Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile segnano la fine dell’era targata Viktor Orbán, durata 16 anni. Il popolo ha scelto Péter Magyar, leader del partito europeista Tisza, che ha ottenuto una vittoria che fino a qualche mese fa sembrava impensabile. Si è sempre ritenuto che il consenso del Presidente e il sistema di potere implementato dal partito Fidesz fosse ormai così solido e duraturo da non poter essere minacciato concretamente dalla complessa situazione che attanaglia Budapest, sia a livello interno che esterno. La voglia di avviare un profondo cambiamento politico e la stanchezza della figura da outsider nel contesto continentale però hanno avuto nettamente la meglio, propiziando il trionfo di Magyar, che con 136 seggi ha superato la maggioranza dei due terzi necessaria a modificare la costituzione. A testimoniare l’importanza di questo appuntamento elettorale è il dato dell’affluenza, stimata al 77, 8%, percentuale più elevata nella storia post-comunista del Paese.
I fattori che hanno portato alla sconfitta di Orbán sono diversi, tra cui la persistente crisi economica aggravata dal congelamento dei fondi UE a causa delle violazioni dello stato di diritto e l’isolamento internazionale. Tra le diverse ragioni che hanno incrinato il consenso, figura certamente la perdita di credibilità di Fidesz, causata dalle varie denunce di casi di corruzione da parte di Magyar, personaggio considerato invece affidabile, avendo fatto parte dello stesso sistema che ora tenta di scardinare. Infatti, il leader del fronte centrista ha militato nel partito sovranista per più di vent’anni, collaborando con il Primo ministro.
Lo strappo tra i due si è consumato nel 2024, quando dopo lo scandalo della grazia concessa dalla Presidente della Repubblica Katalin Novák ad un uomo condannato per abusi sessuali, Orbán ha sacrificato due figure femminili per calmare la rabbia popolare. Tra queste si distingue la ministra della Giustizia Judit Varga, ex moglie di Magyar e madre dei suoi figli. Il leader di Tisza ha così sfruttato l’occasione per discostarsi da Fidesz, inaugurando una campagna di denuncia della corruzione e degli abusi commessi dagli oligarchi, promettendo di porre fine a queste dinamiche. La forza del nuovo Presidente è esattamente quella di aver fatto parte di questo sistema di potere, conoscendone bene il funzionamento e gli equilibri che lo caratterizzano. A differenza dell’opposizione tradizionale, Magyar è stato in grado di catalizzare il malcontento popolare, sfruttando il suo passato da insider.
È difficile prevedere quale sarà la parabola dell’Ungheria ed il suo nuovo esecutivo, ma chiaramente si registrano delle differenze concrete in termini politici e ideologici tra i due partiti. Come è stato possibile osservare durante gli ultimi 16 anni, Fidesz e la sua guida politica si sono sempre distanziati dalle politiche dell’Unione Europea e dal globalismo, adottando una visione nazionalista e tradizionalista. Nonostante ciò che molti esperti ed analisti affermano, risulta complicato definire Orbán come antieuropeista. La visione di Fidesz si contrappone sia all’unione continentale federale, sia all’unione burocratica ed economica in vigore attualmente; il modello favorito da Orbán è un’Europa delle Nazioni, all’interno della quale gli stati preservano integralmente la propria sovranità e la propria identità comunitaria, culturale e religiosa, cooperando strettamente con gli altri attori del Vecchio continente. Chiaramente, una tale configurazione non può che portare ad uno scontro con la leadership europea e le istituzioni, fattore che ha pesato enormemente sulla condizione di isolamento in cui è giunta l’Ungheria nel Continente e la conseguente dipendenza da potenze esterne. Magyar e il partito Tisza assumono una posizione centrista e moderata in politica interna, adottando una prospettiva conservatrice nella lettura delle dinamiche sociali, proponendo però un progetto neoliberista in termini economici. In politica estera viene favorito un totale allineamento alle istanze delle istituzioni europee e all’agenda di Ursula von der Leyen, mirando ad avviare un processo di riavvicinamento a Bruxelles, ponendo fine all’isolamento politico.

A subire una sconfitta in seguito all’esito delle elezioni ungheresi non è solamente Orbán, ma anche chi lo ha sostenuto con forza in questi anni. Non si può che pensare a Mosca, che ha sempre contato su Budapest per indebolire dall’interno l’Unione, dividendola in poli politici distinti e favorendo il blocco dei fondi destinati a sostenere Kiev nel conflitto in corso. Il Cremlino perde quindi influenza nel Vecchio continente, e potenzialmente anche un partner strategico non solo sul piano geopolitico, ma anche energetico, qualora il governo Magyar dovesse decidere di smantellare la dipendenza dal gas russo. Con la caduta di Orbán a perdere è anche “l’internazionale sovranista”, che dopo il trionfo di Tusk in Polonia ora non può più affidarsi a uno dei leader più carismatici; inoltre, ne esce indebolito anche il gruppo parlamentare europeo dei Patrioti per l’Europa, che ora si trova in una crisi profonda, privo di una delle guide più rilevanti.
La Cina si trova senza uno degli hub logistici e produttivi in Europa, e dovrà valutare con attenzione se continuare ad investire in Ungheria, o riorientare le sue politiche all’interno del contesto continentale. Infine, un ulteriore sconfitto non può che essere il movimento MAGA e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha sempre mostrato stima verso Orbán ed il suo partito, con tanto di visita da parte del vicepresidente JD Vance nei giorni precedenti all’elezione. Ora, Budapest potrebbe non essere più il palcoscenico della manifestazioni e delle convention della destra mondiale, ed il globalismo e l’Unione Europea e l’Ucraina hanno vinto in maniera netta, liberandosi di un governo estremamente influente, capace di comandare per più di un decennio in un Paese chiave all’interno delle dinamiche europee.