L’ingranaggio e la fucina

Economia e guerra si nutrono a vicenda. La situazione ucraina e la crisi che stiamo attraversando lo confermano ancora una volta.
Economia e guerra si nutrono a vicenda. La situazione ucraina e la crisi che stiamo attraversando lo confermano ancora una volta.

Con l’urto imminente della crisi energetica e il rallentamento delle catene globali del valore, nei palazzi governativi delle capitali europee, qualcuno potrebbe già immaginarsi costretto ad affermare con amara ironia: «Naufragium feci, bene navigavi». Ammesso che di buona navigazione si possa parlare. C’è da ricordare, infatti, che la congiuntura economica sfavorevole che sta tenendo sotto scacco i governi nazionali dell’UE (e non solo) era stata prevista con largo anticipo da alcuni esperti di commercio e finanza internazionale. La risposta delle classi dirigenti occidentali è parsa tardiva o si è rivelata largamente insufficiente, sintomo lampante di un vuoto di leadership. Non deve sorprendere che sia ora la guerra a imporre un cambio di passo alle economie europee.

Che i grandi eventi bellici conducano spesso a trasformazioni epocali nell’organizzazione sociale ed economica dei popoli, non è considerazione nuova nella storia del pensiero filosofico e sociologico. Quando Werner Sombart scrisse il suo Guerra e capitalismo, esisteva un filone ben consolidato di ricerca che risaliva almeno al XV secolo. Ma, con l’avvento della sociologia, si cominciò a dare per assunto che «studiare la guerra è studiare la società». D’altronde, a cavallo tra XIX e XX secolo, secondo Sombart, gli «interessi bellici [tenevano] avvinti, più di altri, gli animi» e gli scritti del sociologo tedesco e dei suoi contemporanei non di rado si coloravano di toni politicamente accalorati e patriottici. A differenza di quanto sostenuto da altri intellettualiautorevoli come Compte e Tocqueville, che consideravano spirito militare e spirito dell’industria tra loro incompatibili, Sombart era convinto della compresenza di società militare e società industriale nella storia umana, al punto che per secoli l’avanzata di un’industria incalzata dagli eventi bellici si combinava condinamiche di guerra intrise di spirito industriale.

Guerra e Capitalismo (Mimesis) di Werner Sombart

«La guerra non ha solamente distrutto la sostanza capitalista, la guerra non ha solamente inibito lo sviluppo capitalista: essa l’ha anche promosso, anzi… lo ha reso finalmente possibile, poiché alcune importanti condizioni cui il capitalismo è legato si verificano solo nel contesto dello scontro».

Werner Sombart

Passaggio cruciale per l’analisi sociologica di Guerra e capitalismo è l’affermarsi dello Stato moderno. A dar forma alle entità statuali era stato proprio il mestiere delle armi, sia nella delimitazione dei confini sia nell’organizzazione interna degli Stati: una gestione razionale delle risorse materiali necessarie per la sicurezza della popolazione e le campagne militari esigeva un sistema fiscale ben funzionante e ne diede una dimostrazione la risistemazione dell’esercito francese decisa da Carlo VII nel 1448. Agli intellettuali del XIX secolo appariva evidente che statalismo, fiscalismo e militarismo si intrecciassero e interagissero tra loro, ma Sombart avvertì l’urgenza di superare una certa «concezione materialistica della storia», senza tuttavia negarne la validità al confronto con altre teorie: la domanda di ricerca del sociologo tedesco verteva «su che misura e perché, se lo è, il capitalismo è un effetto della guerra». Serve, però, un’ulteriore considerazione sugli assunti teorici da cui muoveva la riflessione di Sombart.

In altre opere antecedenti a Guerre e capitalismo, egli aveva posto dei motivi antropologici alla base del suo pensiero.

«Io ritengo che non sia ancora sufficientemente valutata l’influenza che il sistema militare moderno ha esercitato su tutta la cultura e in particolare sull’economia».

Decisivo viene definito il XVII secolo, quando 

«Si compie la frattura e la frammentazione del concetto di uomo di natura […] che sarebbe stato incapace di portare il sistema economico capitalistico al suo pieno sviluppo. Per la nascita di questo uomo nuovo si è ritenuta responsabile la religione, in particolare il puritanesimo. Si è mai considerato lo stretto rapporto che lega puritanesimo e militarismo? […] La disciplina è il Leitmotiv».

Ma lo spunto forse più suggestivo è il passo di Guerra e capitalismo che insiste sui risvolti sociologici degli addestramenti militari, della disciplina rigorosa e dell’educazione severa che segnarono la formazione degli eserciti di massa. Quella stessa disciplina che era stata inculcata nelle persone attraverso l’irreggimentazione veniva riutilizzata, secondo Sombart, nelle fabbriche, a seguito della trasformazione profonda che aveva portato alla nascita dell’uomo realista o uomo del dovere. Fin qui,il discorso è ruotato attorno alle ragioni sociologiche e antropologiche del legame storico tra guerra e capitalismo, ma viene da domandarsi a quale genere di capitalismo ci si stia riferendo. Ed è la storia economica che accorre in aiuto, chiarendo, entro certi limiti, l’influenza dei fatti di guerra sulle strutture di mercato. 

Fu un brillante allievo di Sombart, l’economista russo Wassily Leontief, a mostrare durante la Seconda Guerra Mondiale come l’esigenza di mezzi, armamenti e vettovaglie in quantità industriali per gli eserciti richiedesse una riorganizzazione sistemica dei metodi di produzione. Mentre il futuro premio Nobel Leonid Kantorovič ricercava il modello di ottimizzazione ideale per la carenza di risorse di cui soffriva l’economia sovietica negli anni dell’Operazione Barbarossa, Leontief era stato accolto ad Harvard e lavorava all’interno del Research and Analysis Branch dell’OSSper individuare le debolezze dell’economia tedesca e perfezionare la macchina produttiva americana. Un punto di svolta venne marcato dal suo modello input-output che ambiva a mappare l’intera economia degli Stati Uniti, esaminando le interazioni tra comparti strategici. Secondo lo studioso Alan Bollard, non ci sono prove che il modello di Leontief abbia guidato l’amministrazione statunitense verso l’assetto da economia di guerra, ma è molto probabile che il nuovo approccio alla pianificazione statistica abbia portato a un miglioramento della filiera produttiva dell’industria pesante. E la guerra russo-ucraina come sta ridisegnando le economie?

Se la pandemia aveva sortito importanti effetti sull’approccio europeo alla governance economica, un cambiamento ben più clamoroso sembra concretizzarsi in conseguenza dell’impatto della guerra sulla struttura dei mercati nazionali dell’Unione. Interpretando l’attuale frangente critico in cui la Francia si trova a far fronte, da una parte, alla fragilità interna dell’apparato economico (il deficit commerciale fuori controllo a causa dell’aumento dei prezzi delle importazioni, i problemi tecnici e i ritardi nei progetti di potenziamento delle centrali nucleari, la rinazionalizzazione d’urgenza di EDF, Electricité de France) e, dall’altra, alla ridefinizione degli equilibri europei segnata dal piano di riarmo tedesco, il presidente francese Emmanuel Macron ha pronunciato un discorso dal senso inequivocabile all’Eurosatory 2022, ponendo l’accento su una verosimile transizione verso un’economia di guerra.

«[Ci confrontiamo con] un’economia in cui non possiamo più vivere allo stesso ritmo, con la stessa grammatica di un anno fa. Tutto è cambiato».

Emmanuel Macron

Non si tratta dell’unico segnale di sospensione, se non radicale revisione, nel contesto europeo del paradigma economico neoliberista, che pretende di anteporre le ragioni efficientistiche del libero mercato e di sottrarre l’economia al controllo dell’operatore pubblico persino in un momento storico drammatico come questi primi anni Venti del secolo XXI. Particolare attenzione dovrebbe destare il caso di Uniper ed ex Gazprom Germania GmbH, ora denominata SEFE Securing Energy for Europe GmbH, le quali hanno beneficiato di consistenti aiuti dello Stato tedesco. 

«L’azienda tedesca Uniper ha registrato una perdita di 12,3 miliardi di euro nel primo semestre, affermando di essere diventata una “pedina” nel conflitto in Ucraina e di essere stata spinta sull’orlo dell’insolvenza da un enorme calo delle forniture di gas russo».

Olaf Storbeck sul Financial Times

Mentre Uniper è stata soccorsa dal governo tedesco mediante un bailout di 15 miliardi di euro, in misura tale che lo Stato ne è ora azionista al 30% e fornisce i prestiti necessari per prevenire la bancarotta, ad aprile 2022 l’autorità di controllo tedesca era intervenuta ad assumere il controllo di Gazprom Germania GmbH, prima del bailout di 10 miliardi di euro che è stato erogato lo scorso giugno. In Italia, invece, di nazionalizzazioni si discute con tono sommesso nel dibattito della campagna elettorale, quasi a lasciar intendere che nessuno è pronto ad aprire ad alcun tipo divia dirigista, sia pure in maniera temporanea.

L’impressione diffusa è che i combattimenti in Ucraina siano destinati a durare a lungo e gli Stati occidentali non potranno restare sordi alle ripercussioni delle sanzioni e della guerra economica sulle vite dei propri cittadini. Eppure, per quanto gli economisti e la classe politica si arrovellino già per ripensare il paradigma economico dominante, uno scenario in cui il Washington Consensus venga congedato appartiene ancora a un lontano futuribile

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