L'editoriale

Può cambiare tutto

In ogni guerra – come la definiscono alcuni commentatori, anche se questa è decisamente meno eroica di quella convenzionale - ci sono vincitori e vinti, sommersi e salvati, furbi e fessi.
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Non sappiamo come ne usciremo dallo stato di emergenza, ma sappiamo che cambieranno molte geometrie. In ogni guerra – come la definiscono alcuni commentatori, anche se questa è decisamente meno eroica di quella convenzionale – ci sono vincitori e vinti, sommersi e salvati, furbi e fessi. Il Coronavirus, come i droni e i terroristi suicidi, è un nemico invisibile, non dichiarato, che si infiltra, si evolve, si aggira negli strati sociali della comunità, uccide civili innocenti. Ma a differenza dei droni e dei terroristi suicidi, colpisce tutti, casualmente, senza una cabina di regia, senza metodo, senza pregiudizi. Fino a diventare mortale per alcuni (principalmente anziani, uomini, malati), e largamente diffusa all’interno della classe cosmopolita (ricchi, manager, accademici, ecc.), coloro che per dirla come il professore statunitense Christopher Lasch ne La ribellione delle élite “si sentono a casa propria soltanto quando si muovono, quando sono en route verso una conferenza ad alto livello, l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, una festival cinematografico internazionale, o una località turistica non ancora scoperta”. Eccoli i nuovi “appestati”, rinchiusi fin da subito in quarantena, non appena rientrati dall’estero, che nessuno vuole incontrare, ma che scaricano sulle loro “colf” la colpa di essere trasmissive per aver preso i mezzi pubblici.

Aeroporti chiusi, strutture alberghiere ridimensionate, forum internazionali annullati. I primi della globalizzazione, successivamente, nella fase 2 del Coronavirus, e forse per chissà quanto tempo, diventeranno gli ultimi, in una società di nuovo sedentarizzata. Eppure nel cortile di casa nostra, come nel resto del mondo, con queste misure restrittive che sigillano lo spazio e fermano il tempo, perdono i cosmopoliti, come i “populisti” che hanno fatto del loro corpo un’arma potentissima di seduzione delle masse, e la piazza un luogo di aggregazione politica, così trionfano gli altri sedentari, non impoveriti, vale a dire i tecnici, gli amministratori locali, i militari, gli economisti, i burocrati, gli esperti di settore, i conduttori televisivi e i direttori delle testate giornalistiche che governano le ospitate, dunque l’esposizione mediatica, la costruzione dei simulacri, la circolazione delle immagini, la rotazione dei segni. Eppure questi ultimi, gli animatori dei mezzi di informazione tradizionale (piccolo schermo e carta stampa), superata la crisi sanitaria, dovranno fare i conti con la crisi economica, che fa rima con quella dell’editoria. Meno soldi, per i massmedia generalisti, significa meno introiti pubblicitari. E sull’online sono in grande e colpevole ritardo. Così si apre uno spazio per chi aveva già avviato la transizione digitale (es. Sky Italia), per le realtà digitali consolidate con strutture redazionali leggere (es. Dagospia), e soprattutto per i nativi digitali “di nicchia” che hanno saputo negli ultimi anni costruire un modello economico più o meno sostenibile finanziato dai suoi propri lettori (ad esempio Il Club dei 500 de L’Intellettuale Dissidente) e sulla filosofia di un “giornale che non è solo un giornale ma una comunità di lettori” (cioè noi de L’Intellettuale Dissidente, e i nostri progetti collaterali).

Con la corsa al digitale, sopravvivono coloro che avevano già esplorato e conquistato lo spazio della rete, scompaiono i nuovi blogger, sradicati virtualmente, senza strutture solide alle spalle, vengono ridimensionati allo stesso tempo gli intellettuali âgés, superati dai canali di trasmissione crossmediali (social networkpodcast, Instagram, ecc.) e dai nuovi analisti più pragmatici che sapranno offrire griglie interpretative più aderenti alla realtà, arretrano i letterati che vivono di sole relazioni sociali, depressi dalle presentazioni in streaming, senza gloria e senza vanità. Poi quando tutto sarà finito, la realtà si presenterà con tutta la sua violenza, perché tutto il mondo che si erano costruiti, sarà irriconoscibile ai loro occhi, un po’ meno ai nostri. Pochi riusciranno a riciclarsi, a farsi riassorbire, ad affermare con nonchalance il contrario di quello che avevano sempre sostenuto pubblicamente, molti invece saranno spaesati, confusi, tristi, nel mondo nuovo. E sarà un viaggio, non al termine della notte, ma al principio del giorno. In alto i cuori.

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