La guerra americana non passa più soltanto dalle portaerei, dalle basi militari, dai satelliti e dalle sale operative del Pentagono. Passa anche da data center privati, contratti cloud, server commerciali, ambienti digitali costruiti da aziende che milioni di persone associano ancora a pacchi consegnati a casa, motori di ricerca, software d’ufficio e database aziendali. Nel dicembre 2022 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha assegnato ad Amazon Web Services, Google, Microsoft e Oracle il Joint Warfighting Cloud Capability, un contratto per la fornitura di servizi cloud al Pentagono. La cifra potenziale arriva a nove miliardi di dollari. Ma il dato economico è meno interessante della natura del contratto: servizi disponibili a diversi livelli di classificazione, pensati per sostenere funzioni militari dal livello centrale fino al campo operativo. Una parte crescente della capacità militare americana passa dunque da infrastrutture sviluppate, mantenute e aggiornate da aziende private. Il Pentagono resta Pentagono. Continua a decidere, finanziare, classificare, comandare. Ma la sua capacità operativa dipende sempre più da ambienti tecnici che non possiede integralmente e che non potrebbe sostituire dall’oggi al domani. Il Pentagono non scompare. Per restare Pentagono, però, deve ormai passare anche da Amazon, Microsoft, Google e Oracle.
Il privato ha sempre lavorato per il pubblico. Gli Stati hanno comprato armi da aziende, costruito strade e ponti tramite appalti, affidato servizi a fornitori esterni. La novità non è l’appalto. È l’oggetto dell’appalto. Una strada, una divisa, un software circoscritto si consegnano. Un cloud militare, una piattaforma dati, una rete satellitare, un sistema predittivo restano vivi: richiedono aggiornamenti, accessi e manutenzione. Alcune funzioni pubbliche diventano inseparabili dalle infrastrutture tecniche che le rendono possibili. L’appalto non si chiude con la consegna ma continua nel tempo diventando manutenzione, aggiornamento, accesso. In una parola: dipendenza. A quel punto la tecnica non si limita più a eseguire una decisione politica ma comincia a pesare su ciò che si può fare davvero, su ciò che costa troppo, su ciò che senza quel fornitore resta sulla carta.
Che cosa accade quando il cloud di uno Stato in guerra viene costruito da aziende private globali? Nel 2021 Google e Amazon si sono aggiudicate un contratto da circa 1,2 miliardi di dollari per fornire servizi cloud allo Stato israeliano. Formalmente è infrastruttura digitale, politicamente è una soglia più ambigua. Quando il cliente non è una singola amministrazione, ma un intero apparato statale, la distinzione tra uso civile, sicurezza interna e uso militare diventa meno leggibile. Un cloud nazionale può rendere più efficienti archivi e procedure, accelerare la macchina amministrativa e migliorare la gestione dei servizi. Ma può anche diventare l’infrastruttura su cui poggiano apparati di sicurezza, polizia, intelligence e, in certi contesti, operazioni militari. È questa ambiguità ad aver reso Project Nimbus un caso politico. Una parte dei lavoratori di Google ha contestato il contratto, sostenendo che la tecnologia fornita all’apparato israeliano potesse essere usata anche in un contesto di occupazione, sorveglianza e guerra. Google ha respinto questa lettura, ribadendo che il progetto riguarda servizi cloud commerciali e non carichi militari sensibili o classificati.
La controversia nasce dal fatto che tutte queste cose possono essere vere, almeno in parte, nello stesso momento. Il contratto può avere una natura commerciale e produrre comunque effetti politici. Può servire davvero alla macchina amministrativa e, nello stesso tempo, rafforzare l’ossatura tecnica di uno Stato in guerra. Può chiamarsi modernizzazione, e magari esserlo davvero. Ma può diventare anche il modo concreto in cui il potere pubblico raccoglie dati, li collega, li ordina e li trasforma in decisioni. Project Nimbus mostra che, quando le Big Tech entrano nell’infrastruttura dello Stato, diventano necessarie al suo funzionamento. Starlink mostra il passaggio successivo: che cosa accade quando una rete privata diventa una soglia d’accesso all’azione militare. Dopo l’invasione russa, la rete satellitare di SpaceX è diventata una componente essenziale delle comunicazioni ucraine sia civili sia militari. L’episodio più noto riguarda la Crimea. La copertura nell’area interessata non era attiva o era comunque limitata, e SpaceX rifiutò di estenderla per permettere un’operazione con droni navali contro la flotta russa a Sebastopoli. Se un’operazione dipende da una rete privata, chi controlla quella rete possiede il potere negativo di non abilitare quella rete. È una forma di potere diversa dall’ordine politico tradizionale. Non dice necessariamente “fai questo”. Può limitarsi a dire: “questo non passa”.

In guerra, una simile soglia può separare un’operazione possibile da un’operazione irrealizzabile. Sarebbe però un errore confinare questa trasformazione alla guerra. Difesa, sicurezza e intelligence sono i luoghi in cui l’ibridazione appare più scoperta, perché lì tecnologia e potere si mostrano senza troppi veli. Ma la stessa forma ritorna dove il linguaggio è più pacifico come sanità, pubblica amministrazione e servizi essenziali. Con Palantir nel sistema sanitario britannico, l’infrastruttura esce dal campo di battaglia ed entra nell’ospedale. Il National Health Service ha affidato all’azienda un contratto importante per la Federated Data Platform, una piattaforma pensata per integrare dati sanitari e operativi, ridurre le liste d’attesa, coordinare risorse, letti, personale e procedure. Vista da lontano è la risposta più naturale al problema noto di come usare meglio i dati per far funzionare efficientemente un sistema sanitario pubblico in difficoltà. Il problema nasce dalla natura della piattaforma.
Palantir è cresciuta nel mondo della difesa, dell’intelligence, della sicurezza e dell’analisi dati per apparati statali. Questo non trasforma ogni contratto sanitario in un progetto di sorveglianza, ma rende impossibile trattarlo come un normale gestionale ospedaliero. La questione non è soltanto la proprietà formale dei dati. Un governo può dichiarare che i dati restano pubblici, che l’azienda è solo un fornitore, che esistono vincoli contrattuali e tutele normative. Ma il potere infrastrutturale non coincide con la proprietà. Conta anche la capacità di organizzare, ordinare, incrociare, filtrare, classificare, trasformare dati dispersi in decisioni operative. Nel Novecento la sovranità evocava confini, moneta, esercito, legge e territorio. Oggi deve fare i conti con data center, cloud, cybersecurity e capacità computazionale. Uno Stato può anche voler essere sovrano, ma se non dispone delle infrastrutture, dei talenti e della potenza di calcolo necessari, quella sovranità deve essere mediata da architetture che non coincidono più interamente con l’apparato statale.
Il punto, allora, non è che le Big Tech abbiano sostituito lo Stato. Lo Stato resta. Solo lui può dichiarare una guerra, imporre una tassa, limitare formalmente una libertà o definire un’emergenza. Ciò che cambia è il modo in cui questa legittimità diventa operativa. Lo Stato ha autorità, dati, coercizione, capacità normativa. Le grandi aziende tecnologiche hanno infrastrutture, potenza computazionale, reti globali, competenze. Nessuno dei due poli basta più a se stesso. Il pubblico ha bisogno della potenza tecnica del privato; il privato dei contratti, della legittimazione e dei problemi strategici del pubblico. Non siamo davanti allo Stato minimo sognato dai libertari, né allo Stato sovrano autosufficiente evocato dai nostalgici. Siamo davanti a uno Stato integrato: pubblico nella legittimazione, privato nell’infrastruttura, tecnico nel linguaggio, politico negli effetti. La vecchia alternativa tra più Stato e più mercato non basta più. Ciò che emerge non è il trionfo dell’uno sull’altro, ma una loro saldatura. Uno Stato può restare formalmente sovrano e diventare tecnicamente dipendente. Ma quanta sovranità resta allo Stato quando le condizioni materiali della sovranità appartengono sempre meno allo Stato stesso? Forse il nuovo potere non si misura nella conquista del palazzo, ma nella capacità di diventare indispensabile a chi lo abita già