OGGETTO: Effetto Mamdani
DATA: 05 Novembre 2025
SEZIONE: Politica
Laddove in passato le alte sfere del Partito Democratico statunitense sono riuscite ad inquadrare la propria base in una struttura organizzativa a rigida vocazione gerarchica, neutralizzandone di volta in volta le istanze più spinte in favore di un moderatismo da molti percepito come letargico, la schiacciante vittoria di Zohran Mamdani dimostra in maniera plastica l’efficacia di un approccio bottom up, spontaneo e grassroots nel promuovere una linea politico-ideologica per diversi aspetti agli antipodi dell’ortodossia liberal.
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Pubblicato il 17 luglio 2025

Dai primordi brutali della frontiera al pigro presente tardo-imperiale, per chi osserva gli Stati Uniti da fuori dei loro sterminati confini risulta talvolta difficile allontanare l’impressione — senz’altro stereotipata, ma non per questo scorretta — che quattro secoli di storia del Nuovo Mondo anglosassone e dei suoi abitanti, coloni prima ed immigrati poi, possano venire agevolmente riassunti in una spasmodica ricerca della salvezza. Gli americani vogliono essere salvati: dal peccato, dalla tirannide, dalla miseria, e non di rado da loro stessi. Oltreoceano tutto sembra ruotare attorno a questo bisogno, incontenibile ed insaziabile; tutto appare finalizzato a placarlo, fosse anche solo per un momento. Va da sé che la politica non faccia eccezione. La vera e propria economia della speranza su cui poggia larga parte dell’esperimento USA si quantifica  senz’altro anche in voti, e tra i suoi prodotti più gettonati figurano prevedibilmente i messia, sempiterno evergreen di un Paese dove per scivolare tra i sommersi basta una brutta giornata a Wall Street.

Un redentore per ogni epoca, un risolutore per ogni crisi, ciascuno a vario titolo araldo di quella «speciale provvidenza» che, scriveva con sagacia ed una punta d’invidia il cancelliere von Bismarck, «Dio ha per gli idioti, i beoni, e gli Stati Uniti d’America». E però i salvatori a stelle e strisce non godono mai d’un seguito universale, specie da vivi: la natura bicefala del sistema partitico americano impone loro giocoforza di mettersi da un lato o dall’altro della barricata, e anche quando riescono a starne al di sopra l’idillio dura poco, di solito il tempo di una guerra come si deve. Così, mentre al momento i repubblicani si godono il secondo regno del loro idolo d’oro, di riflesso i democratici vivono una profonda crisi di fede. La batosta dello scorso anno brucia ancora; con Harris, Biden e persino Obama relegati agli spalti dell’arena  politica di Washington D.C., a contrastare l’agenda dei conservatori è stato finora un manipolo di misconosciuti giudici-attivisti, impegnati con la maggioranza rossissima della Corte Suprema in un lungo e, da ultimo, futile braccio di ferro.

Nel frattempo la dirigenza dem langue nella confusione, apparentemente incapace di elaborare una strategia d’insieme con cui affrontare gli incombenti midterms. In attesa che la pasionaria Ocasio-Cortez raggiunga l’età minima per contendersi la Casa Bianca con il delfino del trumpismo (e sempre ammesso che riesca di pari passo a spezzare la presa dell’inossidabile duo istituzionale Pelosi-Schumer sul suo partito), in questi mesi di magra ai seguaci dell’asino non è rimasta altra opzione se non cercarsi qualcuno di nuovo da venerare; si direbbe infine che l’abbiano trovato. Zohran Mamdani, trentatré anni, cittadino statunitense da otto, origini indo-africane — i suoi genitori facevano parte della corposa minoranza indiana fatta affluire in Uganda dai britannici all’inizio del Novecento e poi scacciata dal despota Idi Amin — e credo musulmano: insomma, il poster boy perfetto per l’America multi-kulti immaginata dalla coalizione blu, e la naturale arcinemesi del blocco bianco e protestante che da un decennio funge da motore della ribellione MAGA.

Entrato sulla scena politica in veste di deputato statale, alle primarie comunali di New York City tenutesi alla fine di giugno Mamdani ha sbaragliato contro ogni pronostico gli altri candidati, guadagnandosi il maggior numero assoluto di consensi nella storia della Grande Mela. Merito tanto (e forse più) della forma — toni affabili, una narrazione da underdog attentamente curata ed una comunicazione impeccabile — quanto della sostanza, una proposta alla Bernie Sanders in grado di coniugare le usuali istanze economiche egalitariste ed anti-capitaliste della sinistra a temi socio-culturali in linea con le sensibilità woke contemporanee. Non ha d’altronde guastato neanche il mediocre parterre degli avversari: nonostante l’esplicito supporto politico e finanziario della DNC (e della sua colossale macchina mediatica, New York Times in testa), né il revisore dei conti cittadino Brad Lander né soprattutto l’ex Governatore Andrew Cuomo, pur dato per iniziale favorito, sono riusciti a prevalere sul giovane outsider socialista.

Dopo l’apice disastroso raggiunto in occasione della nomination presidenziale, il feroce scontro intestino tra l’establishment democratico e la fronda radicale capeggiata dagli inguaribili delusi delle generazioni millennial e zoomer entra dunque in una fase potenzialmente decisiva. Laddove in passato le alte sfere del partito di Andrew Jackson sono riuscite ad inquadrare la propria base in una struttura organizzativa a rigida vocazione gerarchica, neutralizzandone di volta in volta le istanze più spinte in favore di un moderatismo da molti percepito come letargico, la schiacciante vittoria di Mamdani dimostra in maniera plastica l’efficacia di un approccio bottom up, spontaneo e grassroots nel promuovere una linea politico-ideologica per diversi aspetti agli antipodi dell’ortodossia liberal. Tutto poi in un contesto di respiro nazionale, che offre agli eredi della New Left sessantottina l’occasione di contarsi ben aldilà della sola metropoli e serrare i ranghi in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, a partire da quello newyorkese di novembre.

La tornata finale del voto si preannuncia già adesso una replica pressoché esatta della prova in costume conclusasi qualche settimana fa: assente come ormai solito uno sfidante repubblicano di livello, a disputare la partita per City Hall saranno Mamdani ed il controverso sindaco uscente Eric Adams, diretta espressione dei vertici dem al pari di Cuomo (che intanto conta di  proseguire la corsa da terzo incomodo indipendente). Invariati con ogni probabilità anche i rispettivi schieramenti in seno al blocco progressista. Da una parte l’aspirante borghesia creativa terminally online, a reddito medio-alto, sovraistruita e perlopiù bianca, che in quartieri “cool” come Bushwick, Williamsburg e Greenpoint ha regalato a Mamdani percentuali plebiscitarie, ed una compagine caleidoscopica di immigrati recenti, latinos e asiatici; dall’altra un’alleanza involontaria tra i poveri della working class urbana, a larga maggioranza nera, ed i paperoni della finanza, entrambi attratti dalla stabile familiarità della figura di Cuomo e, per estensione, di Adams.

Dal binario della classe la corsa per governare New York ed i suoi dodici milioni di abitanti si sposta su quello, parallelo soltanto di primo acchito, della razza. Esito inevitabile da quando al melting pot per antonomasia è stato aggiunto, come e più di altrove, l’ingrediente identitario; Mamdani per primo non ha certo esitato a far leva sulle proprie origini allogene, offrendo ai votanti una duplice immagine di straniero integrato, e quindi imparziale, e di strenuo difensore delle minoranze. È appunto come un contrasto tra gruppi minoritari organizzati e gli interessi particolari di cui si fanno via via portatori che si possono in ultima analisi interpretare le consultazioni di NYC: emergono allora il peso crescente del sodalizio marrone tra arabi ed indo-pakistani, l’immutata passività colorblind dei bianchi, il relativo isolamento di ispanici ed asiatici, e in special modo l’ansia che va diffondendosi tra gli afroamericani, timorosi di vedere drasticamente ridotta la dimensione della fascia loro riservata nel fragile arcobaleno degli USA post-King.

La demografia è destino per tutti, nessuno escluso. Malgrado vanti un tasso di fertilità nettamente superiore a quello dei WASPs, sul lungo periodo la comunità nera — circa il 13% della popolazione totale, compresi arrivi più e meno freschi dall’Africa, dalla Jamaica e da Haiti — non può sperare di competere con l’enorme volume degli attuali flussi migratori, tantomeno se ad appoggiarli ci sono Big Tech e altri potentati: basti in proposito pensare che il numero di persone provenienti dal subcontinente indiano presenti negli States è nel complesso quintuplicato rispetto al 2000, e quello degli arabi più che raddoppiato. Inoltre, i nuovi venuti portano con sé qualifiche, capitali, spiccate capacità di organizzazione politica ed un entusiasmo radicale che contrasta a dir poco con il sonnambulismo sovente riscontrabile presso la Black America, da quasi cent’anni feudo (forse fin troppo) sicuro dei democratici della vecchia scuola ora costretti, quasi per contrappasso, a scontare gli effetti del loro stesso progetto immigrazionista.

D’improvviso prende corpo uno scenario nel quale l’ala sinistra del partito, sospinta dalla compagine sempre più folta degli emigranti marroni, assedia la leadership di centro ed il suo nucleo di consenso: una guerra fredda tra fazioni giunte infine alla parità sostanziale, i cui peggiori sconfitti rischiano di essere proprio gli afroamericani. Fatto salvo un assai implausibile esodo di massa verso il Grand Old Party, l’ipotesi più concreta è che i neri si vedano poco a poco estromessi dalla loro tradizionale — e privilegiata — piattaforma di rappresentanza politica; sarebbero allora costretti a scegliere tra il mettere in atto un inedito encore della sollevazione populista bianca nel tentativo di riprenderne il controllo, o ritrovarsi soli e schiacciati in un Paese definitivamente balcanizzato. Il processo di frazionamento etnico degli USA è comunque già in corso, come ben dimostrano i disordini a sfondo razziale che tuttora infiammano Los Angeles, altra giungla di cemento e acciaio inghiottita ancora una volta dal caos.

Sebbene per ragioni diverse, i moti losangelini e l’elezione praticamente assicurata di Zohran Mamdani a sindaco di NYC testimoniano entrambi il definitivo naufragio del modello integrazionista introdotto in concomitanza con la liberalizzazione dell’immigrazione straniera a metà degli Anni ’60, e ne sono parimenti il risultato. A riempire il vuoto lasciato dall’idea di una singola unione fatta da molte nazioni sta già provvedendo l’etnocentrismo, consolidato a sinistra con immenso successo — e detrimento del Paese — e in ascesa a destra, dove si nota innegabile il repentino indurirsi della retorica contro il forestiero non-bianco e chi, non importa in questo caso di che razza sia, gli apre le porte. Quanto a New York City, la città che non dorme mai si conferma nel bene e nel male la cartina di tornasole di tutta l’America e anche di un buon pezzo di mondo, per il quale descrive un futuro caustico. Ognuno per sé, si salvi chi può. Da solo, perché di messia stavolta davvero non ce ne sono.

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