Sotto il fuoco incrociato dei media

Se nel dibattito pubblico regnano le emozioni, i grandi decisori politico-istituzionali preferiscono non scegliere.
Se nel dibattito pubblico regnano le emozioni, i grandi decisori politico-istituzionali preferiscono non scegliere.

Nelle New Warsi mass media, tradizionali e non, influiscono sul ragionamento strategico dei comandi militari, e in maniera considerevole. Si dirà: affermazione scontata. Ma la riflessione sull’impatto degli arsenali mediatici sulla pianificazione delle operazioni militari costituisce oggi oggetto di studio e di acceso dibattito. Sottesa al discorso su guerra e media, c’è la necessaria presa di coscienza che il paradigma stesso della guerra è cambiato dalla metà del secolo scorso: terrorismo, armi di distruzione di massa e operazioni di peace-making peace-keeping ne sono una prova. Motivo per cui persino una guerra dai caratteri stranamente convenzionali come quella russo-ucraina risente inevitabilmente del cambiamento di concetto bellico.  

È mai possibile che lo scontro combattuto tra informazione e contro-informazione si ripercuota sulle decisioni dei centri operativi? Che il fuoco di sbarramento mediatico delle parti coinvolte nella crisi russo-ucraina stia giocando un ruolo preponderante, è fatto acclarato. Sarà, però, istruttivo richiamare alla memoria alcuni esempi storici filtrati dall’esperienza di un militare di alto rango. Nella «guerra tra la gente», come la definisce Rupert Smith nel suo L’arte della guerra nel mondo contemporaneo, nessun aspetto della pianificazione può essere trascurato al fine del buon esito della campagna bellica, sia nel contesto generale dell’operazione a livello politico e strategico che nel contesto più specifico della conduzione a livello di teatro operativo. Neppure la rappresentazione che i media offrono delle diverse fasi della guerra.

«Nel teatro di guerra tanto chi sta sul palcoscenico quanto chi sta in platea valuta le azioni che vi si svolgono, ed è compito dei pianificatori assicurarsi che gli spettatori attraverso i media si ricordino che ci sono sempre almeno due produttori e due compagnie sul palco, non un’unica grande compagnia confusa».

Rupert Smith

All’inizio delle operazioni, quando i vertici militari si trovano a dover disegnare un piano strategico, basato su informazioni e analisi rigorose, viene definito un risultato desiderato sul lungo termine, si identificano gli obiettivi tattici, si assegnano responsabilità, vengono distribuite risorse. Non solo. Secondo Smith, ci sono degli interrogativi che i comandi devono porsi, che diano «un senso alla forza armata», per parafrasare Von Clausewitz: chi è il nemico, quali sono le ragioni che lo muovono a combattere, quale prospettiva futura desiderabile mette a repentaglio, quanto il suo obiettivo strategico si discosta dal proprio, a che cosa mira ciascuno dei due avversari (l’ordine o la giustizia tra Stati?). Fino a che punto la rappresentazione mediatica risulterà fedele alla realtà e alle coordinate prese in esame dai quadri dell’esercito? Individuare per tempo la versione che verrà data del contesto politico in cui si svolgono le operazioni militari – e intervenire con eventuali espedienti – è cruciale. 

«Un importante esempio di narrazione efficace credo sia rappresentato dall’evoluzione del rapporto della NATO con i media durante il bombardamento del Kosovo, in occasione del quale ci volle tempo prima che la NATO e i governi nazionali iniziassero a parlare ai media in modo coerente. […] I bombardamenti avvenivano in territorio europeo, un’ora di fuso orario in anticipo rispetto a Londra e sei ore rispetto a Washington. […] Sullo sfondo di tutto ciò, Washington si svegliava ogni mattina per scoprire che la sua agenda, almeno per quanto riguardava i media, veniva dettata dall’Europa. Era una confusione mediatica che conteneva i semi di liti politiche».

Rupert Smith

La comunicazione mediatica è una variabile difficile da controllare e pur sempre imprescindibile. Una variabile che può scombussolare visioni strategiche e spostare il peso del consenso dalla parte delle forze armate o dall’altra, tanto sul fronte esterno quanto su quello interno. Nell’epoca dominata dall’ossessione per la trasparenza, sarebbe senz’altro sbagliato mentire alla stampa, che verrebbe prima o poi in possesso di informazioni tali da poter confutare la versione “ufficiale”, sia pure per logiche di scontro politico tra gruppi di interesse. Come racconta Rupert Smith, la guerra in Bosnia non fu soltanto «guerra tra la gente», coinvolgendo soprattutto le comunità autoctone, ma specialmente guerra sovra-esposta mediaticamente. Gli spettatori di tutto il mondo assistevano ai combattimenti con reazioni contrastanti. Smith, allora comandante delle forze ONU della missione UNPROFOR, nel 1995 e dal 1998 al 2001, comprese fin dal suo arrivo in Bosnia quanta attenzione dovesse dedicare al potere esercitato dai media sull’opinione pubblica internazionale. 

Ogni fazione recitava secondo un proprio copione, mentre analisti e generali fallivano nel tentativo di prevedere gli sviluppi della guerra. I bosniaci si sforzavano di dare visibilità alla causa disperata che li muoveva, i croati difendevano il loro diritto storico a condurre un’esistenza separata dalle altre etnie e i serbi-bosniaci agivano incuranti dello sconcerto e dell’indignazione a livello internazionale. Riconfigurazioni delle catene di comando e incarichi mutavano per reazione alle domande e alle pressioni dei commentatori internazionali, dall’iniziale schieramento che andava dalla Croazia alla Bosnia fino alla no-fly zone e alle aree sicure. Le operazioni divennero sempre meno coerenti, gli scopi politici meno chiari. 

«Quando arrivai sul posto, sembrava che i media concordassero nel manifestare una considerazione particolarmente bassa nei confronti dell’UNPROFOR, incolpandola di tutte le debolezze della missione, senza tenere minimamente conto di quanto fosse precaria ed esposta la sua posizione.»

Rupert Smith

Quanto all’uso razionale della forza, Smith si rese conto che era necessario lasciar intendere che la catena di comando era pronta in qualsiasi momento all’escalation. Una minaccia che andava comunicata con la collaborazione di due portavoce presenti a ogni riunione quotidiana degli alti ufficiali. Si tentava, così, di stabilire un rapporto positivo con i media, in modo tale che la credibilità internazionale dei contingenti ONU venisse salvata e il morale delle unità impegnate sul campo non venisse messo a dura prova dal fuoco incrociato dei media, oltre a quello delle armi. Una guerra più psicologica che fisica. Attraverso i media, si può raccogliere consenso, galvanizzare l’opinione pubblica sul fronte interno e logorare il morale sul fronte esterno, se non addirittura trasmettere all’avversario la sensazione di non avere più alcun controllo sugli sviluppi bellici: chiavi di lettura esemplificative dell’effetto che si può ottenere e del potenziale, oggi più che mai amplificato, degli arsenali mediatici. 

«Quanto al mio obiettivo operativo, consisteva nell’intaccare la certezza di Mladic di avere tutto sotto controllo, per dare man forte ai negoziati. […] Miravo pure a colpire più specificamente il suo bisogno di controllare la situazione. Un esempio del suo di bersaglio di questo tipo era un’installazione militare situata nel villaggio in cui erano sepolti i suoi genitori, che fu attaccata ripetutamente, sapendo che nella cultura di Mladic non riuscire a proteggere le ossa dei propri antenati costituiva un’inosservanza vergognosa dei doveri familiari (in aggiunta agli attacchi, per aumentare la pressione su di lui, insistemmo con la stampa bosniaca proprio su questo aspetto)». 

Rupert Smith

L’obiettivo politico è, di norma, dirigere la volontà delle comunità insediate nel teatro di guerra in una maniera tale da sollevare la forza armata internazionale dall’incarico di mantenere stabile una condizione politica e istituzionale. Parallelamente all’opera di convincimento degli abitanti locali, Smith si dedicava a un’operazione di riabilitazione dei contingenti internazionali finalizzata ad alleggerire la pressione dell’opinione pubblica e dei governi. Se nella pianificazione strategica la sconfitta o neutralizzazione del nemico è un obiettivo ineludibile, più importante ancora è valutare la volontà di resistenza contro il nemico o accettazione della disfatta da parte della popolazione locale. E la crisi russo-ucraina sta dimostrando che larga parte di questi processi si svolge ormai nelle piazze virtuali dei social media, dove la rappresentazione prende il sopravvento sulla realtà. Canali di open-source intelligence, think tank o analisti fanno leva ognuno sulla propria credibilità per offrire un ventaglio di scenari e previsioni spesso divergenti fra di loro. Troppo divergenti. 

A complicare lo sforzo di orientarsi nel labirinto social entrano in gioco i meccanismi di raccolta dei dati e di profilazione tipici delle piattaforme. Il pubblico viene diviso in bolle e così anche gli utenti, distinti quasi sistematicamente per culture politiche in “camere dell’eco”, che limitano gli spazi di pluralismo e approfondimento della complessità. Regna la polarizzazione e ogni decisione delle catene di comando viene sottoposta al giudizio del grande pubblico. Una simile evoluzione dei media, con la conseguente ristrutturazione dello spazio democratico in echo chambers, Rupert Smith non poteva anticiparla. Ma le considerazioni del saggio non perdono di validità. Uno stratega del XXI secolo non può permettersi di trascurare le schermaglie che si consumano nelle dimensioni non terragne del conflitto armato. Multi-domain (o all domain) operations prefigurano, nella teoria, scenari inediti di cui la crisi russo-ucraina mostra un piccolo spaccato. Il “quarto potere” ha cambiato completamente aspetto dal secolo scorso e i concetti strategici di ieri si scoprono obsoleti il giorno dopo. Ma l’arte della guerra no: quella rimane sempre la stessa.

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