OGGETTO: Tra la perduta gente
DATA: 16 Agosto 2023
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Fu nel campo di concentramento di Hereford, in Texas nel 1943, che Giuseppe Berto scrisse il suo primo romanzo - Il Cielo è rosso (riedito da Neri Pozza, 2018) - immaginando una disfatta italiana nel conflitto mondiale e la fine delle comuni illusioni.
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Il cielo è rosso, primo romanzo di Giuseppe Berto, esce nel 1947 per Longanesi in un Paese devastato, impoverito, insterilito e, utilizzando il gergo canonico, liberato – ma non da subito, non dalla miseria, non dalla ingiustizia. Il titolo così suggestivo non è dello scrittore veneto che aveva invece pensato a La perduta gente; il titolo è di Leo Longanesi, il quale, genio della parola fulminante, riesce a evocare con una frase tratta dal Vangelo di Matteo l’atmosfera di un’opera che secondo Giovanni Comisso avrebbe rappresentato “una svolta nella letteratura italiana”.

Negli anni Trenta il giovane Berto aveva combattuto in Africa, dove sarebbe tornato, dopo la laurea e qualche esperienza di insegnamento nelle scuole italiane, nel 1942 come volontario del VI Battaglione Camicie Nere. Nel maggio 1943 il futuro romanziere sarebbe stato catturato dagli americani che, per aver egli rifiutato ogni collaborazione, lo avrebbero deportato insieme ad altri camerati in Texas, nel campo di concentramento di Hereford. Nella postfazione del libro, ripubblicato da Neri Pozza Editore nel 2018, Domenico Scarpa ricorda che nei mesi della prigionia Berto frequenta gli scrittori Gaetano Tumiati e Dante Troisi nonché lo scultore Alberto Burri. Il giovane militare dunque avrebbe scritto Il cielo è rosso stimolato dalla vitalità intellettuale dei suoi compagni di prigionia raccogliendo, tra l’altro, le notizie che disordinatamente giungevano dalle città italiane bombardate e dai campi di battaglia. Il romanzo, probabilmente ambientato a Treviso, non è pertanto una cronaca precisa degli eventi storici né è un’autobiografia, ma uno sconsolato – e in buona parte nostalgicamente immaginato – affresco dell’Italia di quegli anni, della sua gente, della fatica quotidiana del vivere, dei sogni di pochi illusi, del fatalismo di tutti gli altri.

“Immaginato” giacché, come si diceva, l’autore lo elabora quando la guerra non è ancora finita facendola terminare anticipatamente nel 1944. Lo scrittore prevede dunque non solo la disfatta definitiva dell’esercito, ma predice altresì che dopo la guerra chi aveva sempre lavorato si sarebbe presto impoverito e, viceversa, altri si sarebbero arricchiti senza merito mercanteggiando e rubando a discapito dei soliti miserabili. L’ingiustizia, insomma, si sarebbe diffusa ancora di più – malgrado gli americani (né buoni né cattivi), le loro promesse (libertà e “roba da mangiare”), i loro nomi amichevoli (si chiamano tutti John), malgrado le speranze dei rossi nel riscatto dell’umanità, malgrado chi pensava che combattere dalla parte giusta fosse già di per sé garanzia di imminente progresso, uguaglianza, riscatto. Lo scrittore rievoca di continuo il passato recente senza mai nominarne i primi attori e condannando la guerra con la quale sarebbero aumentate sì la pietà e la carità, ma anche la perversità e l’egoismo. Non sono mai menzionati infatti né i fascisti né i tedeschi né, invero, i partigiani, se non questi ultimi implicitamente in relazione ad attività per lo più delinquenziali ma giustificate in buona parte dallo stato di radicale indigenza del popolo e dalla necessità di sopravvivere a ogni costo.

I personaggi – principali e secondari – sono tutti a loro modo martiri del conflitto totale e, successivamente, della ricostruzione che non ricostruisce se non, almeno nell’immediato, altra rassegnazione, altra tristezza, sempre più cupa. Conosciamo così le due giovanissime cugine Carla e Giulia, sappiamo dello sfortunato destino dei loro genitori, della miseria morale della loro nonna; conosciamo il comunista Toni, le sue speranze di palingenesi rivoluzionaria, il suo pragmatismo da straccione mischiato a utopismo, la sua ingenua e politicizzata volontà di redistribuzione delle risorse; conosciamo Daniele, un introverso e riflessivo ragazzo scappato dal seminario dopo la morte dei propri cari e destinato a percorrere pagina dopo pagina un cammino di progressiva crescita autocoscienziale – autocoscienza come ridimensionamento fatale degli orizzonti e dei sentimenti, come improrogabile, nichilistica brama di autoannientamento.

Berto sembra fare proprio il canone del neorealismo sebbene non ne fosse affatto consapevole e si ispirasse piuttosto a scrittori americani come Hemingway, il quale, in seguito, lo menzionerà tra i suoi autori italiani preferiti. La descrizione oggettivizzante che sostiene lo svolgersi della trama indugia talvolta nella didascalica rappresentazione dei sentimenti e si ha la vaga impressione che mediante il racconto lo stesso scrittore partecipi, seppur assai sottilmente, alle disavventure dei personaggi, al loro dolore. Il realismo si sublima pertanto impercettibilmente in una delicata forma di romanticismo che conquista il fruitore rendendo la lettura non solo piacevole ma, all’improvviso, estremamente coinvolgente, emozionante. Con una certa, meditata lentezza Berto ci fa vivere la tragedia della disfatta e – precorrendo alcune tematiche de Il male oscuro – un occulto male che sembra avvolgere col suo ferale, pesante mantello azioni e parole. Da un lato la vita appare insensata a tal punto che forse sarebbe stato meglio non nascere; dall’altra sembra accanirsi sistematicamente, quasi ci fosse dietro una sorta di provvidenza del Male, con i più indifesi, con i più volenterosi, con i più buoni. Sembra insomma che proprio come in una tragedia, nella misura in cui i personaggi costruiscono la strada che dovrebbe condurli a un bene almeno relativo, non facciano altro che avvicinarsi passo dopo passo al precipizio dello scacco definitivo.

Nondimeno del male Daniele e Giulia e Carla e Tonio non hanno colpa perché è presente “in tutti gli uomini insieme. E tutti dobbiamo patire per il male di tutti”, anche gli innocenti. Eppure, nonostante questa sorta di provvidenza rovesciata, si esperisce, come ancora annota Comisso, un “diffuso senso di pietà” che se resta necessariamente implicito nelle considerazioni dello scrittore onnisciente, si appalesa con chiarezza nei personaggi principali, tutti intenti, a dispetto delle estreme avversità della vita, a coltivare un sincero, quasi religioso, sentimento di solidarietà umana e di amicizia. D’altronde lo stesso narratore è abile a creare un universo di corrispondenze tra il paesaggio naturale e i sentimenti dei protagonisti quasi che il turbamento del cielo e i rivolgimenti atmosferici anticipassero o in qualche caso ne esaltassero i moti interni, le paure, le attese. Gli uomini, d’altro canto, nel progetto cosmico, sembrano atomi opachi e impotenti, insignificanti esserini che se da un lato vivono solo per nutrirsi e continuare a esistere, dall’altro, in alcune occasioni e malgrado la durezza della esistenza, si realizzano in una forma di amore puro, perfettamente disinteressato.

Così Daniele – sebbene estraneo al retromondo del sottoproletariato urbano e ai suoi disvalori – viene accolto con ospitalità dalla selvatica prostituta Carla, dalla sua timida e gracile cugina Giulia e dal carismatico Toni come se fosse in ogni caso un uomo e solo per questo meritasse di essere coinvolto, raccolto. Allo stesso modo viene amata la piccola orfana Maria che diventa in poco tempo la figlia di tutti – lei che era, sino a quel momento, la figlia delle macerie, la figlia di nessuno. E specialmente Daniele ama, il suo è un amore sentimentale che nel disagio più estremo si fortifica divenendo irresistibile, totalizzante; entusiasmato e conquistato da questo incantesimo egli ama sino a farsi nudo, sino allo svuotamento – finché qualcosa lo conduce, lui che nell’amore aveva infine trovato una collocazione esistenziale, a non poter amare più, specialmente se stesso. In questo microcosmo che in fondo rispecchia le sfumature più intime dell’intero multiverso umano, quantunque il male agisca con occulta inesorabilità, l’umanità fiorisce con altera, commovente bellezza sullo sfondo purpureo – benché si insinui nella mente del lettore pian piano una domanda: fino a quando durerà questo sussulto del cuore, quando questi fragili petali sentimentali appassiranno?

Dopo la guerra, tra le rovine, in Italia, sopra la gente sperduta, i grilli silenziosi cantano ossessivamente facendo male alla testa e il cielo è rosso – come il sangue, come le esplosioni liberatrici, come il tramonto. Il cielo è rosso, a tratti quasi nero, senza stelle, come la disperazione, come il rifiuto della luce, l’accoglimento del buio; risponde ancora scarlatto e profondo, da una lucidità senza umanità, il cielo – e il male si diffonde tra gli uomini, nella sera imbrunita, insieme con l’amore, inutilmente, senza rimedio, per sempre.

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