Critica ai social o apologia della censura?

«The social dilemma» non è una critica ai social network, ma un'apologia della censura. Con la scusa dell'ascesa "pericolosa" dei populisti, l'élite progressista e creativa della Silicon Valley in questo documentario si pente del mostro socio-culturale che ha creato e che gli è sfuggito di mano, e sembra essere pronta a riprenderne le redini per regolamentarne l'utilizzo. Non solo spiati per scopi di lucro, ma adesso anche mappati politicamente dai paladini del Bene.
«The social dilemma» non è una critica ai social network, ma un'apologia della censura. Con la scusa dell'ascesa "pericolosa" dei populisti, l'élite progressista e creativa della Silicon Valley in questo documentario si pente del mostro socio-culturale che ha creato e che gli è sfuggito di mano, e sembra essere pronta a riprenderne le redini per regolamentarne l'utilizzo. Non solo spiati per scopi di lucro, ma adesso anche mappati politicamente dai paladini del Bene.

The social dilemma è uno degli ultimi film-documentari, o docudrama, prodotto da Netflix e diretto da Jeff Orlowski, un regista “impegnato” nelle questioni di rilevanza sociale, che ha deciso, con il suo lavoro, di spostare l’attenzione dallo scioglimento dei ghiacci ai problemi posti dalle nuove tecnologie. Si tratta dell’ennesimo contenuto dal carattere distopico girato sulla falsariga del successo di Black Mirror e di Maniac, con il solito manierismo fotografico delle produzioni Netflix, una colonna sonora che richiama le atmosfere di Stranger Things e un condimento di frasi a effetto: «Solo due settori chiamano i loro clienti utilizzatori: le droghe illegali e i software». Il documentario si propone di indagare la «minaccia esistenziale» costituita dai social network, dalle piattaforme virtuali in generale e dall’intelligenza artificiale di cui si servono. Lo scopo esplicito della narrazione è quello di sensibilizzare la comunità degli utenti, le compagnie e gli azionisti, i programmatori e gli ingegneri sulla capacità che i social media hanno di influenzare le scelte individuali e collettive. L’immensa mole di dati che gli utenti forniscono, infatti, sottopone tutti a un monitoraggio costante. Tutte le informazioni che inconsapevolmente rilasciamo, vengono infatti affidate a un algoritmo che apprende le nostre vulnerabilità emotive e le sfrutta a scopi di lucro. Stiamo parlando di un mercato colossale con un preciso modello di business dove gli inserzionisti pagano per questo processo di targetizzazione: è il capitalismo della sorveglianza che ha raccontato la Zubboff alle telecamere della produzione e nel suo libro omonimo. Netflix ci regala un’ora e mezza in cui non si dice niente di nuovo ma lo si dice estremamente bene, grazie all’alternarsi di spezzoni di fiction e confessioni degli ex Ceo, ingegneri, hacker e guru della Silicon Valley, creatori o collaboratori delle tante piattaforme (Google, Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram, Snapchat) oggi pentiti dello strapotere che queste hanno acquisito.

Un documentario drammatico, appunto, a tratti apocalittico, forse esageratamente, semplicisticamente, ma che ha comunque il pregio di farci vedere, e di far vedere a quelle generazioni che ne sono le prime vittime, il lato oscuro di ogni emoticon, di ogni commento, di ogni like, della nostra semplice permanenza sulla home di una qualsiasi di queste piattaforme che, attraverso una corsa allo sviluppo di un algoritmo sempre più perfetto, non solo osserva ciò che facciamo, ma prevede come agiremo in futuro, ci consiglia i contenuti che ci possono piacere, i prodotti che vorremo acquistare, fino a suscitare il nostro interesse per dei contenuti che prima ci erano estranei. L’idea di fondo di Jeff Orlowski, ormai abusata, è quella per cui «se il servizio è gratis, il prodotto sei tu», che però subisce un’integrazione interessante grazie all’apporto dell’informatico Jaren Lanier: «Il prodotto non siamo noi, è la possibilità che le piattaforme hanno di cambiare il nostro comportamento».

Fino a qui la descrizione e la mappatura del processo di raccolta dei dati, monitoraggio degli interessi e cattura della nostra attenzione è esauriente – e inquietante al massimo – perché gli stessi che intervengono per spiegarci i numerosi passaggi, i plug-in attivi, i pulsanti in uso, le strategie di persuasione, sono quelli che li hanno concepiti, tra cui il più efficace è sicuramente Tristan Harris, il co-inventore della posta elettronica Gmail, laureato a Stanford in etica della persuasione, che ha abbandonato Google dopo aver sollevato diversi problemi etici all’interno dell’azienda. Harris è un ragazzo brillante, che ragiona in modo chiaro e lineare. Nel documentario appare sciupato, dal colorito cadaverico, sembra perennemente vicino a un collasso nervoso. È lui il protagonista di The social dilemma, il più impegnato in questa battaglia contro i Signori del Silicio e il loro modello di business. Harris è infatti convinto che lo Stato debba regolamentare alcuni processi, e che tutti gli operatori del settore debbano mettersi una mano sulla coscienza per rivedere l’utilizzo di questa tecnologia, «non perché sia cattiva, ma per via di questa corsa agli armamenti che è l’economia dell’attenzione».
Dopo aver rivelato tutta la complessa trama ordita dai ciabbattari della California e dai loro ingegneri nerd grazie alle testimonianze di quegli stessi ciabbattari e nerd, ecco però che il documentario si inoltra in un campo ostico, quello del rapporto tra i social media e la politica. Questi moderni prometei infatti si dicono preoccupati dal Frankeinstein che hanno creato e che adesso è fuori controllo e si aggira per le vie della città, e accusano le piattaforme di «infrangere qualunque senso di responsabilità» e di alimentare l’estremismo ideologico. Rinchiudendo gli utenti all’interno di una bolla di interessi, di notizie, di opinioni e di contenuti ritagliati su misura del fruitore, come se ognuno di noi fosse il protagonista di un suo personale Truman Show, e cercando di catturare il più possibile la loro attenzione, le piattaforme sono disposte anche a rendere virali notizie false, purché creino un engagement sufficiente a tenere tutti incollati allo schermo. Si sa che il falso è un catalizzatore più potente del vero, perché la realtà spesso è noiosa, ma così facendo, dice Harris, la società si è polarizzata al massimo, le fake news circolano a una rapidità 6 volte superiore alle notizie vere, le teorie del complotto conquistano nuovi proseliti e tutte le democrazie occidentali soffrono di una forte crisi di legittimità.

Tristan Harris bianco cadaverico

Bene, questo scenario distopico, raccontato con tutta l’enfasi di cui è stata capace la produzione, per un attimo ci è sembrato quasi convincente finché non sono arrivate le carrellate di immagini di Salvini, Giuseppe Conte, Pedro Sánchez, Jair Bolsonaro, Vladimir Putin, finché non si è parlato di hacker russi e strategie cinesi, e allora abbiamo capito che il documentario voleva portarci in una precisa direzione, tra l’altro con un tempismo perfetto se pensiamo che le elezioni presidenziali americane sono a poche settimane di distanza. Lo scopo implicito del documentario infatti, è quello di screditare il fronte populismo, nella fattispecie l’elezione di Trump alla Casa Bianca. Tutto questo allarmismo nei confronti dei social network in un momento così delicato, ha come obiettivo quello di riabilitare i media mainstream agli occhi dell’opinione pubblica e di sottolineare la pericolosità dell’informazione online, fintanto che questa riesce a creare più consenso intorno ai leader populisti. Stando alle parole dei testimonial del documentario, i social network sarebbero la causa dell’estrema polarizzazione sociale e politica delle nostre democrazie, così come della disinformazione e della diffusione delle fake news, in breve sarebbero la causa di una percezione distorta della realtà da parte della popolazione e quindi dell’ascesa dei populismi. Se prendiamo per vera la massima nietzscheana secondo cui “non esistono fatti ma solo interpretazioni” e che i mezzi di informazione tradizionale, cartacei o televisivi, non sono affatto garanti di una qualsiasi imparzialità, ma anzi hanno più volte diffuso notizie del tutto infondate, che sono per loro natura faziosi perché sono gestiti da esseri umani, è chiaro che la società e gli individui sono da sempre a contatto con delle fonti di influenza della loro percezione in base a quanto leggono o non leggono, in base alla provenienza della loro informazione, al loro contesto sociale di appartenenza, al loro grado di istruzione, in base a tutta una serie di fattori che ne determinano il pensare e l’agire. Informarsi sul Corriere della Sera è diverso rispetto ad informarsi sul Manifesto o sul Giornale, e ognuna di queste finestre crea nella mente del lettore un frame alternativo di interpretazione della realtà che non coincide con quello del suo vicino. I social operano nello stesso modo. La frase più inquietante di tutto il documentario, infatti, la pronuncia proprio Tristan Harris, ed è una frase totalitaria al massimo, degna di un Platone appena uscito dalla caverna o di quell’Hitler che ha riposto tavolozza e pennelli: «Se non siamo d’accordo su che cosa sia la verità o sul fatto che esista una verità, siamo spacciati. Questo è il problema che sta alla base di tutti gli altri problemi. Perché se non riusciamo ad essere d’accordo su che cosa sia vero, allora non possiamo risolvere nessuno dei nostri problemi». Insomma qui si postula l’esistenza di una verità intorno a cui mettere d’accordo 7 miliardi di persone. Una verità per 7 miliardi di persone… questa è la definizione stessa di totalitarismo e insieme un’apologia della censura.

Inoltre, è davvero plausibile ipotizzare che le rivolte di massa o l’ascesa dei populismi in tutti i paesi che soffrono di una deficit di democrazia a seguito di tanti anni di amministrazioni disastrose, siano esclusivamente dovuti alla selezione distorta dei contenuti offerti agli utilizzatori da parte degli algoritmi? Non sono invece cause più profonde ed endemiche quelle che portano le persone a votare diversamente, a non credere più a quanto dice la stampa tradizionale, a non avere fiducia nei propri rappresentanti? Gli scompensi economici, la disoccupazione montante, le disuguaglianze sociali, la malarappresentanza: insomma i motivi sono disparati, ma legittimi e ricorrenti nella storia. Non si tratta di una novità. The social dilemma finisce quindi per confondere i sintomi con le cause. Come se il diffondersi del terrapiattismo fosse un problema legato al sistema dei “consigliati” di Youtube e non invece a un processo di smantellamento della scuola, a un’indifferenza e a una sfiducia generalizzate nei confronti delle istituzioni accademiche. La narrazione del documentario si rivela su questo punto semplicistica, fuorviante, faziosa. A noi infatti ci sembrano più pericolosi i paladini del Bene che vogliono ridurre la realtà a Uno, dei terrapiattisti che organizzano i loro convegni senza troppo clamore. Il vero dilemma quindi, è tra rimettere il controllo dei social network e delle piattaforme virtuali a un manipolo di Ceo spregiudicati che pensano solo al profitto lasciando la totale libertà nella diffusione dei contenuti, o se sottoporre ogni argomento al vaglio di un ulteriore algoritmo che ne valuti la veridicità e l’adeguatezza secondo dei canoni stabiliti da un altro manipolo di nerd che hanno paura del pluralismo.

Le ciabatte di Mark

The social dilemma si può leggere perciò come la grande confessione di un’élite progressista, creativa, buonista, che grazie alle sue competenze ingegneristiche ha creato inconsapevolmente una mostruosità socio-politico-culturale dando la possibilità alle persone di esprimersi liberamente e scoprendo che dietro ogni like o emoticon si nasconde gente arrabbiata, frustrata, pronta a rivendicare dei diritti, e finalmente che gli interessi della gente non sono per forza alti, e che la maggior parte delle persone non condivide gli ideali di pace universale con cui invece si fa merenda nei campus della Silicon Valley. Il progetto di Harris e dei suoi adepti per rimettere in catene Frankeinstein perciò non è quello di risolvere le cause profonde del problema, e quindi il pessimo ordine del mondo, ma di darci un palliativo per il sintomo: ossia di vigilare in modo ancora più serrato sui contenuti, in termini foucaultiani: sorvegliare e punire. Come tutti coloro che si pongono il fine di migliorare l’umanità, una parola che in bocca a tanti leader è sempre stata presagio di crimini e massacri, anche in questo caso potremmo trovarci di fronte ad una rinnovata forma di oppressione. Bollare ogni manifestazione di dissenso come evento violento, ogni argomento contrario come ideologico ed estremo rischia di diventare il primo passo verso il controllo sociale a fini non solo economici, ma anche politici. Con la scusa di smetterla, come dice Harris, «di infrangere la vulnerabilità psicologica delle persone», si finirà per mettere in piedi una supermegagalattica commissione di vigilanza per impedire la diffusione di qualsiasi idea che diverga dall’igienismo morale predicato da questi guru. Non solo monitorati per scopi di lucro, per vendere spazi agli inserzionisti, ma anche mappati politicamente. I social finiranno per diventare un posto dove è consentito solo sorridere e impegnarsi per cause caritatevoli, per fare opere di bene, per dimostrarsi felici ed empatici. Cosa ne sarà di tutto il nostro odio? Dove lo riverseremo se non su noi stessi, e poi sul nostro vicino in carne ed ossa, in maniera ancora più prepotente?

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