OGGETTO: La via per l'Armageddon
DATA: 17 Marzo 2026
SEZIONE: Geopolitica
La guerra contro l’Iran viene presentata pubblicamente come una scelta finalizzata a contenere il suo programma nucleare e, indirettamente, indebolire la Cina. Ma questa non è l’unica dimensione in gioco. In una parte rilevante della società americana, il Medio Oriente è letto attraverso una griglia escatologica che lega Israele, Armageddon e il ritorno di Cristo.
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Per comprendere davvero l’attacco contro l’Iran, non basta fermarsi alla superficie delle giustificazioni ufficiali. Più che sul solo pretesto nucleare o sulla consueta ostilità tra Washington e Teheran, conviene concentrarsi sui fattori che hanno contribuito ad appiccare l’incendio mediorientale e sulla natura più profonda della cornice entro cui essi vengono interpretati. 

Questa guerra non appare soltanto come una risposta a una minaccia immediata, ma come il prodotto di una visione più ampia dello scontro globale, nella quale si intrecciano calcolo geopolitico, influenza israeliana, letture distorte della realtà iraniana da parte degli organi “informativi” e una componente religioso-escatologica tutt’altro che secondaria.

In una certa lettura americana, condivisa soprattutto dagli ambienti più neoconservatori, l’intervento contro l’Iran non nasce infatti soltanto dalla questione nucleare, ma dall’idea che colpire attori regionali ostili ma non nucleari sia meno rischioso che affrontare direttamente Mosca o Pechino. In questa logica, Trump vedrebbe nel Venezuela, nell’Iran e, forse in futuro, anche in Cuba, altrettanti teatri paralleli attraverso cui indebolire Putin e Xi colpendo i loro partner, i loro avamposti, i loro proxy. Senza il petrolio iraniano, del resto, la Cina subirebbe, almeno nel breve periodo, un contraccolpo tutt’altro che trascurabile.

Il problema è che l’Iran non è il Venezuela, né Cuba. Immaginare che metodi pensati per contesti storici, sociali, culturali e perfino antropologici radicalmente diversi possano funzionare allo stesso modo significa partire da un errore di impostazione. L’idea di “decapitare” il regime e rimpiazzarlo con un assetto più favorevole agli interessi israelo-statunitensi ha qualcosa del delirio di onnipotenza. destinata poi a fare i conti con le conseguenze nel doposbornia. Resta però utile provare a dare una logica a all’apparente follia.

Dopo la morte di Ali Khamenei, la successione non ha prodotto l’esito sperato da Israele e Stati Uniti, bensì una linea di continuità. L’ascesa di Mojtaba Khamenei, figlio del precedente leader supremo e da tempo considerato vicino ai settori più intransigenti del regime, indica che la struttura del potere non è stata realmente trasformata, ma ha semplicemente trovato un nuovo punto di equilibrio interno. Trump, inoltre, avrebbe reagito con evidente irritazione a questa continuità, lasciando intendere di voler avere voce in capitolo nella scelta della futura leadership iraniana. Tutto ciò induce a pensare che l’asse israelo-statunitense non punti soltanto a contenere l’Iran, ma a controllarlo dall’interno, impedendo al tempo stesso che Russia e Cina possano continuare a sfruttarlo a proprio vantaggio.

Si tratta però di un obiettivo estremamente ambizioso e, con ogni evidenza, altamente rischioso. Non a caso, lo stesso capo degli Stati Maggiori riuniti, Dan Caine, aveva già avvertito che un’eventuale campagna contro l’Iran avrebbe comportato un livello di rischio elevatissimo.

Il pericolo di scivolare in una spirale di guerra prolungata, con conseguenze militari ed economiche devastanti, non è affatto remoto.

L’Iran, del resto, sta dimostrando di rimanere fedele a sé stesso e di continuare a combattere finché dispone dei mezzi per farlo. Proprio per questo, l’ipotesi di una rapida implosione del regime appare quanto meno fragile e finisce per confermare, almeno in parte, le cautele espresse da settori dell’intelligence statunitense.

Le grandi folle scese in piazza a Teheran e in altre città durante la Giornata di al-Quds, con slogan antiamericani e anti-israeliani e immagini della leadership della Repubblica islamica, mentre sulla capitale venivano segnalati nuovi attacchi, restituiscono l’immagine di un paese che non può essere letto nel modo semplicistico in cui viene spesso raccontato dai media occidentali, soprattutto nostrani. Ne deriva il sospetto che la decisione israelo-statunitense di attaccare l’Iran sia stata influenzata da una pluralità di fattori: da una rappresentazione distorta delle proteste interne iraniane e da una lettura eccessivamente ottimistica della fragilità del regime; dall’illusione, alimentata anche dai recenti avvenimenti venezuelani, che un sistema autoritario possa essere scardinato dall’esterno più facilmente di quanto non accada nella realtà; dal peso dell’influenza israeliana negli apparati della superpotenza americana; e, infine, da una deriva messianica e religiosa sempre più visibile nelle stanze della Casa Bianca.

Ed è proprio quest’ultimo aspetto a meritare un’attenzione particolare. Perché, se il conflitto viene letto solo in termini di equilibrio di potenza, si rischia di smarrire uno dei motori profondi che hanno contribuito a innescarlo. In una parte dell’America evangelica, infatti, il Medio Oriente è il teatro di una storia sacra in movimento. Israele non vi appare semplicemente come un alleato, ma come il perno di una sequenza escatologica che lega guerra, Armageddon e ritorno di Cristo. 

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

È dentro questa cornice che la pressione su Teheran finisce per caricarsi di un significato ulteriore: non solo atto geopolitico, ma passaggio inscritto in una visione religiosa del tempo e della storia. Per questo, più che fermarsi alle ragioni dichiarate dell’intervento, conviene osservare i fattori che hanno appiccato il fuoco e la grammatica simbolica che lo rende, agli occhi di alcuni, non solo possibile o utile, ma persino necessario.

Il peso di Israele sulle scelte dell’amministrazione Trump non può essere trattato come un elemento secondario, ma come uno dei fattori strutturali della crisi. L’intermezzo che ci condurrà al prossimo livello, quello escatologico. L’alleanza tra Washington e Tel Aviv, infatti, non si fonda unicamente su convergenze geopolitiche e interessi di sicurezza, ma su un rapporto profondamente sedimentato anche sul terreno culturale, ideologico e istituzionale.

In questo quadro si colloca anche l’azione di organizzazioni come l’AIPAC, che operano apertamente e legalmente per rafforzare tale legame e orientare il dibattito politico americano in senso favorevole a Israele. Un audio diffuso nel 2025, registrato durante una sessione riservata del Congressional Summit dell’AIPAC, ha mostrato con particolare nettezza il grado di prossimità costruito nel tempo con figure centrali della sicurezza nazionale americana, fra cui Marco Rubio, Mike Waltz e John Ratcliffe, descritti come interlocutori coltivati per anni e inseriti in canali di comunicazione privilegiati.

Questo, di per sé, non ha nulla di illegittimo: le lobby esistono in tutte le democrazie e fanno parte del funzionamento ordinario dei sistemi politici. Il punto, però, è un altro: fino a che punto l’azione americana in Iran risponde a un interesse nazionale diretto degli Stati Uniti, e fino a che punto invece risponde, almeno in parte, agli interessi di un alleato?

La domanda si fa ancora più stringente se si considera che, all’inizio di marzo 2026, Marco Rubio ha riconosciuto che Washington sapeva dell’imminente iniziativa israeliana e che proprio quella iniziativa avrebbe potuto trascinare gli Stati Uniti in una risposta militare più ampia, alimentando così il sospetto che la traiettoria del conflitto non sia stata dettata soltanto da un calcolo americano autonomo.

Questa domanda è resa ancora più significativa da episodi che emergono nel dibattito pubblico americano. Il fatto che un veterano dei Marines abbia interrotto un’udienza del Senato per protestare contro la guerra all’Iran e contro il sostegno statunitense a Israele, gridando che “nessuno vuole combattere per Israele”, segnala che la questione non è confinata ai margini. Al di là del gesto in sé, ciò che conta è il significato politico della frattura, e cioè che gli Stati Uniti possano essere trascinati in un conflitto non sulla base di un calcolo pienamente autonomo dei propri interessi, ma in funzione delle priorità strategiche di un alleato. Percezione particolarmente corrosiva proprio nel bacino elettorale trumpiano, che aveva affidato all’attuale presidente anche il mandato implicito di non riaprire il ciclo delle avventure militari improbabili in scenari esotici, opachi e scarsamente intelligibili al cittadino medio americano. 

Ogni ordine imperiale vive di una gerarchia elementare: non sono gli alleati a scandire il tempo della potenza, è la potenza a regolare il respiro degli alleati. Se questa immagine si incrina, allora la questione supera Israele e l’Iran e investe la rappresentazione che l’America offre di sé ai propri stessi cittadini. E se il conflitto dovesse impantanarsi o produrre risultati inferiori alle attese della Casa Bianca, è proprio su questa faglia che potrebbe aprirsi un costo politico significativo in vista delle elezioni di metà mandato.

Un ulteriore aspetto riguarda il peso della dimensione religiosa evangelica nella costruzione della narrazione americana. Non si tratta di un elemento marginale. Il 6 marzo 2026 Jared Huffman, Jamie Raskin, Chrissy Houlahan e altri 27 membri della Camera hanno chiesto formalmente all’ispettore generale del Dipartimento della Difesa di aprire un’indagine su segnalazioni secondo cui alcuni comandanti avrebbero presentato le operazioni contro l’Iran come parte di una profezia religiosa, di un “piano divino” o di un evento apocalittico. Nella lettera si legge che, se confermate, simili affermazioni porrebbero non solo un problema costituzionale, ma anche possibili violazioni delle regole del Pentagono in materia di neutralità religiosa.

Il punto, a questo stadio, non riguarda più soltanto la propaganda o la mobilitazione morale delle truppe. Se davvero, anche solo in alcuni ambienti militari e politici, gli attacchi contro l’Iran vengono presentati come eventi destinati ad accelerare il ritorno di Cristo, allora la religione cessa di essere un semplice linguaggio di legittimazione e diventa una vera chiave di orientamento dell’azione. È precisamente in questa direzione che sembrano andare alcune notizie raccolte nei primi giorni della guerra: oltre 200 segnalazioni, provenienti da più di 50 installazioni militari, riferivano che alcuni comandanti avrebbero evocato il Libro dell’Apocalisse, Armageddon e il “piano di Dio” per spiegare ai subordinati il significato del conflitto.

In uno dei racconti che hanno avuto maggiore risonanza, un sottufficiale anonimo si è rivolto alla Military Religious Freedom Foundation (MRFF), sostenendo che ai sottufficiali fosse stato detto non solo che la guerra contro l’Iran rientrava nel disegno divino, ma anche che il presidente Donald Trump sarebbe stato “unto da Gesù per accendere il fuoco di segnalazione in Iran e provocare Armageddon, segnando il suo ritorno sulla Terra”, secondo quanto riportato inizialmente dal giornalista Jonathan Larsen.

Una parte rilevante dell’evangelismo statunitense legge da tempo la politica mediorientale attraverso una lente escatologica. Secondo il Pew Research Center, il 39% degli adulti statunitensi ritiene che l’umanità stia vivendo negli “end times”, quota che sale al 63% tra i protestanti evangelici. Lo stesso Pew mostra che gli evangelici americani hanno atteggiamenti distintamente favorevoli verso Israele. L’82% degli evangelici bianchi negli Stati Uniti ritiene che Dio abbia dato la terra di Israele al popolo ebraico, una convinzione teologica che si riflette anche nelle loro posizioni politiche sul Medio Oriente.

Questa visione è stata studiata in modo approfondito dallo storico Timothy P. Weber, che ha ricostruito il legame tra dispensazionalismo, un sistema teologico che interpreta in modo letterale molte profezie bibliche e vede Israele come centrale negli eventi degli “ultimi tempi”, attesa della seconda venuta di Cristo e sostegno evangelico a Israele, mostrando come non si tratti di un tema marginale o periferico del discorso religioso americano, ma di una tradizione solida e ben radicata. 

Secondo Weber, da questa impostazione derivano alcune conseguenze fondamentali. Se le profezie riguardanti gli eventi finali della storia si riferiscono anzitutto a Israele e non alla Chiesa, allora il ritorno degli ebrei nella Terra d’Israele diventa una condizione necessaria per la riattivazione della sequenza escatologica. In questa prospettiva, senza la restaurazione di uno Stato ebraico non potrebbero compiersi gli eventi conclusivi della narrazione profetica: la grande tribolazionel’emergere dell’Anticristola battaglia di Armageddon e infine la seconda venuta di Cristo. Weber mostra infatti che, nel sistema dispensazionalista, “tutto dipendeva dagli ebrei”: senza un Israele restaurato, l’intero schema degli ultimi tempi non poteva prendere forma.

Per questa ragione, molti evangelici dispensazionalisti hanno interpretato la nascita dello Stato di Israele nel 1948 come un evento di portata profetica, quasi il segno che la storia fosse entrata in una fase nuova e decisiva. Per circa un secolo i dispensazionalisti erano rimasti soprattutto spettatori e interpreti della storia, convinti di poter leggere i “segni dei tempi” senza intervenire direttamente; dopo il 1948, e ancora di più dopo l’espansione territoriale israeliana del 1967, essi iniziarono invece a percepirsi come parte attiva di quel processo, sostenendo politicamente Israele affinché il corso della storia procedesse secondo il copione profetico che ritenevano già scritto.

Per una parte significativa dell’evangelismo americano, sostenere Israele significa partecipare, in qualche misura, al compimento del piano divino. 

Qui occorre precisare un concetto. La religione può certamente essere usata come strumento di motivazione, coesione e legittimazione, nella storia è stato fatto spesso. Gli esseri umani non combattono mai soltanto per un calcolo razionale: combattono anche per simboli, appartenenza, significato e destino. Da questo punto di vista, la religione può funzionare come linguaggio mobilitante, come cornice narrativa capace di dare senso al sacrificio e alla guerra. 

Il punto critico arriva quando la religione smette di essere un mezzo e diventa lo scopo. Finché il riferimento religioso serve a giustificare o sostenere una decisione politica già maturata su basi tattico-strategiche, si rimane ancora nel campo della strumentalizzazione ideologica della fede, fenomeno antico quanto le storie degli uomini. Ma quando la logica si rovescia, cioè quando l’obiettivo politico-militare viene perseguito perché ritenuto parte di un disegno sacro, allora il rischio cambia natura. In quel momento la religione non accompagna più la decisione: la sostituisce. 

Una decisione presa per accelerare una profezia o per aderire a una visione apocalittica della storia non risponde più ai criteri della strategia, al calcolo dei costi, all’equilibrio tra fini e mezzi; si consegna ad una logica assoluta che, proprio perché sciolta da ogni misura, diventa capace di produrre le conseguenze più devastanti.

Da questa parte dell’Atlantico, noi europei – e noi italiani in particolare – assistiamo alla scena dalla finestra: abbastanza coinvolti da subirne le conseguenze, troppo poco disposti ad ammettere fino in fondo di esserne parte. Ci rifugiamo allora nel formulario del diritto internazionale, quasi pregando Fukuyama di far finire di nuovo la storia, oppure, al solito, ficchiamo la testa sotto la sabbia, facendo come se nulla fosse mentre il diluvio ci cade addosso.

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