OGGETTO: Separare le carriere è cosa giusta
DATA: 24 Febbraio 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
Dall’ideale platonico alla ragion di Stato machiavelliana, la questione resta la stessa: come costruire un sistema giusto in una realtà imperfetta. Il referendum diventa così un passaggio per riflettere su terzietà, fiducia pubblica e assetto dei poteri.
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Platone, nella Repubblica, mette in scena una tensione che continua a parlarci: da un lato l’idea brutale che la giustizia sia semplicemente “l’utile del più forte”; dall’altro la ricerca di un criterio più alto, capace di tenere insieme giustizia, ordine e bene comune. Da questa tensione prende forma una concezione profondamente morale, secondo cui essere giusti significa aderire alla propria natura, alla propria disposizione, a ciò per cui si è davvero portati. È un principio che vale tanto sul piano individuale quanto su quello sociale: l’uomo è ingiusto quando tradisce ciò che è, mentre una società è più giusta quando ciascuno può svolgere la funzione per cui è predisposto, trovando un posto ordinato nel tutto.

Ma proprio qui emerge il limite, cioè il punto in cui la “città ideale” si scontra con il quotidiano. Perché non tutti riescono a seguire questa “natura”: c’è l’inconsapevolezza, ci sono gli squilibri sociali, gli impedimenti economici, le diseguaglianze e mille ostacoli concreti. Il principio, per quanto alto, non risponde alle nostre esigenze quotidiane. Occorre distinguere i piani. Sul piano individuale e su quello della convivenza sociale, la prospettiva platonica conserva una forza normativa evidente: indica un ideale di armonia, di misura, di ordine. Ma quando ci si sposta sul piano strategico e su quello della ragion di Stato, dove sono in gioco sicurezza, sopravvivenza e rapporti di forza, il criterio non può essere soltanto morale. E allora la domanda diventa inevitabile: come si governa uno Stato restando sempre fedeli a ciò che ci appare rettamente giusto, quando la realtà è imperfetta, conflittuale, spesso – per noi – ingiusta?

È qui che entra la lezione di Machiavelli. Nel “Principe” e nei “Discorsi”, la giustizia non è più un fine assoluto, ma una dimensione subordinata alla conservazione e al rafforzamento dello Stato. Machiavelli non elimina la giustizia: la sposta. La tratta come strumento della politica, non come criterio intangibile. Il principe deve apparire giusto e leale, ma essere pronto a non esserlo quando la sopravvivenza dello Stato lo richiede. La morale privata e quella politica non coincidono. Se non si può essere amati e temuti, “è molto più sicuro essere temuto che amato”. La durezza, se usata con misura, può diventare una forma di “giustizia politica”, perché previene disordini peggiori e stabilizza il corpo sociale. Il giusto non è ciò che è moralmente buono in astratto, ma ciò che funziona per proteggere lo Stato in un mondo imperfetto. È una visione che ha scandalizzato per secoli, ma che può essere letta come una diagnosi spietata: la politica non è etica applicata, è l’arte di governare ciò che esiste. E proprio per questo la tensione tra Platone e Machiavelli resta attuale, tra giustizia come ideale morale e giustizia come esigenza di ordine e stabilità.

Anche oggi siamo costretti a tornare sulla giustizia, e lo facciamo in modo molto concreto: con il referendum legato alla riforma Nordio e, soprattutto, con il tema della separazione delle carriere. Approvata in quarta lettura dal Senato nel novembre 2025 e destinata ora al vaglio di un referendum confermativo nella primavera del 2026, la cosiddetta “Riforma Nordio” – dal nome dell’attuale ministro della Giustizia – non può essere ridotta a un mero intervento tecnico di ingegneria costituzionale.

Al contrario, essa rappresenta uno specchio delle tensioni profonde che attraversano la società italiana: delle mentalità collettive, delle correnti ideologiche che orientano il dibattito pubblico – e non solo – e dei retaggi culturali sedimentati nel tempo. La giustizia, infatti, non è un ordine monolitico calato dall’altoma costrutto umano, storicamente determinato, sensibile ai mutamenti sociali, alle esigenze politiche del momento che, talvolta, tendono a ridurre la complessità del confronto in categorie binarie e morali. In questo quadro, la discussione sulla separazione delle carriere finisce spesso per essere letta non tanto nei suoi effetti sistemici, quanto attraverso lenti ideologiche preesistenti, in cui le posizioni vengono immediatamente classificate come espressione del “bene” o del “male”, del progresso o della regressione, della destra o della sinistra. Una dinamica che rischia di oscurare la questione centrale: non chi “vince” la riforma, ma quale modello di giustizia e di equilibrio tra poteri lo Stato italiano intende adottare nel lungo periodo.

La separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente tocca un punto essenziale: che cosa intendiamo per processo equo e, soprattutto, quale architettura istituzionale riteniamo necessaria perché un giudice sia percepito come realmente terzo. In termini semplici, la riforma prevede che il pubblico ministero – il magistrato che esercita l’azione penale e sostiene l’accusa – non appartenga più alla stessa carriera del giudice che decide il processo. Accusa e giudice cesserebbero di essere “colleghi di carriera”, con percorsi distinti e non interscambiabili. L’obiettivo dichiarato è rendere più credibile e più robusto il principio di terzietà: accusa e difesa su un piano di parità davanti a un giudice imparziale. La metafora sportiva proposta dall’avv. Ivano Chiesa, recentemente intervistato da una autorevole agenzia investigativa, funziona perché è immediata: un arbitro non può appartenere alla stessa squadra di uno dei contendenti. Analogamente, se l’ordinamento tende a un modello accusatorio, il giudice dovrebbe essere un terzo effettivo, non un soggetto che condivide formazione, organo di autogoverno e progressione di carriera con chi sostiene l’accusa.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Da qui discende anche un altro tassello della riforma: lo sdoppiamento del CSM in due organi distinti (uno per i giudici e uno per i PM), insieme ad una nuova architettura disciplinare. La critica più ricorrente sostiene che separando le carriere, il pubblico ministero sarebbe più esposto all’influenza del potere esecutivo. È un argomento retorico forte, soprattutto sul piano psicologico, perché tocca una paura radicata nella storia italiana, quella che l’indipendenza della magistratura possa essere erosa, magari un pezzo alla volta, riportando alla luce fantasmi del vecchio passato fascista. Proprio per questo, però, è utile distinguere tra timore politico ed effetto normativo. Dal punto di vista costituzionale i due pilastri restano invariati: i giudici sono soggetti soltanto alla legge e la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato. Questi principi non vengono toccati dalla riforma, e molte delle obiezioni rivolte alla separazione delle carriere finiscono per alimentare una sterile contrapposizione fine a sé stessa.

Fino al 1989, l’Italia aveva utilizzato un codice di procedura penale di impianto inquisitorio, risalente all’epoca fascista. Con la riforma voluta da Giuliano Vassalli, allora ministro della Giustizia, il processo penale viene trasformato in senso tendenzialmente accusatorio: accusa e difesa sono pensate come parti che si confrontano su un piano di parità e il giudice dovrebbe essere terzo rispetto a entrambe. Vassalli non era certo una figura autoritaria o reazionaria: partigiano, protagonista della Resistenza, organizzatore della fuga di Pertini e Saragat, rappresentava una tradizione democratica e antifascista difficilmente contestabile. La riforma del 1989 nasce proprio dall’esigenza di superare l’impianto fascista della giustizia penale.

Durante il regime fascista l’unità tra giudice e pubblico ministero rispondeva a una logica di controllo. Il PM rappresentava l’interesse del regime e la sua presenza all’interno dello stesso ordine del giudice costituiva anche uno strumento di pressione e di intimidazione. La compenetrazione tra funzione requirente e funzione giudicante non nasce per rafforzare l’indipendenza del giudice, ma, storicamente, per limitarla. È un dato che nel dibattito contemporaneo viene spesso rimosso o semplificato, e che rende paradossale la narrazione secondo cui la separazione delle carriere costituirebbe una deriva autoritaria. Al contrario, è proprio la fusione delle funzioni a essere figlia di un’impostazione autoritaria, mentre la loro separazione si colloca nella traiettoria di un rafforzamento delle garanzie di terzietà.

Sapere che il giudice non appartiene allo stesso ordine funzionale dell’accusa, che non condivide lo stesso percorso di carriera e gli stessi uffici, e che il pubblico ministero si confronta con la difesa su un piano più chiaramente paritario, rafforza l’idea di imparzialità. Anche se solo sul piano simbolico e culturale, questa separazione contribuisce a rendere più credibile l’equilibrio del processo.

Il nodo decisivo è politico-culturale. Il dibattito sulla riforma delle carriere viene spesso ridotto a uno scontro ideologico, in cui prevale il gioco delle etichette “di destra” e “di sinistra”. Questa lettura dice più sulla crisi del sistema politico italiano che sulla riforma in sé. Nella pratica, ogni tema – anche quando tocca interessi comuni come la giustizia – diventa un pretesto per ingaggiare una battaglia acefala contro l’avversario, usare l’ideologia come clava, delegittimare chi governa nel tentativo di strappargli lo scettro del potere e intestarselo, mentre la domanda se la riforma risponda davvero all’interesse dei cittadini resta sullo sfondo.

La questione non è se il nuovo assetto favorisca un governo o un altro, ma quale modello di giustizia si voglia costruire, quanto terzo debba essere il giudice, quanto separate debbano risultare le funzioni di accusa e di giudizio, quali garanzie si intendano predisporre a tutela di tutti i soggetti coinvolti nel processo. Un’opposizione che prendesse sul serio il proprio ruolo non trasformerebbe ogni riforma in un referendum pro o contro il governo di turno, nella speranza di sostituirlo alla prima occasione, magari senza una visione alternativa coerente o concentrandosi su priorità sbagliate; cercherebbe invece di convergere sui temi strutturali – come appunto la giustizia – e di migliorare nel merito i testi in discussione. Ridurre tutto a uno schema binario serve soprattutto a mobilitare consenso e a delegittimare l’avversario, non a far funzionare meglio il Paese. In questo senso, la polemica sulla separazione delle carriere finisce per diventare lo specchio di una politica che usa ogni questione come campo di battaglia più che come occasione per affrontare problemi reali.

Un altro elemento introdotto dalla riforma è il ricorso al sorteggio, concepito come strumento per attenuare il correntismo all’interno della magistratura. Il sorteggio non consiste in una scelta casuale indiscriminata, ma nell’estrazione da un elenco di magistrati con requisiti predeterminati di anzianità, competenza e assenza di rilievi disciplinari. La sua funzione non è negare il pluralismo, bensì ridurre il potere organizzativo delle correnti, limitando campagne elettorali interne e i meccanismi di cooptazione e scambio che hanno storicamente condizionato l’accesso agli organi di autogoverno, riportando l’ingresso nel CSM a una dimensione più neutra e istituzionale.

È fisiologico che in un corpo professionale esistano visioni diverse. Il problema nasce quando esse si strutturano in apparati capaci di controllare l’accesso al potere. Nel sistema attuale i membri togati del CSM vengono eletti: candidature e ricerca di consenso rendono spesso decisivo l’appoggio di una corrente, con un effetto strutturale che penalizza chi resta fuori, anche se competente e indipendente.

Il caso emerso nel 2019 ha reso visibile ciò che molti denunciavano da tempo: dalle intercettazioni dell’inchiesta di Perugia è emerso un sistema in cui le nomine dei vertici venivano discusse in sedi informali secondo equilibri correntizi più che per valutazioni comparative sul merito, al punto che il Presidente della Repubblica parlò di “degenerazione del correntismo”. Queste diventano pericolose quando non incidono solo sulle carriere, ma sul modo in cui viene amministrata la giustizia, perché il rischio è che le decisioni riflettano più una visione ideologico/culturale più che una valutazione dei fatti basata sui testi, con conseguenze dirette sulla vita delle persone.

La questione delle correnti non resta confinata all’autogoverno della magistratura, ma finisce per riflettersi anche sulla dimensione strategica dello Stato. Negli ultimi anni l’Italia ha cercato di rafforzare la propria influenza nel Mediterraneo e nei Balcani attraverso strumenti civili e negoziali. In questa cornice si inserisce l’accordo con l’Albania per la realizzazione di centri destinati all’esame accelerato delle domande di asilo dei migranti soccorsi da assetti italiani.

L’intesa è infatti un tassello di posizionamento regionale: rafforza la presenza italiana sull’Adriatico, consolida le relazioni con un Paese candidato all’Unione Europea e segnala la volontà di esercitare influenza su un fianco strategico. In questo senso, la politica migratoria si fa geopolitica.

La frizione nasce quando decisioni giudiziarie bloccano ripetutamente l’attuazione di una linea che, a livello europeo, è stata ritenuta compatibile con il diritto dell’Unione. Il conflitto scivola così dal piano tecnico a quello politico, trasformando un dossier strategico in terreno di mero scontro tra poteri. In presenza di pronunce reiterate su materie altamente sensibili, è legittimo interrogarsi sul peso che orientamenti culturali possano avere nell’interpretazione giudiziaria.

Il nodo non è delegittimare il controllo di legalità, ma evitare che questioni strategiche vengano assorbite in un conflitto politico-identitario permanente. Il caso Almasri ha reso evidente questa tensione. La vicenda è stata letta prevalentemente in chiave morale, come contrapposizione tra diritti e governo. Ma il contesto mediterraneo impone valutazioni che tengano conto di sicurezza, flussi e stabilità regionale. Ed era evidente che la decisione del rimpatrio fosse stata comprensibilmente adottata alla luce del doloroso deterioramento dei nostri rapporti con la Libia, che ricordiamo essere ai minimi storici.

La strategia riduce il margine dell’astrazione etica. In altri termini, la politica estera e di sicurezza non può essere guidata soltanto da categorie morali o identitarie. Quando ogni scelta viene immediatamente tradotta nello schema buoni/cattivi o destra/sinistra, si perde la dimensione dell’interesse nazionale. E la strategia, per definizione, non è un esercizio simbolico: è una linea coerente che tiene insieme sovranità, stabilità e rapporti di forza.

Inseguire principi morali in modo assoluto è una postura comprensibile, ma ingenua, come già insegnava Machiavelli ne “Il Principe: giustizia e moralità vengono subordinate alla ragion di Stato. Chi governa deve essere pronto a usare mezzi non sempre “buoni” quando la tenuta dello Stato lo richiede, perché nel mondo reale i mezzi vengono giudicati anche dai risultati che producono in termini di ordine e stabilità.

In un contesto geopolitico complesso, l’Italia ha bisogno di mantenere margini di influenza in un Paese che incide direttamente sulla sua sicurezza e sui suoi confini marittimi. Le decisioni strategiche non si valutano per la loro “purezza” etica, ma per la loro efficacia nel tutelare interessi nazionali concreti. È qui che la questione delle correnti smette di essere un dettaglio interno alla magistratura e diventa un problema pubblico: quando le logiche di appartenenza incidono su dossier strategici, la capacità dello Stato di decidere si indebolisce. Non si tratta di concedere mano libera al governo, ma di evitare che l’azione dello Stato venga frammentata in un conflitto permanente tra poteri.

Su materie strategiche le istituzioni dovrebbero condividere almeno una definizione minima di interesse nazionale e dei limiti entro cui perseguirlo. Perché quando l’interesse nazionale non viene riconosciuto come criterio comune, la politica tende inevitabilmente a rifugiarsi in appartenenze, e le appartenenze degenerano in correntismo. E quando il correntismo finisce per influenzare dinamiche tattiche e strategiche, la giustizia perde la percezione di terzietà e viene trascinata nello scontro politico. Su temi ad alta tensione – immigrazione, sicurezza, politica estera – questo produce una paralisi che l’Italia non può permettersi. Per questo è necessario individuare con chiarezza quale sia l’interesse italiano e integrarlo in una pedagogia collettiva, anche attraverso il sistema di istruzione, affinché le future classi dirigenti non arrivino a ricoprire ruoli di responsabilità con una visione distorta della realtà internazionale.

Come collettività, soffriamo forse di una visione più platonica: una tensione verso l’idea del giusto in senso morale, che affonda le sue radici nel platonismo filtrato dal cristianesimo, cioè nella matrice culturale su cui l’Italia ha costruito la propria interpretazione della realtà. Machiavelli, portatore di una visione diametralmente diversa, fondata sul principio di realtà, è sempre stato accolto con diffidenza. Non è un caso che “machiavellico” sia divenuto sinonimo di oscuro o cinico, più che di lucido e realistico. La maturità di uno Stato non consiste nel rinnegare i propri valori, ma nel saperli coniugare con il senso della misura e della responsabilità. La politica non può essere solo morale proclamata, così come non può essere puro calcolo, ma deve essere equilibrio tra principi e realtà. È su questo crinale che si colloca la vera questione della giustizia: non ridotta ad arma di scontro politico, ma intesa come architrave di uno Stato capace di reggere il peso della realtà e di conservare la sovranità delle proprie decisioni, invece di lasciarsi trascinare da quelle altrui mentre si consuma nel gioco sterile della reciproca delegittimazione.

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