OGGETTO: Nuuk è il cuore dell'Artico
DATA: 20 Gennaio 2026
SEZIONE: Geopolitica
La Groenlandia non è il Venezuela. Al di là delle minacce americane – più utili a negoziare che a colpire – occorre distinguere gli scenari, perché non esiste una logica unica da applicare ovunque. Da noi, invece, tutto questo produce stupore e reazioni scomposte. Eppure, la storia degli Stati Uniti è anche la storia di un’espansione continua, ottenuta tanto con la forza quanto con assegni, trattati e acquisizioni. Da qui nasce il paradosso: “difendere” la Groenlandia dall’America con contingenti di facciata, dentro un’architettura militare che in ultima istanza resta americana. È un cortocircuito che fotografa la frattura tra centro e periferia del blocco transatlantico, sempre più distanti per approccio e visione.
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Già nel 1946 gli Stati Uniti proposero ufficialmente alla Danimarca l’acquisto della Groenlandia, ritenendone cruciale la posizione per la difesa dell’Artico. Un’iniziativa che si inserisce perfettamente nella tradizione statunitense di espansione per via negoziale – come dimostrano il Louisiana Purchase, l’acquisto dell’Alaska o la cessione di territori nei Caraibi.

Il disgelo, come è già noto, sta trasformando l’Artico da periferia glaciale a spazio contendibile, rendendo progressivamente più accessibili rotte marittime, risorse e corridoi logistici che fino a ieri erano marginali o impraticabili. In questo quadro entra anche l’acqua, elemento indispensabile per raffreddare data center e infrastrutture che alimentano l’intelligenza artificiale – un settore su cui Stati Uniti e Cina stanno investendo enormemente e che richiede quantità sempre maggiori di energia e di sistemi di raffreddamento.

Non si tratta quindi di un’opzione militare – ipotesi altamente improbabile, eppure presa sul serio da alcuni osservatori europei, oppure liquidata dai nostri media come l’ennesimo “sproloquio” del cattivo di turno – ma di una possibile espansione negoziata dell’influenza americana. Conviene prendere gli americani sul serio.

Il punto è presidiare per primi uno spazio di importanza strategica, prima che vi si insedino altri attori che stanno puntando sull’Artico – la Russia, ma soprattutto la Cina. Contratti, proposte di investimento, offerte infrastrutturali: una penetrazione silenziosa, ma non per questo meno invasiva. Pechino ha saputo interpretare le aspirazioni autonomiste di Nuuk, offrendosi come partner estraneo al passato coloniale europeo e disponibile a sostenere economicamente lo sviluppo dell’isola. I depositi di terre rare e minerali critici a Kvanefjeld – un giacimento tra i più ricchi al mondo secondo stime geologiche – attirano l’attenzione globale proprio mentre si discute di diversificare le catene di approvvigionamento dall’egemonia cinese nei materiali essenziali per tecnologie avanzate.

Dietro la facciata della cooperazione tecnica e della partecipazione locale si muove la logica della Via della Seta artica. Un modello già rodato in Africa e America Latina: si offrono strumenti, capitali e know‑how, in cambio di posizionamento strategico. Nulla di esplicitamente ostile, ma nemmeno incondizionato. E soprattutto, nulla che Washington possa permettersi di ignorare.

Nel lessico diplomatico cinese, il concetto di “potenza vicina all’Artico” (near‑Arctic state) funziona come una raffinata operazione semantica. Un modo elegante per accreditarsi come attore legittimo in una regione formalmente altrui, senza rivendicare sovranità territoriale. Ma dietro la formula si cela ben altro: una maschera costruita per rassicurare le cancellerie nordiche e occidentali. In realtà, tale formula nasconde un’aspirazione sistemica alla proiezione d’influenza, più che alla cooperazione neutrale. Dietro la patina lessicale del rispetto multilaterale e della ricerca scientifica condivisa, si cela l’obiettivo di Pechino: ritagliarsi un ruolo duraturo nella definizione delle regole artiche, sfruttando ogni spiraglio lasciato aperto da Washington e Copenaghen. Una potenza in avvicinamento, pronta a insinuarsi dove il dominio occidentale arretra o si distrae.

Dal punto di vista del Cremlino, la Groenlandia fa parte del teatro artico, spazio che Mosca continua a rivendicare come propria estensione naturale. Da anni la Russia sviluppa porti, rompighiaccio, infrastrutture dual‑use, e consolida una presenza militare e navale massiccia lungo l’intero fronte settentrionale. Non semplici strumenti di difesa, ma dispositivi di proiezione della potenza, coerenti con una visione in cui il Grande Nord non è spazio da condividere, ma territorio da controllare.

Anche se esternamente la narrativa russa si presenta come “costruttiva e multilaterale” – tesa a “preservare l’Artico come territorio di pace e cooperazione” – la logica implicita racconta tutt’altro. Dietro il lessico del dialogo si cela una postura esclusiva, che considera l’Artico proiezione della sovranità russa, non spazio neutrale da regolare collettivamente. Il Grande Nord va trattato come un confine interno: sorvegliato, attrezzato, militarizzato, non negoziato come bene comune.

In questa cornice, la Groenlandia assume un significato particolarmente sensibile. È, agli occhi di Mosca, una piattaforma avanzata dell’Alleanza Atlantica, proiettata nel cuore del bacino artico. Più l’isola si avvicina a Washington, più il Cremlino percepisce una minaccia strutturale al proprio margine di manovra settentrionale. In particolare, la base di Pituffik (già Thule) – oggi sotto comando diretto dell’aeronautica statunitense – rappresenta una sentinella ostile lungo la rotta del Mare del Nord. Controllare il traffico artico diventa un’operazione complessa se un attore rivale installa radar, sistemi di sorveglianza e logistica militare sul fianco occidentale della regione polare.

Mosca ha tutto l’interesse a preservare lo status quo istituzionale dell’Artico, uno spazio che considera naturale proiezione della propria sovranità e dove la cooperazione – anche con Pechino – resta, agli occhi del Cremlino, un’alleanza tattica: più strumento di contenimento e allontanamentodella propria linea di difesa che sintonia autentica. Più che un’intesa tra amici, una convergenza d’interessi destinata a durare finché utile. In questo quadro, l’eventualità di un’emancipazione di Nuuk da Copenaghen – sostenuta da Washington – scompaginerebbe i piani russi, perché potrebbeintrodurre un soggetto più permeabile alle pressioni americane e potenzialmente disponibile a ospitare un arsenale nucleare o strutture militari avanzate in chiave anti-cinese e anti-russa. Uno scenario che, va da sé, tradisce il timore profondo del Cremlino di perdere il proprio primato, simbolico e operativo, sull’Artico.

In questo senso, le minacce di Trump sull’uso della forza vanno lette per ciò che sono: pressione negoziale in forma di bluff. Non un piano d’attacco, ma un messaggio indirizzato a Copenaghen e, più in generale, agli alleati europei: Washington vuole margine di manovra e non intende ottenerlo “per cortesia”. Anche i dazi minacciati contro l’Europa vanno interpretati nello stesso registro: non come una misura economica reale, ma come una leva di contrattazione. Il messaggio, in sostanza, è “statene fuori, non è una partita europea”.

Recentemente alcuni Paesi hanno inviato in Groenlandia un pugno di uomini, una stima complessiva nell’ordine di qualche decina di militari, provenienti da contingenti diversi. Se questo dovrebbe essere un segnale di “serietà”, allora siamo davanti a una messa in scena più che a una postura credibile. Non è deterrenza, è una foto di famiglia, tanto inutile alla narrativa quanto irrilevante sul piano militare.

E anche mettendo, per assurdo, che la “difesa della Groenlandia” venga affidata agli F-35, emerge l’ingenuità di chi si propone come alfiere di questa linea. Perché software, aggiornamenti, manutenzione, ricambi e catena logistica passano dagli Stati Uniti. E se quasi l’intero comparto difensivo del vecchio continente dipende da Washington, allora la sovranità operativa – quella reale, non quella dichiarata – resta inevitabilmente condizionata dagli americani.

A questo punto, per rispondere alla domanda su cosa stia succedendo, potremmo teorizzare una frattura interna al mondo occidentale. Un’America a trazione MAGA sta spostando priorità, linguaggio e metodo, mentre le province dell’impero restano scoordinate tra loro e ancorate alla grammatica politica e strategica dell’era precedente, quella della leadership americana più “liberal-internazionalista”. Il risultato è che il blocco transatlantico non si muove più come un corpo unico, ma come un sistema in cui il centro cambia rotta e la periferia continua a marciare sul vecchio tracciato. È come se Washington avesse aggiornato la propria visione e chi, secondo la logica imperiale, dovrebbe seguirne l’indirizzo non avesse recepito – o non avesse voluto recepire – il nuovo ordine di marcia.

È chiaro che è necessario distinguere tra scenari e adattare di conseguenza le forme dell’intervento: qui non serve la potenza di fuoco, ma la pressione psicologica. Dentro questa logica si colloca la natura delle mosse americane. Le “minacce” di Washington sono finte, e funzionano come leva negoziale, non come preludio a un’azione militare imminente. La Groenlandia non è il Venezuela.

In tutto ciò, americani, russi e cinesi, che finora si sono sfidati su fronti diversi e lontani fra loro, si ritrovano ai confini ghiacciati del mondo e le apparenti collaborazioni si riveleranno per ciò che sono, ossia competizioni mascherate. Prossimamente gli equilibri si faranno più instabili e l’Artico diventerà un punto di attrito crescente. In fondo, tutto quel ghiaccio servirà poco a raffreddare animigià fin troppo caldi.

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