Parlare di turismo senza considerare l’industria che da sempre ne guida i processi significa perdere di vista la trama nascosta che lega economia, politica, cultura e società. La vicenda umana non si esaurisce nella contabilità finanziaria né nella mera riduzione a un paradigma culturale univoco, ma si sostanzia in un intreccio di narrazione aerea e solida realtà concreta. In film come Domenica d’agosto (1950) di Luciano Emmer, commedia corale e capostipite del neorealismo rosa, e Casotto (1977) di Sergio Citti, allegoria distopica e fracassona, feroce e vitale delle miserie umane del Belpaese, passando per la via Aurelia livornese e la frenesia del vivere veloce secondo i dettami della modernità de Il sorpasso (1962) di Dino Risi, il mare – e ancor di più l’esperienza italica, nazional-popolare del mare – si impone da subito come caso di studio e termometro di trasformazioni intime e del tessuto sociale.
A livello culturale da ben lungi si inizia a intravedere il frutto della dispersione di quell’anima del viaggio letterario come inteso in epoca romantica. Ceronetti (Un viaggio in Italia, 1983) con il suo sguardo, scavando in un’Italia percorribile e percorsa da tracce antiquarie e brutalismo architettonico, segretezze provinciali e ITALSIDER, riesce ancora, sebbene faticosamente, a sottrarsi alla pressione stritolante della novazione e dell’uomo-massa destreggiandosi come in un labirinto. Ma proprio quella dinamica esplorativa, già negli anni ’80, era stata soppiantata irrimediabilmente per fare largo alla villeggiatura come orizzonte di senso festivo: una dispersione già consolidata e visibile persino a uno sguardo meno allenato rispetto a quello del “misantropo” (definizione di Cioran) di Torino.
È in Sapore di mare (1983) di Carlo Vanzina che una Versilia dorata diventa lo sfondo di una soavità che si appesantisce fino a farsi dolore per un’innocenza perduta. Il tempo idealizzato ferisce senza cicatrizzarsi, e si ripresenta come sofferenza per un’età ormai trascorsa. Nel climax finale, un semplice biglietto accompagnato da Celeste Nostalgia di Cocciante suggella la malinconia per un tempo irrecuperabile.
Un altro ferragosto (2024) di Virzì, con la Ventotene di una generazione morente, ci consegna invece una delle più recenti testimonianze di un’Italia che arrivò in spiaggia figlia dell’ottimismo sofferto del dopoguerra e che ne esce, oggi, debole, invecchiata, consumata. Pronta a lanciare i propri figli in una guerra che ripari gli errori dei padri: disincanto senile.
Il cinema, più di ogni altro linguaggio, ha fissato l’Italia balneare come manifestazione di un rito collettivo, ora disilluso e nostalgico. La villeggiatura, per decenni simbolo di spensieratezza condivisa, si è incrinata sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.
Osserviamo così un’Italia compiaciuta eppure criticata nei suoi tic e nelle sue ossessioni/pulsioni, messa sulla graticola e svergognata nelle sue crisi esistenziali. E che davanti al mare si rivela solidale e spudorata, trasognata e arcigna, arcaica e spietata, restituendo, infine, la testimonianza lucida di un irrisolto che, quando ci anticipa un tema, nel frattempo, lo riempie di significato e prospettiva.
L’Italia balneare infatti, di per sé, non riesce a scindere l’osservazione della realtà dalla narrazione. Si schiude così al duplice effetto di costruire la visione del mondo futura (iperstizione dei valori/iperstizione della mente) e di dirci qualcosa su di noi e sul suo stesso presente. Dov’è oggi questa Italia perenne, immutabile e candidamente superficiale, capace di tollerare la propria brutalità in vista di un’allegria a cui rimettere il domani?
A quanto pare sta gradualmente scomparendo, degradando verso altre mete. Non più rassicurante provincia dell’impero, ma sollecitazione turbinante a restaurare ciò che non c’è più, inseguendo un futuro retrodatato.
Il turismo balneare, del resto, ha sempre vissuto di quella domanda interna che si riduce parallelamente all’erosione sociale della classe media. È il turismo di una generazione che non ha avuto un ricambio: un’ascesa e discesa dei Buddenbrook in chiave litoranea. È il decorso di un mutamento delle abitudini e probabilmente di un passaggio doloroso tra generazioni scollegate tra loro: lavori fuori sede, spesso all’estero; il portato social della vacanza che non si presta al regime statico della villeggiatura; la predilezione per l’esotico e il weird rispetto alla familiarità costiera; i voli a basso costo… La stagnazione salariale ha fatto il resto, colpendo duramente.

Non è tuttavia astruso parlare dell’Italia come di una “potenza turistica”: è al quinto posto mondiale per afflussi esteri, anche se grazie soprattutto all’altissima concentrazione di visitatori nelle città d’arte. Tuttavia inflazione, gestione degli stabilimenti e assenza di ricambio (la generazione Ryanair di cui sopra) non hanno garantito la continuità, fino a una contrazione nel luglio scorso del 20-30% del flusso turistico verso le destinazioni marittime. Il tutto al netto dei sospetti avanzati da Fabio Dragoni in un suo post di X, con la direttiva Bolkenstein dietro l’angolo e il presunto coordinamento tra capitali privati e sistema dell’informazione a indurre una complessiva svalutazione del settore in seno all’opinione pubblica. La narrazione politica stessa, in questo, si inserisce nello spettro della produzione di significato, tracciando le direttrici che informano l’orizzonte di senso di ogni intervento deliberativo successivo, quali che saranno i dati agostani a fine mese (secondo Confcommercio, di assoluta ripresa).
Il rischio concreto della turistizzazione dell’economia è la consegna a un’ulteriore tappa del processo di smantellamento industriale. In via concentrazionaria, l’emersione del turismo come spazio esclusivo danneggia l’integrale economico e – citando il Calasso de L’innominabile attuale – produce una “visione turistica del mondo”. Una perdita completa della sua vocazione industriale e culturale secondo esigenze di commercio turistico, porterebbe l’Italia verso il completamento di quell’impoverimento inaugurato a partire dal 1991.
La progressiva e graduale “cessione” di quote dei porti strategici a compagnie straniere, principalmente cinesi, ha già inficiato il ruolo nostrano nel Mediterraneo, specchio della nostra proiezione oggi inconsistente. L’Italia, con le sue coste e la sua posizione, non può tentennare all’infinito: deve risolversi, per cause di forza maggiore, tra il controllo del traffico marittimo e la vulnerabilità a fenomeni come migrazioni di massa e inquinamento, fattori che il turismo stesso non può ignorare. La tesi poi di Dario Fabbri sulla Sicilia come avamposto strategico – per cui la Sicilia sarebbe essenzialmente americana, “fuori dalla nostra sovranità” (Limes, 2/2021) – evidenzia la limitazione rovinosamente attuale delle nostre sfere di influenza. Laddove noi continuiamo a raccontarci spiagge felici, altri leggono il nostro mare come spazio di potere, transito e controllo. È qui che si apre il dilemma cui la politica deve dare risposta, prima che la situazione diventi irreversibile e si configuri un naufragio senza appello.
Il cinema, che per decenni ha saputo registrare e anticipare le trasformazioni dell’Italia balneare, consegna forse nel Fellini de La dolce vita (1962) la sua allegoria più nitida. Il mostro marino spiaggiato non è solo un relitto enigmatico: è l’immagine di un Paese che contempla sé stesso da lontano, incapace di riconoscere il proprio presente e di tradurlo in futuro. Un’Italia che ha fatto del mare un eterno scenario, oscillando tra incanto e rovina, senza più distinguere la nostalgia dalla strategia.
Senza scomodare passate dichiarazioni dei frugali nordeuropei – per cui l’Italia sarebbe in sostanza un paese di allegria vacanziera e ciarliera – resta il fatto che la pianificazione politica non ha compreso l’importanza né la centralità della gestione costiera. Non ha saputo conciliare un indotto significativo con la trasmissione della suggestione e la cura dell’interesse nazionale, fallendo già a partire dal coinvolgimento nella destituzione di Gheddafi in Libia (2011). Il turismo balneare italiano è lo specchio di un Paese che non distingue più tra memoria e strategia, e che rischia di vivere il mare come approdo perenne di un mondo che non esiste più.
Serve quindi un nuovo spazio politico, adatto all’interazione plurale con la materia complessa, capace di convertire l’immaginario e liberare lo Stivale dalla cattività di significati sgretolati. Uno spazio che restituisca alla proiezione marittima italiana una funzione strategica primaria nel Mediterraneo e sappia rinnovare l’immaginario collettivo senza ridurlo a cartolina da vendere in Mitteleuropa. Solo così l’Italia balneare potrà smettere di contemplare i propri relitti e tornare a generare futuro.