La questione energetica

Ben oltre la transizione ecologica.
Ben oltre la transizione ecologica.

Il nuovo capitolo della saga ucraina sullo scontro tra Occidente e Russia che si sta consumando in queste settimane, a latere di un tira e molla su rischi remoti di una effettiva invasione russa, sta consumando una guerra di logoramento collettivo – ma principalmente europeo -, sulle questioni energetiche e sull’approvvigionamento di fonti per la produzione di elettricità. Il rilancio, con conseguente ritorsione, sulle minacce sanzionatorie occidentali sta minando la tenuta dello schema negoziale pluridecennale che consente a 500 milioni di cittadini europei di accendere i riscaldamenti in inverno, ma non solo. E questo “residuo” è effettivamente l’oggetto di discussione. Il gas naturale è ad oggi classificato come la fonte energetica chiave per la transizione ecologica da un’economia a combustibili fossili ad una “carbon neutral”. Effettivamente, pur essendo il gas un idrocarburo che genera energia dalla combustione, ha un’impronta carbonica di gran lunga inferiore a quella del petrolio, tanto più di quella del carbone.

Il gas, quindi, come anche accertato recentemente dalle autorità europee, si candidava ad essere nuovamente nell’Olimpo delle fonti di energia pulite, propedeutiche a quel processo di transizione energetica tanto caro alla maggior parte dei Paesi occidentali. Alla luce di quanto accade nel quadrante orientale dell’Europa, tuttavia, si rischia di dover rivedere in maniera radicale i piani, pena una crisi energetica senza precedenti ai costi di una guerra mondiale. Secondo fonti Ue, la dipendenza europea dal gas russo si attesta attorno al 40%, con picchi del 100% per i Paesi Baltici. L’Italia si attesta ad un livello di forniture russe pari alla media europea, seguito dal 28% di gas algerino. I restanti due terzi sono di provenienza mista, tra GNL qatariota, il Greenstream libico e dei marginali stock provenienti dai Paesi del Nord Europa.

Il riaccendersi dello scenario di crisi sull’Ucraina ha riportato in auge ciò che l’Ue aveva già predetto nel 2015, a valle dell’escalation delle tensioni politiche culminate nelle reciproche sanzioni economiche. Il report europeo segnalava come una improvvisa chiusura dei rubinetti di Gazprom avrebbe generato uno scenario mortifero nella maggior parte dei Paesi dell’Est Europa. Anche l’Italia non sarebbe stata del tutto esente, con un vistoso calo degli approvvigionamenti e rincari alle stelle. Oggi, con i prezzi degli idrocarburi che lambiscono la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, parlare di allarme non è del tutto irragionevole. Secondo quanto testimoniato dai dati sulle forniture di Gazprom, l’Italia ha subito un taglio del 43% tra dicembre 2021 e gennaio 2022 alla frontiera di Tarvisio, dove approda alla rete nazionale il gasdotto TAG. La situazione è ancora più drammatica sul fronte orientale, dell’Europa, con tagli del 95% dei volumi in quattro anni. North Stream, invece, non ha subito alcuna variazione. Il segnale di Putin è chiaro. La leva del gas è utilizzata dalla Russia per accelerare l’apertura del North Stream 2, un gasdotto che sfila parallelo al precedente, nelle profondità del Baltico, che mira ad escludere totalmente o almeno in parte due Paesi ostili a Mosca: l’Ucraina e la Polonia.

Nella contesa sulla crisi del gas si sono insinuati gli Stati Uniti, che nel frattempo hanno provveduto ad attivare un flusso di navi metaniere dirette in Europa, sopperendo parzialmente al taglio delle forniture. Gli Stati Uniti stanno vivendo, negli ultimi anni, una nuova età dell’oro con l’estrazione di idrocarburi, con un’impennata di investimenti nell’ambito dello shale gas (il gas di scisto delle rocce, estratto a pressione con il fracking), dopo una crisi del settore a seguito del crollo dei prezzi durante tutto il 2015. Washington non è di certo interessata a fare il buon samaritano della situazione, per cui l’eventualità di candidarsi come import substitute, magari a prezzi più alti di quelli che oggi l’Europa paga a Mosca, sarebbe un win-win decisamente ghiotto. Chi resterebbe penalizzato sarebbe proprio l’Europa, eventualmente obbligata ad una profonda revisione della sua infrastruttura di stoccaggio e di distribuzione.

Nel frattempo, l’Italia ha mandato deboli ma incoraggianti segnali: dopo la telefonata tra Draghi e Putin il livello delle forniture pare essersi normalizzato su livelli analoghi a quelli di dicembre, con l’aggiunta della richiesta di raddoppio delle forniture di gas azero attraverso il gasdotto TAP. Si tratta di palliativi di breve termine, senza dubbio, con la necessità di elaborare una soluzione di lungo periodo che preveda, eventualmente, una rinuncia significativa all’utilizzo del gas come fonte transitiva verso la decarbonizzazione. Sembra perdere appeal presso le varie cancellerie europee una strategia energetica univoca, viste le dichiarazioni e, soprattutto, i fatti. Mentre Bruxelles insiste fortemente sui pilastri della transizione ecologica, l’energia da fonti rinnovabili e la mobilità e micromobilità sostenibili, i governi di alcuni Paesi (tra cui Francia e Italia) hanno spinto per il riconoscimento di gas e nucleare come fonti di energia a basso impatto ambientale. Da contraltare fa la Germania, che prosegue la sua battaglia green con la progressiva chiusura delle centrali nucleari in attività nel Paese.

Torna dunque in auge il discorso atomico. Macron, nella giornata di giovedì 10 febbraio ha annunciato l’attivazione, entro il 2050, di sei nuovi reattori nucleari, mentre otto sono allo studio. Inoltre, è previsto uno studio di fattibilità che mira ad allungare la vita utile dei reattori già in funzione oltre i 50 anni. L’obiettivo di Macron è quello di rendere la Francia indipendente dai combustibili fossili entro i prossimi trent’anni, e lo fa scommettendo su una faraonica strategia che rappresenta un mix tra energia atomica e rinnovabili. A detta del presidente francese nessun esperto ha mai potuto confermare che la preferenza esclusiva di una delle due vie possa risolvere i problemi di fabbisogno energetico. Nell’ottica dei buoni rapporti – se non altro cordiali – che Berlino e Mosca intrattengono sul gas (non resta del tutto improbabile l’autorizzazione alla messa in funzione di North Stream 2), l’Europa intera rischia di mettersi in subordine alla Germania, che diventerebbe hub europeo del gas russo. Eastmed-Poseidon (il gasdotto sottomarino più lungo del mondo, candidato a congiungere il Mediterraneo orientale e l’Italia) avrà, a pieno regime, una capacità di 10 miliardi di metri cubi annui, meno del 10% di quanto i due North Stream sono in grado di veicolare a pieno regime. Sebbene l’opportunità di candidarsi ad hub meridionale europeo del gas possa essere allettante, il processo richiederà ancora tra i 5 e i 10 anni (supponendo anche la realizzazione del Galsi, il gasdotto Algeria-Sardegna-Italia peninsulare), periodo nel quale non sarà semplice smarcarsi da una diversificazione energetica polarizzata sui fossili. Già da tempo il governo italiano ha i piani di costituire una cabina di regia con i principali stakeholder nazionali dell’energia, che porterebbe dunque alla realizzazione di un’agenda energetica di medio-lungo periodo nel quale trovare un giusto equilibrio tra le fonti, cercando di slegarsi quanto più possibile dalle attuali dipendenze ingombranti.

A ben vedere, al netto degli alti costi di realizzazione, gestione e mantenimento degli impianti nucleari, oltre che al reperimento del “carburante” atomico (l’U-235 è per due terzi prodotto da Kazakistan, Canada e Australia), l’investimento sulle rinnovabili non sembra ripagare in maniera sufficiente rispetto alle attese: in Italia, negli ultimi 10 anni, sono stati installati lo stesso numero di impianti per fonti rinnovabili realizzati nel solo 2011, questo significa che la crescita annuale è marginale, e che per raggiungere l’obiettivo 2030 previsto dagli accordi di Parigi si debbano installare annualmente lo stesso numero di impianti che sono stati realizzati – complessivamente – tra il 2013 e il 2019. Complice la solita burocrazia farraginosa e un’ossatura energetica nazionale che si regge su sessant’anni di idroelettrico (mai veramente cresciuto dagli anni ’60), l’obiettivo ad oggi sembra utopico e velleitario.

Questo evidenzia come la logica ecologista ortodossa – che punta esclusivamente sulle rinnovabili – sia sostanzialmente poco redditizia in termini di efficienza energetica, economica ed ambientale: l’energia nucleare, infatti, ha un’impronta carbonica paragonabile a quella dell’energia eolica, con una resa per unità di superficie decisamente più elevata. In Italia un referendum ha cancellato le centrali nucleari esistenti – che comunque contribuivano in maniera irrisoria al fabbisogno nazionale – sull’onda emotiva di un disastro come quello di Pripyat’ e la sua centrale nucleare. Nel frattempo, però, i grandi impianti industriali e le centrali termoelettriche, che nessuno riesce a riqualificare, rendono irrespirabile l’aria delle nostre città.

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