se andiamo ad analizzare il trattamento riservato da Leone all’argomento, non possiamo che restare stupiti. Le uniche volte in cui viene fatto riferimento a tali progressi, il contesto è decisamente cupo: il desiderio prometeico di sviluppare tecniche per il superamento del limite umano (n. 116) e l’amara constatazione che, anche in questo campo, ogni conquista si sta trasformando in un mezzo per ampliare il divario tra chi già può contare su un’assistenza di ottimo livello e chi, al contrario, è semplicemente destinato a rimanere sempre più indietro (n. 161).
Senza considerare le osservazioni tutt’altro che benevole sulla libertà economica, le modalità lesive della dignità umana intraprese nella corsa allo sviluppo tecnologico e la generale mancanza di imputabilità per chi sbaglia, mi pare che i toni siano decisamente diversi rispetto al messaggio sull’etica dell’intelligenza artificiale recentemente indirizzato ai partecipanti del Builders AI Forum (2025). Ciò che in realtà emerge dalla Magnifica Humanitas è un messaggio piuttosto inquietante. La domanda inespressa, ma che sembra riecheggiare in ogni paragrafo dell’enciclica (persino nei più difficili da superare, quando curiose citazioni cercano di sostenere un linguaggio a tratti esasperante) è delle più cruciali: esiste una via cristiana all’intelligenza artificiale? In questo senso, Walther coglie nel segno: stando al testo biblico, la torre di Babele non doveva esistere. Le due immagini, la torre di Babele e le mura di Gerusalemme, non sono speculari: da un lato, abbiamo una torre il cui stesso progetto è intrinsecamente disordinato; dall’altro, abbiamo una costruzione possibile, la cui buona riuscita interpella la libertà e la responsabilità umana. Poiché sarebbe abbastanza curioso dubitare della sottigliezza esegetica del Papa, l’alternativa è assai più stimolante di tutte le piatte analisi lette finora: o il grande progetto dell’AI è una torre di Babele, e allora è destinato non soltanto a fallire, ma a trascinare con sé nel suo fallimento molte vite e sofferenze umane; oppure è un progetto percorribile, il cui esito dipende dalla buona volontà dell’essere umano. Purtroppo, fornire la risposta rimane un compito esclusivo del lettore.