OGGETTO: Il moralista immorale
DATA: 14 Dicembre 2020
SEZIONE: Pangea
Addio a John le Carré, agente segreto e grande romanziere. Ecco cosa pensava del mondo. “Dalla fine della Guerra Fredda l’Occidente ha perso la sua identità”
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William Boyd lo ha definito “il Dickens della Guerra Fredda. “Entrambi i romanzieri sono riusciti a costruire un loro mondo, che riflette il nostro”, ha precisato. Un paragone che rende giustizia a John le Carré, maestro britannico del romanzo di spionaggio, morto a 89 anni, in Cornovaglia. Le Carré è stato uno tra i grandi scrittori del XX secolo e, come l’autore di David Copperfield, il suo lavoro è pervaso interamente da un profondo impulso morale. Non denunciava la povertà, l’ingiustizia della prima rivoluzione industriale, quanto, piuttosto, il mondo spietato, retto da un groviglio di inganni e bugie, della Guerra Fredda, che visse come agente segreto britannico per poi tradurlo nei romanzi.

I suoi ventiquattro romanzi, in fondo, si concentrano su un unico tema: come restare morali in un mondo immorale, come è possibile non cedere alla miseria che ci accerchia. Ha affrontato gli stessi interrogativi che tormentano i suoi eroi. Il suo libro di memorie, The Pigeon Tunnel, svela poco della sua vita nel mondo dello spionaggio: ha promesso di tutelare nel segreto quel lato della sua vita e così ha fatto. Tuttavia, lo studio che gli ha dedicato Adam Sisman è rivelatore. La biografia racconta che Le Carré si era infiltrato in gruppi di estrema sinistra per riferire del lavoro e dei progetti di chi era diventato suo amico. I suoi eroi, da George Smiley ad Alec Leamas, il protagonista de La spia che venne dal freddo, sono ossessionati dai patti col diavolo che hanno dovuto siglare per vincere la Guerra Fredda.

L’Occidente era un’idea: fatta di libertà individuale, inclusività, tolleranza. Tutto questo lo chiamavamo sbrigativamente anti-comunismo

John le Carré

John Le Carré, pseudonimo di David Cornwell, diceva di non sapere perché avesse scelto quello pseudonimo, era un uomo affabile, spudoratamente divertente, generoso. Con i giornalisti parlava di qualsiasi cosa, con maliziosa semplicità. Ha raccontato, ad esempio, che scoprire che il padre fosse un truffatore lo ha spinto, per tutta la vita, a non comportarsi come lui. Credeva che la Brexit fosse “la più grande idiozia perpetrata dal Regno Unito”. Si lamentava, come se incarnasse George Smiley, di un mondo in cui regnano governatori degni di disprezzo, Boris Johnson, Donald Trump (si domandava, seriamente, se non fosse un agente controllato dalla Russia). Si chiedeva che senso avesse avuto vincere la Guerra Fredda, compiere gesti sinistri in nome della libertà, visto che l’esito era stato tanto disastroso. Era un idealista, un uomo per bene; ci ha costretto a confrontarci con le nostre contraddizioni. Senza risolverle. Come Dickens, i suoi libri hanno tentato di migliorare il nostro mondo.

Guillermo Altares  

*L’articolo è edito in origine su “El País”

Vocabolario essenziale di John le Carré

Occidente. “L’Occidente era un’idea: fatta di libertà individuale, inclusività, tolleranza. Tutto questo lo chiamavamo sbrigativamente anti-comunismo”.

Americanismo. “L’unica cosa che ci unisce, ormai, sembra essere la paura per quel che riserva il futuro, che spalanca un orizzonte selvaggio davanti a noi. Non abbiamo più alcuna idea di Occidente, e abbiamo avuto il vezzo di credere nel grande esempio Americano. Un errore fatale. Siamo soli, ecco”.

Guerra Fredda. “Durante la Guerra Fredda, ne eravamo consapevoli, avevamo una direzione e una causa, una grande causa, così almeno pensavamo. Sembrava una cosa moralmente giusta che pochi soffrissero a beneficio di molti. Al momento, siamo senza un obiettivo, siamo ancora lì a cercare una qualche identità. Da quando è finita la Guerra Fredda sembriamo smarriti”.

Guerra. “Lanci una bomba, ammazzi un mucchio di gente, non ne sai nulla. Se uccidi con un coltello, uccidi davvero. Guardi. Ti riconosci. Lo scontro con un uomo rende l’atto insopportabile e infiamma la coscienza. Se te ne separi, allora è statistica. Diventa mero gesto militare”. 

Putin. “Quando guidava il KGB da Dresda, Putin era un maestro del kompromat. Se voleva un diplomatico, un officiale dell’Ovest, avrebbe lanciato una proposta tentatrice. Avrebbe montato il teatro, costruito il fondale. E nessuno poteva negargli nulla. Una sua vecchia abilità. Risale a secoli fa, non solo in Russia, ma lì si sono specializzati anche in tempi zaristi. Zar in tonalità grigia esistono oggi e sono gli esperti di spionaggio. Amano tutto ciò. La complessità della scacchiera, diciamo così”.

L’evento buffo. “Accadde con Eugenij Primakov, ex capo del KGB, già primo ministro russo e Ministro degli Esteri. Venne a Londra. Chiese di vedermi. Voleva parlarmi. E parlammo. Dei miei libri”.

Mossad. “Quando entro in contatto con qualche generale in pensione del Mossad, ci capiamo molto velocemente. È un’attitudine condivisa che crea dei liberi muratori. Hanno, penso, un modo più brutale di trattare gli umani. Più di quanto ne abbia mai avuto io. Nondimeno, siamo colleghi. In qualche forma, terrificante”.

Io. “Suppongo di essere stato molte persone in questi anni, non tutte carine. Ma penso di essere migliorato, in realtà. Questo è tutto”. 

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