Per capire cosa sta succedendo oggi in Iran conviene tornare indietro di qualche mese, alla guerra Iran-Israele del giugno 2025, comunemente definita la “guerra dei dodici giorni”, l’esito effettivo si è rivelato molto più limitato di quanto la Casa Bianca abbia lasciato intendere. Le bombe bunker buster hanno fatto il loro lavoro sul piano tecnico, ma l’indecisione e i ritardi degli apparati americani hanno finito per offrire a Teheran il tempo necessario per mettere al sicuro le proprie scorte di uranio. Un risultato reso ancora più plausibile dalla conformazione geologica del Paese: quell’intreccio di rilievi impervi, rocce compatte e cavità naturali non solo facilita l’occultamento di installazioni sensibili, ma rende anche molto più complesso neutralizzarle con precisione.
Sul piano interno dopo l’attacco israelo-statunitense l’Iran non si è compattato davvero attorno al regime. Si è registrata una fiammata patriottica, una reazione istintiva contro il nemico esterno, alimentata dal rifiuto di subire un’ulteriore umiliazione dall’esterno, ma la frattura tra società e potere non si è mai ricucita del tutto e la tensione covava già sottotraccia; è semplicemente riemersa quando la soglia di sopportazione della maggioranza persiana ha toccato il limite.
Le proteste, come spesso accade, sono raccontate dai mezzi di comunicazione di massa attraverso la lente dell’economia: il crollo drammatico del rial, l’inflazione, il deterioramento delle condizioni di vita, l’aumento del costo della spesa. Come se una società che da secoli si percepisce al centro di un “impero” regionale fosse esplosa improvvisamente per l’aumento il prezzo della verdura. Ma sono spiegazioni parziali. Gli iraniani sono abituati alla scarsità, non all’idea che questo sacrificio sia inutile: si regge la povertà finché resta un sacrificio “con senso”; quando diventa solo privazione senza protezione e senza orizzonte, la società smette di reggere.
Ciò che ha davvero alimentato l’ira, più in profondità, è stata la percezione che la propria élite politica fosse incapace non solo di farsi rispettare fuori dai confini – in particolare dopo gli attacchi israeliani di giugno, quando il Mossad ha colpito figure di rilievo all’interno degli apparati – ma anche di garantire che il Paese fosse davvero sotto controllo. Una mossa del genere, inevitabilmente, può aver insinuato nella popolazione l’idea di non essere più al sicuro. Inoltre, ha pesato la sensazione che il potere non fosse in grado di garantire protezione e sicurezza alla popolazione. Da qui la disgregazione costante del tessuto sociale, che nel tempo ha preparato il terreno agli eventi recenti.
La dimensione economica va letta più come detonatore che come causa univoca, come prova tangibile che sacrifici e privazioni non sono serviti neppure a preservare l’idea di sé all’esterno, quella reputazione di forza e controllo su cui il sistema ha costruito la propria legittimità. è una questione di sicurezza percepita sulla pelle. Come se si fossero rotte le barriere, come se le protezioni fossero saltate, e da un momento all’altro il Paese potesse ritrovarsi di nuovo sotto assedio: vulnerabile, penetrabile, infiltrato da agenti nemici – soprattutto israeliani.
A livello psicologico, se provassimo con un esercizio d’empatia a penetrare nella mente collettiva del popolo iranico, l’economia è stata la scintilla che ha acceso una crisi che fermentava da tempo, più in profondità, nell’inconscio sociale. Non si protesta soltanto perché si è poveri: si protesta quando la povertà si combina con l’umiliazione, con la sensazione che lo Stato non sia più in grado di proteggerti, né di “farti pesare” nel mondo.
Le proteste esplose negli ultimi giorni vanno lette come la riemersione di questa tensione rimasta latente e tornata in superficie nel momento in cui la soglia di sopportazione è stata superata.
Nelle prime ore le autorità iraniane hanno tentato una strategia a doppio binario, sostenendo che le proteste per l’economia fossero legittime e che sarebbero state affrontate con il dialogo: questo perché considerate intrinseche al regime e, proprio per questo, centrali, dato che coinvolgono la maggioranza etnica persiana. Al tempo stesso, però, altre manifestazioni venivano represse con forza. Nel tentativo di compensare la perdita di consenso, il regime ha alzato la soglia del controllo e della coercizione: blackout di internet, arresti, violenza diffusa. E questo tradisce una verità semplice: è la risposta di un potere che non riesce più a convincere e deve costringere.
Dentro questa crisi di legittimità interna si collocano i rapporti con gli Stati Uniti. Dopo l’attacco aero missilistico condotto da Israele e Stati Uniti, la teocrazia ha deciso di sospendere i rapporti con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. È un segnale che difficilmente si presta a interpretazioni ambigue: tutto suggerisce che Teheran abbia scelto di accelerare, sottotraccia, la corsa verso il nucleare militare, secondo una logica “alla israeliana”: non si afferma e non si nega, ma tutti capiscono e tutti fingono di non sapere.
Il punto è che così si è sfaldato il patto della non proliferazione: se passa l’idea che chiunque possa dotarsi della Bomba con una deterrenza ambigua, il sistema salta e la regione diventa inevitabilmente più instabile. Uno scenario del genere non farebbe dormire sonni tranquilli a nessuno, tanto meno a Washington. Per questo non ci sarebbe molto da stupirsi se, nel prossimo futuro, gli Stati Uniti si preparassero a colpire l’Iran. Guardando la situazione, questo potrebbe anche apparire come un momento relativamente “favorevole”: Teheran è assorbita nel contenere il dissenso interno e la pressione sociale, e proprio da quell’Iran emergono anche voci che arrivano a invocare apertamente l’aiuto di Trump. Un dettaglio che, in chiave americana, può diventare l’alibi perfetto per costruire una narrazione d’intervento presentabile, da far valere come giustificazione: “ce l’hanno chiesto loro”. Il vecchio copione dell’esportazione della democrazia rispolverato a seconda della situazione.
Alcuni settori della società iraniana – in particolare giovani, donne e minoranze – invocano apertamente l’aiuto statunitense per liberarsi dalla Repubblica Islamica. Ma nella maggior parte dei casi non si tratta di una richiesta di “americanizzazione”, né di adesione convinta al liberalismo occidentale. Al contrario, al di là delle possibili manipolazioni da parte di servizi segreti stranieri – ipotesi plausibile ma, allo stato, non verificabile – queste richieste vanno lette soprattutto come appelli funzionali: tentativi di ottenere una finestra di respiro e una protezione minima, il tempo necessario per riorganizzare le forze interne e rifondare un ordine più laico. Un ordine che, con ogni probabilità, non sarebbe “americano” né automaticamente filo-occidentale, ma tenderebbe a collocarsi in continuità con la cifra storica e imperiale della maggioranza persiana.
Chi oggi chiede aiuto non vuole diventare altro da sé: vuole smettere di essere schiacciato. L’assistenza viene domandata in modo utilitaristico, come strumento per liberarsi di un regime ormai intollerabile e per acquisire i mezzi necessari a farlo. Ma una volta riconquistato spazio e libertà, è naturale che quell’aiuto – usato in chiave strumentale – lasci il posto a un tentativo di ricostruire un’identità politica autonoma, secondo coordinate proprie, non importate dall’esterno.
Resta però una variabile decisiva, più di ogni altra, l’effetto sorpresa. In questo scenario il quando conta quanto il come, poiché l’operazione avrebbe efficacia solo se capace di colpire senza produrre effetti controproducenti, tanto sul piano morale quanto su quello militare. Da qui il prolungato temporeggiamento americano.
Pur non disponendo di una deterrenza nucleare pienamente simmetrica, l’Iran si colloca ormai a ridosso della soglia atomica. Le capacità tecniche acquisite, unite alla messa in sicurezza delle scorte di uranio gli garantiscono la possibilità di colmare il divario in tempi compressi, preservando competenze e materiali critici.
È proprio questa fase intermedia – in cui non si è ancora arrivati al possesso dell’arma, ma si è già troppo vicini per ignorare la questione – a rendere il quadro particolarmente delicato. Lasciare che l’Iran completi il salto significherebbe accettare un cambiamento strutturale nella deterrenza, che renderebbe ogni futura opzione militare molto più costosa e rischiosa. Se l’obiettivo è impedire che Teheran diventi una potenza nucleare a tutti gli effetti, il momento più opportuno per intervenire è prima che quel traguardo venga raggiunto.
In questo contesto, l’Iran si presenta come il “nemico perfetto”: un attore regionale di rilievo, ma privo di una capacità nucleare effettiva; abbastanza grande da rendere significativo l’intervento, ma non tanto potente da scatenare un allargamento su scala globale. La combinazione ideale per un’azione ad effetto dimostrativo. Il messaggio, anche qui come nel caso della Nigeria e del Venezuela, non sarebbe rivolto solo a Teheran, ma sarebbe un segnale per Mosca ma soprattutto per Pechino: dimostrare di saper colpire con precisione, decisione e senza esitazioni significa ricordare che gli Stati Uniti sono ancora in partita. In questa logica, un intervento americano possiede una sua coerenza intrinseca.
Esistono almeno tre motivi per cui un attacco non stupirebbe. Primo: quando un Paese si avvicina alla capacità di produrre materiale fissile militare, aumenta la pressione a intervenire per impedirgli di trasformare quella soglia tecnica in un deterrente compiuto. In termini strategici: meglio colpire prima che dopo. Secondo: un regime impegnato a contenere tensioni interne risulta più vulnerabile. La gestione delle proteste può rallentare la catena decisionale, creare crepe nei centri di potere e rendere più prudente ogni risposta. Un contesto perfetto per chi cerca finestre di opportunità. Terzo: un attacco contro l’Iran avrebbe valenza regionale, ma anche globale. Servirebbe a rassicurare gli alleati, ribadire la deterrenza e dimostrare – se non altro simbolicamente – che Washington conserva capacità di proiezione.

Ancora una volta, diritti umani e propositi di altruismo verso il dissenso interno fungono più da cornice retorica che da vero movente. Resta però una variabile decisiva, più di ogni altra, l’effetto sorpresa. In questo scenario il quandoconta quanto il come, poiché l’operazione avrebbe efficacia solo se capace di colpire senza produrre effetti controproducenti, tanto sul piano morale quanto su quello militare. Da qui il prolungato temporeggiamento americano
Detto questo, l’ipotesi non va considerata automatica. Esistono altrettanti fattori principali che potrebbero frenare l’intervento americano. Il primo è il rischio di un allargamento regionale. Colpire l’Iran difficilmente resta confinato al medesimo teatro. Anche con obiettivi limitati – centrali, basi, arsenali – le ricadute possono espandersi: Iraq, Siria, Libano, Yemen; traffico commerciale nel Golfo Persico; ritorsioni asimmetriche contro partner o basi americane. L’incubo per Washington non è tanto l’attacco in sé, quanto l’innesco di una spirale difficile da interrompere. Il secondo è che colpire non cancella il “sapere”. Può distruggere strutture, ma accelera spesso la determinazione politica. L’operazione Martello di Mezzanotte ne è un esempio: obiettivi centrati, ma spinta ulteriore alla corsa alla bomba. In termini pratici, si può ritardare il programma, ma al prezzo di rafforzare la motivazione a completarlo. Il terzo è che ciò che sembra “il momento giusto” può facilmente rivelarsi “il momento peggiore”. Proteste e dissenso interno non sono solo distrazioni, in quanto un attacco esterno può trasformarsi nel regalo perfetto per Teheran, che avrebbe l’occasione di ribaltare la narrazione – “siamo sotto assedio, serve unità nazionale” – sfruttando la crisi per rinsaldare il proprio controllo interno, anche se questa ipotesi ultimamente risulta sempre meno probabile per i motivi esposti inizialmente.
L’Iran appare, sulla carta, come un nemico fragile al proprio interno, collocato nel perimetro delle medie potenze. Ma è proprio questa apparente gestibilità a trarre in inganno: consiglieri militari e funzionari statunitensi hanno chiarito che un’operazione su larga scala richiederebbe una potenza militare ben superiore a quella oggi dispiegata nella regione e che non esistono garanzie sul crollo del regime come risultato diretto. In altre parole: l’Iran può sembrare l’anello debole, ma non è detto che si spezzi al primo colpo.
E soprattutto, l’attendismo americano non deriva soltanto dai rischi di aprire un nuovo fronte militare in Medio Oriente con possibili effetti a catena su tutta la regione, ma anche dal peso del fronte interno. In queste settimane, infatti, gli Stati Uniti sono attraversati da tensioni politiche e sociali molto evidenti, alimentate anche dalle operazioni dell’ICE in Minnesota, che hanno generato proteste, un impiego crescente della forza, contenziosi giudiziari e uno scontro sempre più netto tra autorità federali e livelli locali. In un quadro del genere, l’esitazione non è solo prudenza strategica verso l’esterno, ma riflette anche una scelta di priorità, ossia la necessità di gestire prima le fratture interne e contenere l’instabilità domestica.
La prassi statunitense recente sembra preferire operazioni rapide, chirurgiche, “mordi e fuggi”: colpire duro, colpire subito, ottenere un effetto immediato, e poi tirarsi indietro prima di restare impantanati. È una modalità già vista: Iran nell’estate 2025, Nigeria a Natale, Venezuela a gennaio 2026. Nessuna volontà di occupare, nessuna guerra lunga: solo pressione, dimostrazione di forza, messaggi calibrati.
Ad oggi esistono tutte le ragioni per intervenire e tutte le ragioni per non farlo. Ed è precisamente qui che risiede il dilemma. Nel tentativo di dimostrare agli altri, e forse anche a sé stessi, di essere ancora ciò che sono, gli Stati Uniti rischiano di aprire più dossier di quanti ne riescano davvero a sostenere, con la possibilità concreta di restarvi impantanati.
Ogni momento di crisi è, per sua natura, attraversato da una fase di incertezza, altrimenti non sarebbe definibile tale. È questa condizione intermedia, né potenza nucleare compiuta né attore disarmato, a generare la massima instabilità, perché costringe chi osserva a fare i conti con il tempo che scorre, con l’attesa, con l’anticipazione e con il rischio costante di muoversi troppo presto o troppo tardi.
Già alla fine degli anni Settanta, osservando l’Iran rivoluzionario, Michel Foucault intuì che quel Paese sfuggiva alle categorie interpretative occidentali, mettendo in crisi i nostri stessi strumenti di lettura. Quel “mistero persiano” continua ancora oggi a permeare le nostre scelte, e le nostre non-scelte, non come italiani o europei in senso stretto, ma come parte di un sistema più ampio al quale siamo strutturalmente collegati. Agire o non agire resta il dilemma di fondo.
È possibile che l’America scelga di non scegliere, almeno finché non sopraggiungerà quel momento che, prima o poi, arriva sempre, in cui decidere diventa semplice. Non perché la scelta sia più chiara, ma perché l’ultimo granello è caduto nella clessidra, le possibilità si sono progressivamente dissipate e le alternative, ormai ristrette, si esauriscono in una scelta obbligata.