OGGETTO: Che cosa sono i cloud
DATA: 25 Maggio 2026
SEZIONE: Tecnologia
Per trent'anni il digitale si è venduto come smaterializzazione: lessico etereo, estetica aerea, promessa di un sapere svincolato dalla gravità. Ma tutto solo per nascondere ciò che era in realtà: capannoni di cemento armato, cavi sul fondo del Mar Rosso, terre rare estratte in pochi paesi. Il 5 maggio l'ONU ha ammesso per la prima volta che il modello stesso ha raggiunto un limite. Due giorni dopo, un surriscaldamento negli USA ha mandato offline centocinquanta servizi in cascata. La concentrazione non è più negoziabile: si consolida per inerzia e si interrompe per esposizione.
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Topografia del mondo iperuranico, crocevia celestiale per titani, l’internet non può più evadere la domanda, assiale e di analogia pasoliniana, “che cosa sono i Cloud?”. Per trent’anni il digitale si è nutrito di una narrazione della smaterializzazione, scegliendo accuratamente un lessico etereo (cloud, virtuale, rete, etere) che suggeriva un superamento dell’attrito e della viscosità, in una sintesi estetica che culmina con il Frutiger Aero degli anni Zero e che pare destinato a tornare in una rinnovata veste dark più consona ai tempi. La promessa, mai esplicita del tutto, era che il sapere, lo scambio, il calcolo, il denaro stesso, avessero finalmente trovato un piano di esistenza svincolato dall’ingombro gravitazionale, fino a farsi intelligenza angelica. Il digitale, del resto, lungi dallo smaterializzare, propende verso la concentrazione, segnatamente dei dispositivi infrastrutturali moltiplicandone il valore concatenante, proiettando sul mondo i rapporti di un’intelaiatura regolatrice. Quello che chiamiamo “cloud” è acciaio, rame, silicio, cemento armato; consuma energia e richiede ingenti quantitativi di acqua per il raffreddamento. La nuvola, allora, è una entità geologica, fatta di promontori (i server) e di arterie (i cavi).

Il 5 maggio 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di catastrofi, in collaborazione con l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni e con la Paris School of International Affairs di Sciences Po, ha pubblicato un rapporto che parla esplicitamente di “catastrofi digitali”: failure sistemiche capaci di propagarsi orizzontalmente tra le intelaiature di energia, telecomunicazioni, logistica, pagamenti e infrastrutture critiche. Il documento individua quattro aree-chiave su cui poggia l’intero edificio digitale globale: reti elettriche, cavi sottomarini, satelliti, data center. I cavi sottomarini, ad esempio, trasportano oltre il 99% del traffico internet globale: un loro danneggiamento, scrive l’ONU, può isolare intere regioni per settimane. Quella concentrazione è il risultato di scelte di ingegneria, di mercato, di geopolitica che hanno progressivamente convogliato lo scheletro nervoso del pianeta in poche dorsali sottomarine: il Mar Rosso, lo stretto di Malacca, il canale di Suez, in parte lo stesso golfo di Sicilia, il Mediterraneo orientale.

Come se la coincidenza fosse stata orchestrata per dimostrare il punto, nelle stesse ore in cui il rapporto veniva discusso sulla stampa internazionale, il sistema globale offriva una sua piccola conferma. Il 7 e l’8 maggio, AWS US-East-1, regione di Northern Virginia: un singolo data center si è surriscaldato (un “evento termico”, secondo il bollettino ufficiale), e oltre centocinquanta servizi cloud sono andati offline a cascata. FanDuel, Riot Games, Signal, Garmin Connect, Capital One, Trello, Epic Games, Moodle, Wattpad. Quel che il marketing chiama “cloud”, in US-East-1, è la contea di Loudoun in Virginia: circa duecento edifici, quasi cinquanta milioni di piedi quadrati di data center in operazione. Northern Virginia, con Loudoun al suo cuore, dispone oggi di circa cinquemila megawatt di capacità installata, popolata da capannoni grigi di cemento armato, alti fino a trenta metri, senza finestre, affiancati da sottostazioni elettriche imponenti e che condividono la stessa rete elettrica regionale. La regione Us-East-1 è la più anziana di AWS ed è da anni riconosciuta come la meno affidabile dell’azienda, senza tuttavia che nessuno si faccia carico dell’onere di una, costosa, migrazione. L’inerzia della concentrazione, in questi sistemi, è regolarmente più forte della consapevolezza della fragilità. Solo tra agosto 2024 e agosto 2025 i tre principali hyperscaler, ossia AWS, Azure e Google Cloud, hanno totalizzato insieme oltre cento interruzioni di servizio.

L’Italia, a sua volta, è particolarmente vulnerabile a questa grammatica della concentrazione. Il Rapporto Clusit 2026 ha registrato nel paese una crescita del 42% degli incidenti cyber gravi rispetto all’anno precedente, con il comparto trasporti e logistica cresciuto del 134,6% e il manifatturiero al 12,6% del totale nazionale. Quelle di energia, materiali critici, cloud computing, telecomunicazioni e logistica industriale non sono crisi separate, quanto declinazioni in differenti linguaggi tecnici di una stessa logica strutturale.

Per vent’anni il paradigma economico dominante è stato quello dell’ottimizzazione: centralizzazione, just-in-time, outsourcing, compressione sistematica delle ridondanze. Una parte di ciò che è stato chiamato “ottimizzazione” era tuttavia, semplicemente, una diversa distribuzione della vulnerabilità: le ridondanze, la cui soppressione il bilancio classificava come riduzione degli sprechi, erano in realtà stabilizzatori invisibili, ammortizzatori che assorbivano gli shock prima che si propagassero. Ora che la riserva non c’è più, ogni singolo evento (un surriscaldamento, un giacimento offline, un cavo sottomarino tranciato) può propagarsi senza incontrare resistenza.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

C’è poi un meccanismo culturale parallelo che ha reso questa traiettoria non solo accettabile ma desiderabile: la gamificazione dell’esperienza tecnica. Ogni interazione con i sistemi digitali produce un feedback immediato (dashboard verdi, badge di compliance, notifiche di obiettivo raggiunto, ranking di performance) che il lavoro analogico, per sua natura, non può produrre. Per vent’anni sono stati premiati e incentivati attivamente i comportamenti misurabili dentro il sistema e silenziosamente penalizzato tutto ciò che il sistema non vede, i super-intangibles: saper improvvisare, ricordare procedure a memoria, decidere senza dashboard, mantenere competenza analogica residua. La gamificazione opera così come un anestetico sulla percezione del rischio: ogni layer di dipendenza viene vestito da progresso, da achievement. La centralizzazione, più che subìta, è stata desiderata, perché il sistema produce ricompense continue che rinforzano la dipendenza. Quando l’ONU raccomanda di “mantenere capacità di backup analogiche”, in realtà sta dicendo che il modello gamificato della modernità tecnica ha eroso anche le competenze che servirebbero a sopravvivere alla sua interruzione.

Vale la pena notare che il rapporto ONU non si limita all’allarme. Delinea sei priorità operative: approfondimento della conoscenza, attraverso identificazione delle vulnerabilità, mappatura delle dipendenze cross-settoriali, modellazione delle reazioni a catena e mantenimento delle competenze analogiche; ammodernamento del risk management, trattando le disruption digitali non intenzionali come rischio core, con conseguente aggiornamento dei framework legali e degli incentivi; rafforzamento di standard e pianificazione, mediante sistemi di fallback robusti e scenario planning multi-settoriale congiunto; coordinamento proattivo sui rischi critici ad alto impatto relativi a space weather, cavi sottomarini, satelliti e data center; costruzione di resilienza sociale, mettendo comunità e organizzazioni in condizione di assorbire e recuperare dalle interruzioni digitali attraverso capacità adattive; promozione di fiducia e collaborazione, con awareness situazionale condivisa e accountability cross-settoriale tra attori pubblici e privati. È la prima volta che un organismo internazionale di quel rango formula in modo esplicito un programma di degradazione controllata del paradigma digitale dominante. È l’ammissione del fatto che il paradigma stesso abbia raggiunto un limite oltre il quale la sua manutenzione richiederebbe di reintrodurre proprio ciò che aveva promesso di superare.

I cloud sono capannoni di cemento nella contea di Loudoun, dorsali in fibra ottica posate sul fondo del Mar Rosso, satelliti in orbite contese, terre rare estratte in pochi paesi e raffinate in pochissimi altri, secondo un dominio semi-monopolistico, reti elettriche regionali che reggono carichi pensati per un regime di domanda ormai obsoleto. Il virtuale si è già preso il reale (governance, sanità, finanza, logistica, mercati, in attesa di conoscere gli esiti della rivoluzione AI), ma il virtuale è pur sempre materia, perlomeno nel suo sostrato, e ne incorpora i conseguenti limiti termici, geografici, geopolitici, energetici. La smaterializzazione era piuttosto un’illusione contabile, laddove l’efficienza guadagnata è stata pagata in fragilità. Prima del monitoraggio delle variabili stocastiche di attacco o della più generica weaponizzazione delle infrastrutture secondo le logiche di hybrid warfare, è opportuno mappare la rigida geometria delle dipendenze. La concentrazione, una volta installata, non è più negoziabile; si consolida per inerzia e si interrompe per esposizione strutturale a eventi esogeni ed endogeni. L’equilibrio punteggiato di linearità e destabilizzazione non ammette più, oltre un certo limite, lo spazio intermedio, e tipicamente umano, della deliberazione.

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