Filippo Ceccarelli

"Mi spaventa sentirmi soggetto, personaggio, macchietta".
"Mi spaventa sentirmi soggetto, personaggio, macchietta".

Il primo contatto con Filippo Ceccarelli avvenne al principio di ottobre dell’anno scorso. Gli scrissi una mail per sondare e solleticare un po’ la sua curiosità. Avevo voglia di incontrarlo e “confessarlo”. La sua carriera, il suo lavoro di immenso archivista, le sue manie e i suoi tic, avevano acceso il mio interesse. La sua risposta, ricordo, fu immantinente, e positiva. Lo chiamai subito, senza aspettare: dall’altra parte della cornetta trovai un uomo curioso, indagatore. Voleva capire chi fossi, e, soprattutto, come mai fossi così tanto interessato alla sua vita. Dopo quasi un’ora di telefonata, mi disse:

”Francé, famola sta intervista, ma aspettiamo che passi questa seconda ondata de Covid… C’ho paura, non vojo finì in ospedale!”

Nel frattempo, alla seconda ondata ne sono succedute altre due, tre… E poi l’Italia a colori: gialla, rossa, bianca, arancione. Un groviglio di regole, codicilli, imposizioni, coprifuoco, mascherine. Ogni volta che lo chiamavo al telefono, le nostre chiacchierate erano lunghe, lunghissime. Parlavamo di giornali, giornalisti e di amenità; speravo sempre che mi dicesse: Francé, so pronto! Vieni a casa e intervistami…Niente, al solito mio ritornello: beh, allora, quando ci vediamo?,  tergiversava, temporeggiava:

“… aspettamo ancora un po’… Nun ce core nessuno

A giugno, quando l’estate cominciava a palesarsi, il primo, vero avvicinamento: incontro Ceccarelli dal vivo, a casa sua; mi fa sedere su una scrivania e, sempre a debita distanza, mi interroga su chi sono veramente, cosa faccio, cosa voglio veramente da lui, chi sono i dissidenti dell’Intellettuale. Dopo un’ora di chiacchierata e prima di salutarlo, gli porgo ufficialmente l’invito di Libropolis, il festival dell’editoria e del giornalismo a Pietrasanta. Finalmente, molla gli ormeggi e accetta: l’intervista si farà in Toscana, coram populo, direbbe Lui. Ma le rendez-vous è a ottobre: altri quattro mesi di attesa e telefonate e rassicurazioni. Il 9 ottobre è il grande giorno: dinanzi alla statua del Belli, in quel di Trastevere, ci diamo appuntamento, pronti per partire: intabarrato come fossimo a gennaio, Ceccarelli punta il dito sul mio ritardo (per l’esattezza: 8 minuti). “Sbrighete! Prendiamo il taxi… Stamo in ritardo”, mi ammonisce severo. Guardo l’orologio: mancano 50 minuti alla partenza…

Risolti velocemente i controlli di rito alla stazione – mascherina, green pass, biglietto – Ceccarelli, placata la sua proverbiale ansia, dà il via ad una chiacchierata travolgente. Gesticola, ricorda, sghignazza, apre il cassetto dei suoi ricordi e, con essi, le vicende del nostro Paese. Il treno, un intercity che sa tanto di accelerato veloce, costeggia il Tirreno, mentre il cielo è azzurro come gli occhi di un husky; qualche nostalgico dell’estate, dopo Grosseto, si azzarda ad una tintarella. Osservandolo da vicino, penso che Filippo faccia parte di quella schiera di giornalisti alla Pansa, alla Gorresio. Più che giornalisti, narratori di storie, ritrattisti di uomini. Pur avendo raccontato per quarant’anni le numerose sfumature del cosiddetto Palazzo, Ceccarelli, però, è attratto terribilmente dalla strada, da quello che succede nelle piazze, nei treni, negli autobus, nelle taverne. A differenza di tanti pennivendoli, distratti dal denaro e dalla notorietà, il Nostro ama le viscere del terreno che sta sotto i nostri piedi. Con cinismo e un sano distacco, sa che tutto è effimero, è transeunte.

Nel frattempo, giunti a Livorno, questo Borghese anomalo comincia a fremere, a guardare l’orario: “ma non sarebbe mejo – mi chiede – se ci venissero a prende a Viareggio? Semo più vicini a Pietrasanta… Va bene – gli faccio per placare la sua ansia – ora telefono e ci facciamo venire a prendere”. Poco prima di scendere, però, il treno si ferma: pensiamo di essere arrivati, ma gli sportelli non si aprono. Da una carrozza all’altra Ceccarelli corre, impreca, prova a premere i bottoni di apertura. Niente. Va nel pallone… “Sta a vedè – dice – che scennemo a Genova”. Un napoletano, alle nostre spalle, in un italiano imbarazzante, per usare un eufemismo, rinfocola le sue ansie. Ma per fortuna, dopo qualche minuto di agitazione, l’altoparlante spiega che il treno, in quel momento a Torre del Lago, ripartirà a breve. Così accade. Arrivati – finalmente! – a Viareggio, una macchina ci attende fuori. Come due aristocratici, ringraziamo e ci scusiamo per il disturbo. Dopo qualche minuto di silenzio, Ceccarelli, curioso come un bambino, tartassa il nostro chauffeur occasionale di domande sulla Toscana, sulle Alpi Apuane, sulle minuzie di paesini mai visti e sentiti prima. Il tempo, però, scivola come il ghiaccio: manca poco alla nostra chiacchierata pubblica. Sono quasi le 15: abbiamo fame. Nella piazza di Pietrasanta – un salotto davvero accogliente ed elegante – scegliamo due piatti al volo… Filippo mi fa:

“so stanco, m’hai fatto parlà troppo in treno, mo che je dico alla gente… Me raccomanno: nun me fa domande personali”.

Faccio finta di non sentirlo: dai – gli dico – cambiamoci e andiamo. E’ arrivato il nostro turno. Ignaro delle sue raccomandazioni, parto subito con il personale. L’uomo di carta – come qualcuno l’ha definito – abbozza, si scusa con il pubblico delle mie domande e parte in una lunga, lunghissima, sugosa e aneddotica “Confessione”.

                                                                              F. M /francesco.melchionda@tiscali.it


Fotografie di Ludovica Borghesi

Filippo Ceccarelli, finalmente ci siamo! Dopo un anno di corteggiamento, eccoci qua. Voglio cominciare questa Confessione, coram populo, partendo un po’ dagli inizi della tua professione. Inizi giovanissimo: se non erro, a 19 anni. Come mai scegliesti di fare il giornalista? Non mi dire che avevi già le idee chiare su cosa volessi fare da grande…

Premesso che davvero non so quanto possa fregare a chi legge, quando ho cominciato ero proprio un ragazzino che non sapeva nulla del mondo. Era un’altra Italia, un’altra epoca, un’altra temperie, un altro giornalismo. Mi piaceva scrivere, ero curioso di capire, conoscere, e la scrittura era, per me, un mezzo per soddisfare queste mie inclinazioni. Misi piede nella redazione di Panorama, che era un luogo pieno di ragazzi perché evidentemente aveva bisogno di antenne che intercettassero mondi nuovi, realtà magari diverse, novità. Era l’autunno del 1974. In quegli anni, il newsmagazine della Mondadori vendeva la bellezza di oltre 400 mila copie alla settimana: a pensarci oggi, fa impressione. Come diceva Enzo Bettiza, tutti i giornali sono macchine d’infelicità: quelli che si lamentavano nei corridoi, i capi e capetti cattivi, i vice che si facevano la guerra, le rivalità. Ma a 19 anni era una condizione di grande sorpresa, novità, emozioni. Naturalmente, non avevo nessuna capacità di scrittura, impiegavo ore e ore a scrivere un pezzo, e, cosa oggi assurda, si facevano le notti, in pratica non si staccava mai…

Chi ti raccomandò per entrare a Panorama?

Entrai per la prima volta nel villino Liberty di via Sicilia perché mia madre lavorava insieme ad un giudice importante, Adolfo Beria d’Argentine; la figlia, Chiara, era una brava giornalista, oltre che moglie dell’allora vicecapo della redazione romana, Gianni Farneti. Ma non parlerei di raccomandazione perché Panorama accoglieva tutti, un abusivismo virtuoso per così dire, poi ti mettevano alla prova facendoti fare delle cose, per lo più “informative” per i veri redattori che così disponevano di maggiori notizie. All’inizio non ti facevano firmare, eri “Pallino nero”, il segno grafico al termine del pezzo. Dovevano passare mesi e mesi prima di vedere il tuo nome sul giornale… Ma a quell’età, si è pronti a tutto, ad aspettare, a essere mortificati.

Era la scuola del giornalismo… Chi voleva imparare non aveva che l’imbarazzo della scelta, dinanzi a Sechi, Rinaldi, Melega, Rognoni. Che settimanale trovasti?

Beh, io già leggevo Panorama, conoscevo le firme, la leggenda parlamentare di Guido Quaranta, a Roma c’era Maurizio De Luca, ogni tanto scendevano Giulio Anselmi, Carlo Rossella, da Torino collaborava Ezio Mauro, allora alla Gazzetta del popolo, tutti parecchio giovani in quel Panorama poi rivelatosi una fabbrica di direttori. 

A chi ti sei ispirato nella tua vita giornalistica?

Il modello era Vittorio Gorresio, allora alla Stampa.

Nel 1990 lasci il settimanale, con sorpresa e stupore di tutti, e finisci alla corte della coppia Mieli-Mauro, alla Stampa. Cosa ti spinse a mollare? I soldi, la megalomania, la noia?

Non i soldi, che pure aumentarono, tanto meno la megalomania, figurarsi.  Quello che mi incoraggiò a lasciare la cuccia dove ero cresciuto e avevo lavorato per quasi 15 anni fu che la Stampa di Mieli e Mauro era la novità editoriale del momento, ma soprattutto il fatto che la materia che mi interessava, la politica, in un settimanale viveva una volta alla settimana, mentre in un giornale è carne che vive tutti i giorni. Ogni santo giorno, succedeva sempre qualcosa e quindi chi, come me, aveva questa passione, questa specializzazione, a quel punto anche dei ricordi, poteva applicarli sette giorni alla settimana. All’inizio, ovviamente, fu faticoso, perché non avevo i tempi, non ero allenato ai ritmi infernali del quotidiano.

Non mi dire che lasciasti Panorama solo perché volevi lavorare di più…

Beh, se hai passione e te lo chiedono dei colleghi che tu stimi, non mi sembra una cosa così strana!

Quanta vanità o vanagloria c’è nel momento in cui ti metti a scrivere un articolo?

Direi che c’è il contrario. Ogni volta sento una vocina che mi dice: oh no, questa volta scoprono il bluff, questa volta è finita, adesso è arrivato il momento in cui si accorgeranno che non sono in grado di fare niente. Altro che vanità o vanagloria! Ancora adesso, dopo oltre 45 anni di professione, da pensionato, sento, quasi visceralmente, un senso strisciante di inadeguatezza, oddio, non sarò capace, come riempio sto’ articolo… Al contempo, però, ho imparato a riconoscere che questa inadeguatezza mi consente di fare cose non brutte, decorose.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Come tanti pennivendoli, anche a te piace apparire in prima pagina? O vivi tutto con assoluto distacco?

Mi piace, certo, è un riconoscimento, anche se alla lunga i direttori e i loro vice lo sapevano talmente bene da essersi inventati uno stratagemma: il moncherino, definizione di Antonio Padellaro, ossia pubblicano in prima le prime quattro righe del tuo articolo, per poi rimandarti, chessò, a pagina 30, che magari il lettore s’è pure scordato… Ma poi è anche bello quando ti mettono il pezzo male, quasi nascosto, ma è riuscito bene, e allora è come se il lettore trovasse un tartufo. Però stiamo dentro il mondo di carta, la vanità della prima pagina oggi fa un po’ ridere. Vuoi mettere con quella della prima serata in tivvù o con i giornalisti che sui social hanno milioni di follower?

Hai detto, una volta, che gli anni alla Stampa furono anni felici; cosa ti dava felicità?

La terzietà, vale a dire che il giornale non era né di Roma né di Milano, e non era né di destra né di sinistra. Questo duplice distacco, questo non doversi schierare apertamente per nessuno, mi dava una sensazione di libertà, o almeno mi ero fatto questo convincimento. In più la circostanza che ci fosse la Fiat dietro, che all’epoca era un potere molto forte, assicurava un senso di protezione. Ogni tanto, ricordo, ricevevamo le visite, inaspettate, dell’Avvocato. Ci voleva conoscere, chiedeva, s’incuriosiva, amava i dettagli, chiedeva i particolari, dal collega che si occupava di mafia voleva sapere bene del ragazzino sciolto nell’acido, a quello della politica chiedeva: “E’ vero che la villa di Craxi ad Hammamet assomiglia a un garage?”. Era attratto dal mondo romano, interessatissimo ai comunisti, metteva sullo stesso piano i grandi temi e i particolari apparentemente futili, ma si annoiava facilmente. Sembrava, per certi versi, un giornalista mancato. A volte telefonava la mattina presto ai giornalisti: era attratto dal mondo romano. Per noi ciurma del giornale, questa usanza era fonte di scherzi feroci. Cominciava con una voce: “Pronto, qui è Casa Agnelli”. Ti prendeva un colpo, scappavo in bagno per non svegliare mia moglie, che pure era del mestiere. Mi rivedo alle 6 del mattino,  seduto in mutande sul bordo della vasca, dall’altra parte della cornetta non eri mai sicuro che fosse veramente l’Avvocato…

Quanta ansia hai dovuto combattere nella tua carriera? E perché?

Tanta ansia, la paura di non farcela, di prendere abbagli, toppare il giudizio, scrivere scemenze, sbagliare il tono, i nomi, le date, beccare querele…

Pur avendo letto e studiato tanto, perché, dinanzi alla scrittura di un articolo o di un libro, hai detto che ti senti inadeguato…

Boh. Forse è un patto che faccio con me stesso per produrre una cosa un po’ più decente, magari più interessante; poi ho paura di diventare, o di essere già diventato un trombone, come sovente accade a quelli della mia età che si prendono troppo sul serio, sanno tutto loro, assumono un tono oracolare, non si accorgono che gli ridono dietro.

Balzac sosteneva che i giornali fossero bordelli del pensiero. A che età, Filippo, hai smesso di idealizzare i giornalisti, e, forse, te stesso?

Mi sa che non li ho mai idealizzati. I giornali fanno benissimo a essere  dei bordelli del pensiero, il punto è che sono anche delle centrifughe pazzesche, quindi vanno avanti per automatismi e il pensiero si perde, si omologa, rimane in superficie. Di ideale c’è ben poco…

Sì, ma tu, in questo grande calderone, quand’è che hai cessato di idealizzare i giornalisti e, probabilmente, la tua persona?

Non capisco che vuoi farmi dire. Anche da ragazzino non ero così ingenuo, almeno su queste cose, la retorica del Giornalismo mi pare una roba un po’ così…

“Quando mi assunsero – sono le tue parole, rilasciate il 21 marzo del 2012 – Mieli mi disse: C’è uno solo che devi salvare, Spadolini. Obbedii volentieri”. Ti sei mai vergognato o pentito, con il senno del poi, di quell’obbedienza?

No, anche perché mi parve di capire, umanamente, che Mieli non volesse essere scocciato da “Spadolone”. Dopo tutto, era un leader di un partito piccolo: un uomo molto colto, anche ragionevole, ma vanitoso come un bambino. Quando andavi a parlargli ti regalava tutti i libri che aveva scritto, con dediche a caratteri giganteschi. Se l’articolo gli piaceva mandava un telegramma. Era un personaggio divertente, una figura curiosa, a suo modo il segno che la politica, da astratta, tornava a essere figurativa e quindi sempre più personalizzata. Simboleggiava l’aspetto infantile del potere. Diciamo che negli anni ne ho fatte di peggio che usare un occhio di riguardo con Spadolini. Dovrei, semmai, pentirmi o vergognarmi di altre cose…

Tipo? Diccene una…

Guarda, io sono fortunato perché come giornalista politico sono sempre stato nelle retrovie, non parlavo con nessuno, potevo fregarmene se l’ufficio stampa non mi dava più notizie o non mi diceva a che ore il presidente o il ministro prendeva l’aeroplano, cose decisive per chi sta in prima fila. Eppure, per vigliaccheria, a volte sto troppo attento a evitare che poi ti succedano guai. Ho questo scrupolo, questo sovrappiù di  prudenza. Cerco di non fare troppo arrabbiare la gente, di non ferirla, penso ai figli che leggeranno l’articolo, sono convinto che c’è sempre un modo migliore per dire cose sgradevoli. Sarà l’indole… Ma poi a volte si monta sul cavallino bianco, o slitta la frizione, comunque ti lasci prendere, e i buoni propositi vanno a farsi benedire.

Facci un esempio proprio concreto: non divagare…

Non mi viene in testa un pezzo che avrei dovuto incattivire. In compenso mi sarei volentieri risparmiato un articolo gratuito e velenosetto su Pietro Scoppola, chiamato al capezzale del centrosinistra per delineare l’Ulivo del domani. Avercene oggi di uomini come Scoppola!  

Ludovica Borghesi

Sei un po’ codardo?

Ecco, a proposito di sfumature, non credo di aver mai usato questa parola: già il mondo è complicato, la vita lo è ancora di più, specie quella degli altri. Riconosco di non essere proprio un cuor di leone… Non fiammeggia il mio animo, non sono tipo da barricate, beati i miti. La cosa che più mi piace è di stare in ultima fila, osservare, gustarmi lo spettacolo e insieme farmi venire in testa riferimenti, analogie, ricordi, appuntarli, tornare a casa, farmi una bella scaletta e poi scriverne.

Osservandoti, dai l’idea di essere un po’ parroco…

Non so, probabilmente faccio questo effetto. Non sono pregiudizialmente contrario ai parroci, ne ho conosciuti di bravissimi, ad alcuni ho voluto bene.

Carlo Rossella, tra i tanti, è stato il direttore con cui ti sei trovato meno bene: cosa non gli piaceva dei tuoi articoli?

Carlo è un uomo molto simpatico, anche buono e di formidabile fantasia, ma gli piace moltissimo il potere. A me interessa di studiarlo, a partire dalla sua fisicità, osservandolo con distacco, quindi anche nei suoi aspetti buffi. Erano i tempi di Berlusconi, probabilmente gli dava problemi questo approccio.

Per 25 anni, se non sbaglio, sei stato giornalista parlamentare: come mai il cosiddetto Palazzo è stato un tuo grande “amore”, se così possiamo definirlo? Ti affascinava la politica o era, per te, un filone come tanti altri?

Mi affascina la storia, che nella seconda metà del novecento si è svolta in gran parte in quei palazzi, oltretutto antichi e a loro volta pieni di memorie.

Perché, secondo te, i giornalisti che trafficano nelle stanze dei bottoni, per dirla con Nenni, alla fine diventano dei megafoni, per non dire lacché? Tu hai mai corso questo rischio?

No.

Che cos’è, per il te, il Potere, visto che l’hai raccontato e vissuto?

Il potere è vano, al massimo è in prestito, è un modo per ingannare la morte, che però arriva lo stesso.

Come nacque il libro “Il Letto e il Potere”? Attrazione per il sesso, per il pruriginoso, per il buco della serratura, o volevi raccontare altro?

Curiosità post-ideologica, era il 1993, nessuno ne aveva scritto finora.  Preceduta dalla profetica elezione di Cicciolina, durante la stesura stava venendo giù la Prima Repubblica. Quindici anni dopo, con il bunga bunga e grandi scandali sessuali di Berlusconi, sarebbero arrivate in Italia troupe televisive dal Brasile e dalla Corea! In realtà il sesso è un ottimo rivelatore della società e del potere. C’era questo campo sterminato da battere, se così posso dire, specie nel momento in cui saltavano i confini tra pubblico e privato. Piano piano scoprii, andando anche molto indietro nel tempo, e scavando di qua e di là, sempre con i guanti di lattice data la materia, che venivano fuori passaggi interessanti di proibizioni, tradimenti, ipocrisia, violenze, sputtanamenti, strumentalizzazioni. C’era una storia di cocaina già alla Costituente.

Avendoli raccontati nella loro intimità, c’è qualcosa o qualcuno che salveresti, ora, con il distacco del tempo?

Direi Ciampi.  Aveva competenza, dignità, resistenza, senso della misura. Quando era Governatore della Banca d’Italia diceva ai suoi dirigenti: quando uscite dal lavoro, state attenti, non vi fate vedere nei locali notturni, non andate con le macchine scoperte perché voi rappresentate la Banca d’Italia.

Nel saggio “Invano: il Potere in Italia da De Gasperi e a questi qua” ti sei avventurato in una sterminata e aneddotica galleria degli orrori, se così posso dire, della nostra classe politica. Qual è stato il movente di questo esercizio storico-politico?

Non solo orrori, se mi consenti, in mille pagine e cinquanta fitte fitte di bibliografia, ci sono anche le virtù di una classe politica oggi scomparsa. “Invano” è l’opera della vita mia. Una ricostruzione anche umana della rotolata giù per la china, ma senza animosità, né rimpianti. Doveva andare così. Poi le cose ricominciano. 

Una volta hai detto: da nonno Ceccarius ho ereditato strumenti fantastici: il culto per la città di Roma e quindi il dileggio, lo scetticismo, la cojonella, la facoltà di godere anche della magnificenza ridotta in macerie. Da dove nasce questo culto per una città così torbida e puttana come Roma?

È dentro la tua domanda la risposta. Esci da casa e incontri rovine. Le macerie del Palazzo imperiale sul Palatino come segno di caducità delle cose terrene, il fatto che a Roma si è visto tutto, che tutto è finito,  tutto è ricominciato, e tutto rifinirà. Questo ti mette in una posizione di lontananza, prendi le cose senza farti travolgere, cerchi di non prenderti mai troppo sul serio.

Fotografie di Ludovica Borghesi

C’è orgoglio e vanto nella tua romanità?

Non mi piace la retorica dell’orgoglio, che spesso è pure un peccato. Come tutte le cose grandi, Roma è ambivalente, metà valore e metà dannazione.

In una città come Roma, dove tutto si compra e tutto ha un prezzo, come diceva Giovenale, che prezzo hai dovuto pagare per essere il giornalista che sei?

Quello che tutti pagano nella loro esistenza: fai degli errori, li capisci, cerchi di non ricascarci, ci ricaschi, provi a soffrirne di meno. Non credo che essere giornalista ti metta in una condizione speciale.

A 66 anni, hai ancora curiosità verso i burattini e burattinai che affollano le stanze del potere? Non provi nausea e fastidio dopo averne viste e scritte tante?

Certo che provo nausea, ma cerco di farmela tornare utile. La stucchevolezza va indagata, sezionata, sviscerata. L’aspetto spettacolare che ha preso la politica mi alimenta e mi diverte. Oggi, ad esempio, con i social è entrato in azione una sorta di Osservatore Collettivo della classe politica. In Italia, patria della commedia e del melodramma, è difficile annoiarsi.

Alla tua età, con tutto quello che hai letto, scritto e conservato, ti sei mai chiesto: ma a chi interessa veramente quello che scrivo?

Me lo chiedo sempre! Anche adesso che mi chiedi tutte ‘ste cose…

Perché?

Boh, è così, mi spaventa sentirmi soggetto, personaggio, macchietta.

Insieme a Dagospia, sei stato il più grande entomologo e indagatore del potere capitolino, mostrando un’attenzione particolare sul generale involgarimento della nostra classe dirigente.  Quanto ti attrae il trash e quali insegnamenti hai tratto?

Mi attrae tutto ciò che fa umanità, con i suoi limiti, le sue miserie, d’altra parte si nasce e si muore in un contesto tutt’altro che asettico. E poi: siamo o non siamo creature imperfette? E non sarà che proprio in questa imperfezione, nei nostri impicci e nelle nostre magagne, troviamo il senso dell’uguaglianza e della fraternità?

Quanto cinismo c’è nei tuoi scritti e, più in generale, nella tua vita?

Il cinismo, diceva Giorgio Bocca, è il motore segreto del mestiere. Saperlo è già qualcosa.

Ci puoi raccontare brevemente la genesi del tuo sterminato archivio di ritagli, composto di ben 334 raccoglitori, e che nel 2015 hai donato alla Biblioteca della Camera. Com’è nata questa tua perversione giornalistica?

Beh, se documentarsi equivale a una perversione, allora davvero stiamo freschi! L’archivio nasce come difesa rispetto alla sindrome della pagina bianca. Male che va, pensavo, riempio il foglio con i precedenti. Poi la cosa ha preso una via totalizzante, collezionistica, monumentale. Almeno per me quello era un tesoro di fiducia nella memoria, una celebrazione della conoscenza;  adesso spero che lo sia anche per gli altri.

Hai mai pensato potesse essere, con il passar degli anni, una nevrosi, una tua ossessione, una schiavitù?

Certo, basti pensare alla fatica quotidiana della raccolta, senza mai sgarrare un giorno, all’impegno della classificazione, alla cura dell’organizzazione delle materie, al reperimento e alla sicurezza degli spazi, alla movimentazione di tutte quelle scatole e cartelline pesantissime. Dopo di che, ho pensato che tutto questo aveva preso una dimensione che oltrepassava di gran lunga le mie esigenze o nevrosi che fossero, e perciò ne ho fatto dono a un’istituzione. Mi sarebbe piaciuto – la presidenta della Camera ne aveva fato l’annuncio – che fosse digitalizzato, ma poi non s’è più fatto. Oggi è consultabile da chiunque, giornalisti, studenti, studiosi, curiosi. E’ una sorta di restituzione per quanto ho avuto. D’altra parte credo di aver capito che dare e condividere rende più felici che possedere e ricevere.

Mettendo da parte il tuo lavoro, chi è veramente Filippo Ceccarelli?

Chi sono veramente? Ma dai, per favore!

Hai degli hobby, delle distrazioni sociali?

Oddio! Leggo, studio, nuoto, porto a spasso il cane Pepito, mi piace fare la spesa al mercatino di Campagna Amica, nello specifico esagero con le provviste perché vado sempre prima di pranzo e se la spesa è pesante, poi mi fanno male le ginocchia. Vedo le serie e spesso mi addormento davanti alla tv. Sto con Elena da quando stavamo al liceo e quest’anno è mezzo secolo, certo la cosa più importante della mia vita. Mi scambio video e meme con mio figlio che sta a Milano, ho una figlia nella quale mi rispecchio e una mamma anziana insieme alla quale sono invecchiato. Se posso viaggio. Non le definirei “distrazioni”. Credo di essere stato molto fortunato. Quando mi capita, provo a rendermi utile, regalando quello che ho imparato e asciugando qualche lacrima con l’idea che magari qualcuno domani possa farlo a me. Ogni tanto vado in fissa per qualche cosa, che poi mi passa, ma forse degli spunti e indizi restano.

Hai passato a raccontare, con leggerezza, sarcasmo e una punta di sadismo, la vita e le debolezze degli altri. Facendoti un esame di coscienza, pensi di essere stato un giornalista e  uomo esemplari?

Aho’, guarda che “esemplare” è una parola pazzesca! Un giornalista e addirittura un uomo esemplare io? Ma ti rendi conto? Qui, e per giunta all’imbrunire, l’unica cosa importante da fare è salvarsi l’anima.   

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