Tutti contro il 44%

La vittoria dell'Alternative für Deutschland (AfD) nella Sassonia-Anhalt non costituisce più soltanto una protesta circoscritta alla Germania orientale. Il muro edificato per contenerla non riesce più a impedirle di conquistare una legittimazione elettorale di massa. Tra gli accordi di palazzo, l’inquisizione morale e burocratica del vecchio potere, emerge una Germania profonda che pretende di ridisegnare il futuro della nazione. Il valzer dei perdenti sta per cominciare.

Una guerra che serve a tutti

Mentre i Volenterosi si riarmano, gli americani tentano di riaprire i canali diplomatici con Mosca. I più furbi si espongono fino quasi a confondere la tutela dell’interesse nazionale con il protagonismo. L’Italia, sulla carta in guerra con nessuno, nel disordine generale si muove meglio degli altri. Roma insegna la tattica dell’ambiguità, restando dentro senza mostrarsi troppo ed esponendosi quel tanto che basta nel tentativo di districarsi in un conflitto che nessuno sembra ormai capace di governare.

Immigrazione, accettazione, collasso

Ceuta è il luogo in cui il continente europeo misura la propria capacità di difendersi. La recente crisi mostra ancora una volta come l’immigrazione possa essere trasformata in un’arma asimmetrica: pressione demografica, ricatto geopolitico, saturazione delle strutture di sicurezza e sfruttamento dei vincoli giuridici e del moralismo politico europeo. Mentre Rabat converte i flussi in strumento di potenza e Madrid paga il prezzo della propria debolezza ideologica, l’Italia tenta una risposta preventiva, ma parziale. La vera questione è se il continente europeo possieda ancora la volontà di difendere sé stesso.

L'interesse europeo è un tabù

I paesi europei guardano a Est per non guardarsi dentro. La Russia è il nemico perfetto: abbastanza concreta da giustificare il riarmo, abbastanza esterna da accogliere la proiezione di fallimenti maturati altrove. Più agevole prepararsi alla guerra che rivedere i propri schemi mentali. La non-minaccia russa ricompatta in superficie ciò che si disgrega nel sottosuolo europeo: guerra fuori per non nominare il conflitto dentro. In questa contraddizione si colloca l’immigrazione: tabù innominabile, tema che non può essere affrontato senza il rischio di essere etichettati come nostalgici di un passato che non trova pace. Ma ciò che viene ignorato si incancrenisce.

Il paradosso di Écône

I lefebvriani riconoscono il Papa, ma ritengono possibile disobbedirgli quando le sue decisioni contraddicono la Tradizione. Le consacrazioni del 1988 e del 2026 sono tentativi di richiamare la Chiesa alle proprie origini, accettando il rischio dello scisma in nome di uno scopo ritenuto più alto. Écône resta un bastione contraddittorio della Tradizione, il cui obiettivo è ricordare a Roma che un’apertura senza limite può finire per distruggere ciò che vorrebbe preservare.

Effetto Sigonella

Il non-accordo tra Stati Uniti e Iran e l’alterco tra Meloni e Trump sono due manifestazioni, su scale diverse, della medesima crisi dell’egemonia americana. Il primo mostra l’incapacità di Washington di ristabilire l’ordine che pretende di garantire; il secondo certifica che gli Stati Uniti non intendono affatto abbandonare il continente, ma faticano ormai a far valere la gerarchia atlantica con la naturalezza di un tempo. Le letture superficiali offerte dalla cronaca in tempo reale alimentano soltanto la confusione e aggravano l’inconsapevolezza degli italiani, riducendo a schermaglia personale ciò che invece riguarda la struttura profonda del rapporto tra Roma e Washington.

Il grido dei figli dimenticati

Negli scorsi giorni, a Belfast, è rimontata una rabbia a lungo compressa sotto la superficie della convivenza imposta dal catechismo progressista. Là dove ciò che era stato presentato come soluzione universale – compensazione demografica attraverso l’accoglienza indiscriminata via forzato linguaggio inclusivo – si rovescia nel suo contrario: abbandono, paura, territori consegnati a una barbarie quotidiana. Dove i costumi si corrompono e avanzano le pretese degli allogeni, cresce la rabbia dei dimenticati. Belfast è monito per tutto l’Euro-continente.

Lettere aperte, porte chiuse

La lettera di Zelensky serve a mostrare apparente disponibilità alla pace, a togliere argomenti agli americani che accusano Kyiv di voler prolungare la guerra, a parlare ai russi sopra la testa di Putin e a convincere gli occidentali che l’Ucraina può ancora far male. Letta da Mosca, non appare come una mano tesa, ma come una provocazione pubblica. Se lo scopo è una pace reale - non giusta - serve rovesciare i paradigmi che in quasi cinque anni hanno prodotto soprattutto un fallimento collettivo. Non si può pretendere che la parola parta sempre dagli altri. Può e deve cominciare anche da noi. Se la linea seguita non ha portato alla vittoria, né alla pace, né a un equilibrio più stabile, insistere è ottusità.

Palantir è uno specchio

Il manifesto di Palantir spaventa perché non nasconde la propria natura: dice che il mondo è fatto di potenze, nemici e infrastrutture critiche, e che la neutralità tecnologica è una maschera. Mentre l'Occidente lo demonizza come minaccia autoritaria, accetta con minore turbamento che apparati pubblici disciplinino linguaggio e dissenso. La vera domanda non è se sia giusto costruire armi basate sull'AI: verranno costruite comunque. La domanda è chi lo farà e per quale scopo.

L'Impero sotto nessun cielo

Se Trump tenta di piegare il linguaggio religioso alla legittimazione della guerra, la Santa Sede prova a opporvi un contrappeso morale. Ma ridurre questa tensione a un semplice dissidio fra un presidente e un pontefice significherebbe mancarne il senso storico. In filigrana riemerge una nuova lotta per le investiture, un rinnovato conflitto tra papato e impero, in cui la pretesa del potere politico non è più solo governare il mondo, ma anche consacrarsi moralmente per farlo. Di contro, Roma prova a opporre un contrappeso, nel tentativo di arginare la saldatura tra guerra e sacro, e di contenere l’entropia del caos globale.

Hormuz è una questione mediterranea

Nel Medio Oriente acceso dal triangolo di fuoco composto da Stati Uniti, Israele e Iran, l’Italia deve fare la propria parte per preservare il suo interesse nazionale. La visita di Rubio riapre per Roma la possibilità di proporsi come terreno diplomatico della crisi. Per l’Italia, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Mediterraneo appartengono allo stesso apparato circolatorio: se gli stretti si chiudono, noi soffochiamo dentro il Mare nostrum. La pace ci serve per evitare l’asfissia.

Non fare nulla e vincere

Nella terza guerra mondiale a pezzi, i cui frammenti si richiamano e si saldano l’uno all’altro, la Cina offre a Taiwan una pace con la pistola sotto il tavolo, valida solo finché le condizioni della riunificazione le decide la madrepatria, che resta “pacifica” soltanto se a stabilirne tempi, forme e limiti è Pechino. Intanto Washington, nonostante l’impegno in Medio Oriente, continua ad armare la deterrenza di Taiwan, che non appare affatto un corpo docile da traviare per l’Impero del Cielo. Vale la lezione di Sunzi: piegare l’avversario prima ancora della battaglia.
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