Le guerre non si vincono in borsa

La febbre delle sanzioni è l’ultima malattia di un Occidente che ha dimenticato la Storia e una delle sue lezioni più importanti: la guerra è anzitutto un fatto politico, non economico.
La febbre delle sanzioni è l’ultima malattia di un Occidente che ha dimenticato la Storia e una delle sue lezioni più importanti: la guerra è anzitutto un fatto politico, non economico.

Manifesto per la Storia: il ruolo del passato nel mondo d’oggi è il titolo di un misconosciuto saggio americano, pubblicato per la prima volta nel 2014 e apparso in Italia due anni dopo per i tipi di Donzelli. Si tratta di un volumetto agile tanto per la lunghezza, poco più di duecentocinquanta pagine in tutto, quanto per la forma, accessibile e scorrevole; un pamphlet in piena regola, a metà tra l’invettiva e l’invocazione come i migliori capostipiti settecenteschi del genere. Sarà perché l’hanno scritto due storici: David Armitage, docente di Storia ad Harvard, e Jo Guldi, sua collega alla Brown University, non la mandano a dire. L’Occidente, accusano, ha dimenticato la Storia, sedotto dalla precisione dei numeri e dalla affidabilità delle scienze matematiche, economia in primis. I dati sono oggi l’indiscusso punto di riferimento di una politica sempre più prigioniera dei ristrettissimi orizzonti temporali della democrazia, mentre le discipline umanistiche, declassate ad hobbies per passatisti, se ne stanno accantonate in qualche angolo buio delle stanze dei bottoni come polverosi suppellettili d’antiquariato.

Il Manifesto s’inserisce così nel già vasto e variegato filone delle perorazioni in favore del sapere umanistico, da tempo di gran moda. A tal punto, in effetti, che la categoria risente di una certa inflazione; i titoli sull’argomento ormai non si contano, specie nel Bel Paese, la cui antichissima tradizione culturale non può che essere agli antipodi del tecnicismo contemporaneo. Sarebbe facile derubricare l’opera di Armitage e Guldi come l’ennesimo di questi esercizi retorici pro domo sua, un trattato luddista scritto da due animali a rischio, comprensibilmente restii a venir relegati in una riserva accademica il cui perimetro va via via restringendosi. Tuttavia, di fronte ai recenti avvenimenti esteri, al ritorno dirompente della stessa Storia che qualcuno annunciava finita, non si può non cogliere l’importanza dell’originale messaggio veicolato — con un approccio analitico inedito per il settore, pur nella sua imperfezione — dagli autori.

Oltre la tragedia umana, in Occidente il conflitto che da nove mesi insanguina l’Ucraina è visto soprattutto attraverso la lente dei numeri. E sì che uno dei naturali sottoprodotti della guerra moderna sono le statistiche sui morti, i feriti, i dispersi, gli sfollati, insomma il freddo conto del macellaio che solo può restituire la dimensione spaventosa dello scontro in atto. Accanto a queste cifre se ne trovano altre: quelle finanziarie. Aiuti militari e umanitari, prestiti, donazioni volontarie; tutto è quantificato in relazione al suo valore economico, essendo d’altronde economici gli strumenti che stiamo impiegando per far fronte alla situazione, a cominciare dalle sanzioni. Venuta meno la facoltà di ricorrere liberamente all’uso della forza, dal 1945 in poi le sanzioni hanno assunto un ruolo centrale nelle gestione dei rapporti ostili fra Stati, in particolare presso i Paesi avanzati dell’area G7. Di facile implementazione ed effetto immediato, le restrizioni sul commercio rappresentano in apparenza una soluzione ideale per società come le nostre, costrette a far convivere i propri interessi geostrategici con il costante ridimensionamento degli apparati della Difesa e un’opinione pubblica in larghissima parte anti-interventista. 

Nel corso degli ultimi trent’anni, le “atomiche del terzo millennio” hanno pressoché interamente soppiantato missili e carri armati come leva di coercizione prediletta a livello internazionale. Non deve pertanto sorprendere che la guerra venga ormai percepita come un’attività anzitutto finanziaria, svolta nell’incruenta arena delle Borse in continuità con gli altri affari, piuttosto che su qualche lontano campo di battaglia; l’invasione russa dell’Ucraina ha prevedibilmente rinforzato questa nozione, come ben dimostra l’incessante litania di somme e percentuali che ogni giorno riempie le colonne dei quotidiani. Riassumendo, il Cremlino può aspettarsi per quest’anno un calo del PIL di circa quattro punti percentuali, con un’ulteriore riduzione nel 2023; migliorano l’inflazione e la produzione industriale, comunque lontane dai livelli antebellici. Nel complesso, il grosso della stampa italiana ed estera rimane concorde sul fatto che la Federazione Russa sia un Paese in stato vegetativo, tenuto in vita dai suoi (copiosi) export energetici: le sanzioni, questa l’unanime conclusione, stanno funzionando.

L’ottimismo degli organi d’informazione non sembra però trovare riscontro nell’atteggiamento di Mosca, che anzi si prepara ad un impegno prolungato e rilancia con pesantissime ritorsioni. La capitolazione del nemico tarda ad arrivare, mentre da più parti cominciano a levarsi voci critiche della linea oltranzista adottata da Bruxelles. Perché Putin e i suoi, sebbene paiano battuti sul piano militare e materiale, non si arrendono? La reticenza rispetto a questo interrogativo, vero e proprio nodo gordiano della questione russo-ucraina, e la malcelata incapacità di rispondervi, riflettono in maniera drammatica quell’ipertrofia della forma mentis economica che è al centro del Manifesto. Esclusa ogni possibile partigianeria filoucraina, l’insistenza spasmodica sui dati di questa guerra, talvolta a discapito anche dei fatti d’arme, testimonia la quasi totale scomparsa della dimensione politica dal dibattito pubblico e dall’agire dei governi, entrambi avvitati su di un modellismo asettico in cui l’uomo è al più una variabile secondaria. Ogni gesto si presuppone sia mosso a priori dalla ricerca razionale della massima utilità; che le aspettative sublimate dalle proiezioni algebriche possano mancare di concretizzarsi non è contemplato.

Eppure, la realtà rimane avulsa a questi rigidi calcoli, e alla discrepanza tra gli uni e l’altra si può allora dare un senso soltanto in chiave politica. Sono politiche le radici dell’ostinazione dei russi, che a torto o a ragione intravedono nell’Ucraina occidentalizzata di Zelensky una minaccia esistenziale e che adesso, fattasi insanabile la frattura col blocco atlantico, sanno di star giocandosi il tutto per tutto. Sono politici gli scopi delle sanzioni, le quali vorrebbero e dovrebbero essere — almeno in via ufficiale — non un fine in sé, ma un mezzo attraverso cui pervenire ad una soluzione mediata. Ed è politica la guerra in sé, in quanto stato d’eccezione schmittiano per antonomasia e, quindi, suprema espressione del Potere. Ne consegue da ultimo che altrettanto politica debba essere la reazione alla cesura con la normalità antecedente che vi è insita; non ci si può approcciare ad una guerra allo stesso modo in cui ci si è sempre approcciati alla pace.

Il rifiuto dei grandi traumi del secolo scorso ha col tempo assunto i tratti di un’apostasia del passato tout-court, rigettato in favore di una credenza para-religiosa nell’identità tra benessere materiale e progresso. Il Mercato è stato elevato a perfetto luogo di sintesi della conflittualità tra Stati: spogliati dopo secoli della loro funzione politica, ci si aspettava che essi avrebbero operato entro i binari della dicotomia produttore-consumatore, in modo del tutto spontaneo e pacifico. L’ordine così stabilito si sarebbe potuto preservare semplicemente estromettendo gli attori problematici dal meccanismo del libero scambio, senza alcun bisogno della coazione armata. Neppure il tumultuoso periodo post-11 settembre ha scalfito la certezza che il processo — concretizzatosi non a caso nello smantellamento sistematico di tutto ciò che ne aveva preceduto l’avvio — fosse irreversibile; il clamore della Global War On Terror si è a poco a poco fatto brusio di sottofondo. Per un momento, la Storia è davvero sembrata esaurirsi nel presente eterno della globalizzazione.

In un simile contesto la guerra, declinata secondo i canoni di una controinsurrezione letargica, ha finito per diventare qualcosa di distante, ordinario, marginale. Business as usual, letteralmente e metaforicamente: allenati all’indolenza dalla pluridecennale avventura nel Vicino Oriente, è con questo medesimo atteggiamento che ci siamo gettati a piè pari nel pantano ucraino. Ma come per i russi, il rapido trionfo si è rivelato una chimera irrealizzabile. Così, mentre al fronte si continua a morire e a casa inizia a far presa la stanchezza, a noi non rimane che constatare che non eravamo pronti. Non lo erano le forze (dis)armate di un’Europa a ancora una volta ridotta a spettatrice della propria esistenza, né quelle degli Stati Uniti, scopertisi un gigante coi piedi d’argilla; non lo era l’opinione pubblica, ovunque tanto ideologica quanto inconcludente; non lo era la classe politica, restia ad abbandonare un popperismo esasperato ed esasperante anche davanti alla crudissima prova dei fatti.

Qualunque sarà il suo esito, la guerra d’Ucraina ha mostrato in maniera incontrovertibile la fallacia di molti dei presupposti alla base del pensiero liberal-progressista e dell’ordine mondiale che vi poggia. Il primato del commercio sulla forza, del multilateralismo sui singoli Stati, in definitiva della tecnica sulla politica, esce definitivamente spogliato dell’aura di naturale oggettività di cui lo si era voluto ammantare negli anni di una pace che è ormai soltanto un ricordo. Può darsi che, quando i cannoni avranno finalmente taciuto, tra i caduti dovremo contare pure la Società Aperta per preservare la quale, aldilà di ogni retorica, si batte il ricco Occidente; certo sarebbe assai ironico se questa nostra seconda Belle Époque postmoderna finisse, al pari della prima, in mezzo al fango delle trincee. Perché la Storia, notano Armitage e Guldi riprendendo l’antica massima, è maestra di vita: a chi vuole ascoltarla insegna con le buone. A tutti gli altri, con le cattive.

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