Gli ottant’anni dalla nascita della Repubblica italiana sono passate da poco più di un mese e si possono definire tranquillamente una grande occasione persa. Un anniversario così importante avrebbe potuto rappresentare un piccolo ma significativo passo verso la ripresa di un racconto storico coerente e unificante. Al contrario, le celebrazioni sono passate praticamente inosservate. Le cerimonie istituzionali non hanno lasciato alcun segno nella concretezza e perfino a Roma, dove si dovrebbe vedere maggiormente la presenza dello Stato, i segnali di questo prestigioso anniversario erano pochi e sparpagliati per la città. Nel dibattito pubblico, se non si contano le solite sterili polemiche sulla parata militare del 2 giugno, l’indifferenza è stata la medesima. Ma ciò accade per una ragione ben definita: oramai da decenni la classe dirigente italiana ha abbandonato ogni tipo di politica storico-culturale.
La questione è straordinariamente bipartisan. L’occasione di celebrare ciò che è stato costruito, con i limiti e i problemi del caso, dai Padri Costituenti a partire dal 1946 è scivolata via senza che si potesse fermare a riflettere sulla propria lunga e ricca storia. Il repubblicanesimo, in Italia, ha origini radicate e antiche e ha espresso pensatori del calibro di Giuseppe Mazzini e ispirato epopee leggendarie come la Repubblica Romana del 1849. Personaggi, episodi e fatti storici del Risorgimento e dell’unificazione nazionale che sono sempre più marginali. La differenza con il passato è stridente. Nel 2011, quando si festeggiarono i 150 dall’Unità d’Italia, un intenso lavoro di pedagogia nazionale, soprattutto nelle scuole, fu curato e portato avanti con maggiore attenzione, seppur con i difetti di una politica culturale già sulla via del tramonto. E i segnali di una sempre maggiore indifferenza rispetto al Risorgimento si notano ovunque.
Sulla facciata dell’Accademia militare di Modena, a inizio di novembre 2025, nel disinteresse sostanzialmente totale dell’opinione pubblica, tralasciati piccoli articoli sulla stampa locale, è stata inaugurata una targa commemorativa in celebrazione del Ducato di Modena, definito come uno degli Stati che hanno dato vita al Regno d’Italia. L’aberrazione storica è palese. I duchi della città emiliana furono, di fatto, tra i più grandi nemici del percorso di unificazione nazionale, fedelissimi, per vincoli famigliari e di mentalità, al dominio asburgico. La nuova targa, così, passa sopra a Ciro Menotti, all’assolutismo di Ferdinando IV e del successore Ferdinando V, ai plebisciti filoitaliani e alle piccole e grandi sommosse che caratterizzarono l’Ottocento in Italia, Modena e Reggio comprese. A protestare si sono ritrovati solo un signore con il tricolore sulle spalle, che ha ricevuto l’invito a calmarsi dalle forze dell’ordine, l’Associazione Mazziniana Italiana e l’Associazione Nazionale veterani e reduci garibaldini.
La vicenda, per quanto minima, rafforza la sensazione, oramai certezza, che il Risorgimento è passato da essere il punto di riferimento ideologico delle classi dirigenti, utilizzato per creare una Nazione altrimenti sfilacciata, a un oggetto caduto nel dimenticatoio. A questa nuova ignoranza delle radici storiche della Repubblica, si somma una politica storico-culturale inesistente. Le élites politiche italiane, persi i punti di riferimento, vagano senza una bussola che ne ispiri determinate azioni. Fatica a riprendere forza, infatti, un racconto condiviso e coerente di «religione civica». Lo spunto non è per nulla nuovo. Sergio Romano, storico e diplomatico, lo ha ravvisato in maniera eccelsa nel suo «Finis Italiae» quasi due decenni fa. Dopo aver specificato che l’ideologia risorgimentale era il codice etico-politico di una classe dirigente alla ricerca di stabilità per la propria precaria creatura, l’Italia unita, Romano ne aveva tratteggiato la passata forza:
L’ideologia risorgimentale è la somma delle convinzioni, delle certezze, degli obiettivi e dei metodi con cui la classe dirigente conferisce a se stessa il diritto di governare. Ma, ora, il patrimonio è scomparso. Nelle scuole, nella pubblicistica mainstream, nella dialettica politico-ideale e, soprattutto, nell’utilizzo storico dello spazio pubblico, il Risorgimento è stato definitivamente messo in soffitta, prostrato dalle lacerazioni dopo la Seconda Guerra Mondiale e dall’avanzata poderosa di forze slegate a quel patrimonio comune: cattolici e comunisti. Queste due culture politiche hanno dominato il Novecento italiano ma, una volta tramontate insieme ai propri partiti di riferimento, hanno lasciato un vuoto ideale profondissimo. Romano lo descrive perfettamente:
Il fallimento dell’ideologia risorgimentale nella sua duplice versione militare e civile ha trasformato l’Italia in uno Stato senza fondamenta etico-politiche… Significa tuttavia che il paese è progressivamente divenuto nel corso di questi ultimi anni una costellazione di grandi corporazioni tribali o professionali, ciascuna delle quali è preoccupata, anzitutto, delle proprie prerogative e della propria autotutela.
Si è entrati in una fase «post storica» e post ideologica dove la rilettura, in negativo, degli episodi cardine dell’unificazione italiana prevale sull’analisi critica e, perfino, su quel racconto condiviso che si deve inventare e accettare per poter creare la comunità di uno Stato nazionale. Tutto ciò si riflette nelle sempre più stanche e minoritarie celebrazioni di anniversari cruciali per il Paese di oggi. Non aiuta il fatto che, come sottolinea Romano, «l’orgoglio nazionale fu sequestrato dalla destra radicale d’ispirazione fascista e divenne ancora più anomalo, illegittimo, “eterodosso”». E aggiunge:
«Intellettuali marxisti e cattolici riscrissero la storia patria secondo una diversa prospettiva. La nuova sequenza cronologica comprendeva soltanto sconfitte, ribellioni, moti popolari, repressioni militari e poliziesche… Letta in negativa la storia nazionale registrava soltanto date infauste o truci…Dopo essere stati sottoposti alla retorica eroica e patriottarda della pedagogia fascista gli italiani furono sottoposti alla retorica populista dell’ideologia antirisorgimentale. La accettarono perché era parte integrante della bugia su cui la repubblica era stata fondata.»

Ciò, in altri contesti, non è mai accaduto. Un anno fa, Clemence Guetté, deputata de «La France Insoumise» all’Assemblea Nazionale e vicepresidente della stessa, è stata invitata alla Fondazione Feltrinelli di Milano per un incontro con il politologo Piero Ignazi. Tra i vari spunti offerti da Guetté, esponente di un partito che sicuramente non può essere tacciato di velleitarismi nazionalisti, uno su tutti ha colpito: la convinzione, anche per la sinistra, che simboli come il tricolore blu-bianco-rosso e momenti storici come la Rivoluzione francese del 1789 siano un patrimonio condiviso, da proteggere e tutelare. Un’affermazione che stride in maniera non indifferente con la situazione italiana. Le agiografie dei martiri risorgimentali sono presenti solo nella memoria di studenti oramai invecchiati che ricordano insegnamenti che, semplicemente, non esistono più. Per fare un nome, Giosué Carducci, il poeta della Patria, è ridotto a un nome di passaggio. Ancora Romano viene in aiuto:
«Non esiste più una gerarchia nazionale di valori intellettuali e morali: esiste una selva di torri e campanili… Non esiste più una grande «cucina» culturale nazionale in cui si confeziona il meglio per i bisogni spirituali del paese.»
Ma non è sempre stata così. L’Italia si è dimostrata in grado, nei decenni trascorsi, di creare un coerente racconto della propria storia con le statue, la toponomastica, i musei e le targhe commemorative. Testimonianza più fulgida ne è il Gianicolo a Roma dove si trovano i busti di personaggi cardine dell’unificazione e oltre. Un altro esempio è la torre di San Martino della Battaglia. Il monumento racconta attraverso affreschi, quadri e dipinti il processo che ha portato alla nascita del Regno d’Italia. È un luogo speciale che, sommato al museo collocato poco lontano, ricorda e celebra quei grandiosi e drammatici momenti. Questa spinta, tuttavia, si è dissolta decenni fa. Eppure, nel globo, le dimostrazioni di come si possa ancora avere un racconto storico e pubblico condiviso, nonostante frizioni, lacerazioni e complicazioni della contemporaneità, sono numerose.
Un esempio arriva sempre dall’oltralpe. Sono passati solo pochi giorni dalla grandiosa cerimonia di traslazione del corpo di Marc Bloch e di sua moglie al Pantheon. Il grande storico e partigiano francese ha così raggiunto Voltaire, Rousseau, Zola e altri illustri personaggi in un vero e proprio tempio della religione civica. È stato un momento dove la Francia si è fermata e ha celebrato la sua storia, pur con i suoi punti oscuri. D’altronde, Bloch è colui il quale ha testimoniato in prima persona la tragedia della sconfitta contro le armate naziste. Ma questa sensibilità per la storia si nota anche in altri paesi. La Russia, ad esempio, sta cercando di portare avanti una politica di gestione dello spazio pubblico che riesca a legare, in qualche modo, l’eredità sovietica con quella zarista. Così, a fianco alle statue per i militari morti nel conflitto contro la Cina sull’isola di Damansky nel 1969, si trovano monumenti dedicati allo zar Alessandro III e al principe di Novgorod e primigenio eroe nazionale Aleksandr Nevskij. In guerra contro la Russia, anche l’Ucraina ha dovuto risignificare i suoi spazi pubblici con la «Statua della Patria» che ha visto il tridente sostituire la falce e il martello. Un simile tentativo di legare la propria storia millenaria si è visto in Iran. Praticamente negli stessi giorni in cui in Italia si celebrava chi ha lavorato contro l’unificazione apponendo una targa storicamente fallace, a Tehran è stata inaugurata una gigantesca statua di Shapur I, a cavallo davanti allo sconfitto imperatore romano Valeriano, catturato dopo la disastrosa battaglia di Edessa del 260 dopo Cristo. Secondo il regime, il monumento è un simbolo della capacità di resistenza del popolo iraniano lungo i millenni.
Dunque, esiste ancora un sentimento storico da tutelare e diffondere. Nel Belpaese, tuttavia, non sembra esserci la volontà di portare avanti un uso pubblico del passato funzionale al presente. I musei del Risorgimento sono vuoti o chiusi per ristrutturazioni infinite, le pubblicazioni sono ferme o si concentrano ossessivamente su due o tre temi ritenuti più vicini alla sensibilità dell’oramai onnipresente consumatore e le classi dirigenti non si interessano minimamente a temi del genere. Manca, dunque, una politica storico-culturale di ampio respiro che possa ricreare quei momenti condivisi in cui si celebra la propria storia, senza dimenticare le nefandezze compiute ma senza nemmeno oscurare ciò che di buono si è compiuto. In epoca post ideologica, con un’identità da ricostruire nel magma del mondo iper-globalizzato ma ripiombato improvvisamente nella competizione tra superpotenze, tornare a guardare al Risorgimento potrebbe sembrare una scelta anacronistica ma è ancora l’unico riferimento storico realmente unificante per il paese e le proprie classi dirigenti.