Il paradosso di Écône

I lefebvriani riconoscono il Papa, ma ritengono possibile disobbedirgli quando le sue decisioni contraddicono la Tradizione. Le consacrazioni del 1988 e del 2026 sono tentativi di richiamare la Chiesa alle proprie origini, accettando il rischio dello scisma in nome di uno scopo ritenuto più alto. Écône resta un bastione contraddittorio della Tradizione, il cui obiettivo è ricordare a Roma che un’apertura senza limite può finire per distruggere ciò che vorrebbe preservare.

Effetto Sigonella

Il non-accordo tra Stati Uniti e Iran e l’alterco tra Meloni e Trump sono due manifestazioni, su scale diverse, della medesima crisi dell’egemonia americana. Il primo mostra l’incapacità di Washington di ristabilire l’ordine che pretende di garantire; il secondo certifica che gli Stati Uniti non intendono affatto abbandonare il continente, ma faticano ormai a far valere la gerarchia atlantica con la naturalezza di un tempo. Le letture superficiali offerte dalla cronaca in tempo reale alimentano soltanto la confusione e aggravano l’inconsapevolezza degli italiani, riducendo a schermaglia personale ciò che invece riguarda la struttura profonda del rapporto tra Roma e Washington.

Il grido dei figli dimenticati

Negli scorsi giorni, a Belfast, è rimontata una rabbia a lungo compressa sotto la superficie della convivenza imposta dal catechismo progressista. Là dove ciò che era stato presentato come soluzione universale – compensazione demografica attraverso l’accoglienza indiscriminata via forzato linguaggio inclusivo – si rovescia nel suo contrario: abbandono, paura, territori consegnati a una barbarie quotidiana. Dove i costumi si corrompono e avanzano le pretese degli allogeni, cresce la rabbia dei dimenticati. Belfast è monito per tutto l’Euro-continente.

Lettere aperte, porte chiuse

La lettera di Zelensky serve a mostrare apparente disponibilità alla pace, a togliere argomenti agli americani che accusano Kyiv di voler prolungare la guerra, a parlare ai russi sopra la testa di Putin e a convincere gli occidentali che l’Ucraina può ancora far male. Letta da Mosca, non appare come una mano tesa, ma come una provocazione pubblica. Se lo scopo è una pace reale - non giusta - serve rovesciare i paradigmi che in quasi cinque anni hanno prodotto soprattutto un fallimento collettivo. Non si può pretendere che la parola parta sempre dagli altri. Può e deve cominciare anche da noi. Se la linea seguita non ha portato alla vittoria, né alla pace, né a un equilibrio più stabile, insistere è ottusità.

Palantir è uno specchio

Il manifesto di Palantir spaventa perché non nasconde la propria natura: dice che il mondo è fatto di potenze, nemici e infrastrutture critiche, e che la neutralità tecnologica è una maschera. Mentre l'Occidente lo demonizza come minaccia autoritaria, accetta con minore turbamento che apparati pubblici disciplinino linguaggio e dissenso. La vera domanda non è se sia giusto costruire armi basate sull'AI: verranno costruite comunque. La domanda è chi lo farà e per quale scopo.

L'Impero sotto nessun cielo

Se Trump tenta di piegare il linguaggio religioso alla legittimazione della guerra, la Santa Sede prova a opporvi un contrappeso morale. Ma ridurre questa tensione a un semplice dissidio fra un presidente e un pontefice significherebbe mancarne il senso storico. In filigrana riemerge una nuova lotta per le investiture, un rinnovato conflitto tra papato e impero, in cui la pretesa del potere politico non è più solo governare il mondo, ma anche consacrarsi moralmente per farlo. Di contro, Roma prova a opporre un contrappeso, nel tentativo di arginare la saldatura tra guerra e sacro, e di contenere l’entropia del caos globale.

Hormuz è una questione mediterranea

Nel Medio Oriente acceso dal triangolo di fuoco composto da Stati Uniti, Israele e Iran, l’Italia deve fare la propria parte per preservare il suo interesse nazionale. La visita di Rubio riapre per Roma la possibilità di proporsi come terreno diplomatico della crisi. Per l’Italia, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Mediterraneo appartengono allo stesso apparato circolatorio: se gli stretti si chiudono, noi soffochiamo dentro il Mare nostrum. La pace ci serve per evitare l’asfissia.

Non fare nulla e vincere

Nella terza guerra mondiale a pezzi, i cui frammenti si richiamano e si saldano l’uno all’altro, la Cina offre a Taiwan una pace con la pistola sotto il tavolo, valida solo finché le condizioni della riunificazione le decide la madrepatria, che resta “pacifica” soltanto se a stabilirne tempi, forme e limiti è Pechino. Intanto Washington, nonostante l’impegno in Medio Oriente, continua ad armare la deterrenza di Taiwan, che non appare affatto un corpo docile da traviare per l’Impero del Cielo. Vale la lezione di Sunzi: piegare l’avversario prima ancora della battaglia.

Quanto è profondo l'abisso

Il fallimento del negoziato tra Stati Uniti e Iran riapre il buio dell’incertezza, dove ogni scenario resta aperto e il conflitto può slittare dal semplice stallo all’incubo. La crisi mediorientale richiama una logica da Guerra fredda a ruoli invertiti, con Pechino al posto di Mosca, dove anche la ritrovata corsa americana allo spazio è una dimostrazione di superiorità davanti al rivale principale. Fattore più profondo resta l’orgoglio, o del bisogno statunitense di confermare il proprio status quando l’autostima vacilla.

La via per l'Armageddon

La guerra contro l’Iran viene presentata pubblicamente come una scelta finalizzata a contenere il suo programma nucleare e, indirettamente, indebolire la Cina. Ma questa non è l’unica dimensione in gioco. In una parte rilevante della società americana, il Medio Oriente è letto attraverso una griglia escatologica che lega Israele, Armageddon e il ritorno di Cristo.

Separare le carriere è cosa giusta

Dall’ideale platonico alla ragion di Stato machiavelliana, la questione resta la stessa: come costruire un sistema giusto in una realtà imperfetta. Il referendum diventa così un passaggio per riflettere su terzietà, fiducia pubblica e assetto dei poteri.

Bomba o non bomba

Di fronte all’Iran si impone un dilemma: agire o non agire. È facile immaginare il susseguirsi di valutazioni, simulazioni e contro-simulazioni nelle stanze riservate degli apparati statunitensi, dove ogni opzione viene soppesata in base ai costi, ai rischi e alle conseguenze indirette. Nel mosaico della rivoluzione globale non poteva mancare il ritorno del dossier iraniano.
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