Intervista

Ignacio Peyró: «Non c'è Paese più complesso dell'Italia, né Paese più scritto e modellato anche dallo sguardo altrui»

«La mia tradizione è spagnola ed europea. Ciò che mi interessa è onorare la tradizione della grande prosa in lingua castigliana. In Spagna amo Azorín, Cervantes, Pla, Galdós, Baroja, Ortega y Gasset e una sorta di Tomasi di Lampedusa in versione spagnola, ovvero i fratelli Villalonga di Maiorca. Dall'Italia ho letto molta poesia: Leopardi mi ha cambiato la vita! Ma anche la Francia e, come no, il mondo britannico: come dimostrano Waugh e Kipling, un'arte della prosa, cioè del ritmo e dello sguardo»
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Per la stampa spagnola è una delle penne più raffinate e colte della prosa iberica con uno stile che ricorda quello di maestri quali Josep Pla. Giornalista, saggista, erudito, ma anche uomo delle istituzioni e speechwriter di importanti leader politici, come l’ex premier Mariano Rajoy. Ignacio Peyró è una figura capace di muoversi in mondi diversi coltivando la dimensione anacoretica dell’intellettuale impolitico, e quella del giornalista culturale capace di fotografare gusti, vezzi e stili con esattezza ed eleganza. Attualmente, direttore dell’Instituto Cervantes a Roma e in precedenza a Londra, scrive per El País, ed in passato ha collaborato con giornali quali ABC e El Mundo. Autore di numerosi saggi di successo, in italiano è stato tradotto il suo “Anglofilia. Piccolo glossario sentimentale della cultura inglese” (Graphe.it, 2025) e “Carisma. La vita di Julio Iglesias, la storia di una generazione”(Ponte delle Grazie, 2025).

-Partiamo dal suo ultimo libro perché “Carisma”? E quale è la storia dello “spagnolo che fece innamorare il mondo”?

Gli editori italiani cambiano sempre i titoli (ma bisogna dire che lo fanno con buon senso). In ogni caso, chi, se non Julio Iglesias, ha carisma? Per carisma intendo una qualità indefinibile, numinosa, ma che traspare nell’aspetto fisico. Così tangibile da percepire quanto difficile da spiegare. La cosa curiosa di Julio Iglesias è che, dagli anni Quaranta ad oggi, rappresenta un punto di riferimento straordinario – per così dire – per raccontare la storia contemporanea spagnola.

-Come nasce la stesura di questa biografia? E perché la vita di Iglesias può essere considerata la cartina di tornasole della storia spagnola recente?

Suo padre fu tra i primi ad aderire alla Falange negli anni ’30. Rischiò di morire durante la guerra civile. Julio nacque nel dopoguerra, negli anni della carestia, ma divenne famoso grazie al miracolo economico spagnolo e cantò in occasione delle prime elezioni della democrazia spagnola. Fu persino protagonista del primo divorzio pubblico. Come non trovare un libro – e per di più un buon libro – in questa meravigliosa vita?

-Tra le sue opere recentemente pubblicate in Italia spicca “Anglofilia”. Cosa la ha portata a scrivere un vocabolario sentimentale della Gran Bretagna?

Mi piacciono i libri sui libri e l’erudizione festosa. E più che l’«Englishness» in sé, mi affascina il modo in cui essa abbia affascinato europei e non europei, almeno dal periodo che va da Voltaire a Churchill, quando tutto ciò che era britannico era importante: la sartoria, i giornali… e persino la monarchia parlamentare. È un mondo molto divertente da raccontare perché è pieno di sottintesi, ambiguità, ironia e umorismo. Ed è anche un mondo in relazione affascinante con il continente e, in particolare, con l’Italia. Quello sguardo da una parte e dall’altra della Manica è ciò che mi attirava di più: molte cose che crediamo siano solo britanniche sono in realtà adattamenti e lezioni ben apprese dal continente.

-Londra e il mondo britannico è al centro di quest’opera. Ha in programma anche un dizionario analogo di Roma o dell’Italia?

Non voglio fare qualcosa di identico, ma piuttosto l’opposto: se il mio libro sul Regno Unito contava più di mille pagine, con l’Italia voglio realizzare un libro il più breve possibile. Un colpo di precisione. È impossibile: non c’è paese più complesso, più sfumato, né paese più scritto e modellato anche dallo sguardo altrui. Ma proprio per questo mi va di farlo: un antipasto affinché qualcuno provi già un ardente desiderio di Italia mentre lo legge in aereo.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

-All’attività istituzionale e autoriale ha affiancato anche quella di traduttore di autori come Waugh e Kipling. Che rapporto ha con questi due giganti del novecento? E chi c’è nel pantheon letterario di Ignacio Peyró?

La mia tradizione è spagnola ed europea. Ciò che mi interessa è onorare la tradizione della grande prosa in lingua castigliana. In Spagna amo Azorín, Cervantes, Pla, Galdós, Baroja, Ortega y Gasset e una sorta di Tomasi di Lampedusa in versione spagnola, ovvero i fratelli Villalonga di Maiorca. Dall’Italia ho letto molta poesia: Leopardi mi ha cambiato la vita! Ma anche la Francia e, come no, il mondo britannico: come dimostrano Waugh e Kipling, un’arte della prosa, cioè del ritmo e dello sguardo.

-Da testi a sfondo gastronomico ai libri-intervista, passando per il giornalismo e l’attività politico-istituzionale. Come si descriverebbe?

Ho sempre svolto più lavori contemporaneamente. O, per meglio dire, credo nella teoria del doppio lavoro di cui parlava Eliot: non solo la scrittura, ma anche un’attività che ci permetta di respirare l’aria del mondo. Alla fine, tutto ruota intorno alla lettura e alla scrittura, e in Spagna il giornalismo è stato il modo migliore per farlo.

 -Ignacio F. Garmendia ha affermato che lei «rappresenta quel conservatorismo colto, amabile e civile che, al di là delle sue predilezioni e della nostalgia, è, da parte della destra, una garanzia di coesistenza e continuità». Quali sono stati i maestri, gli incontri e le esperienze che hanno formato il suo stile erudito, raffinato e sanamente conservatore?

Tutti sono conservatori nei confronti di ciò che amano. Non sono pochi i conservatori di spicco: Burke, innanzitutto. Ma anche Scruton e Oakeshott.

Allo stesso tempo, è importante andare oltre queste categorie: se si scrive bene, in genere poco importa chi si è. Anzi, scrivere di politica raramente aggiunge qualcosa di positivo a uno scrittore.

-È stato speechwriter del primo ministro Mariano Rajoy. Che ricordo ha di quella esperienza? E quali sono stati i ricordi e i discorsi più significativi che hanno segnato quella esperienza?

Sono stati anni difficili per il Paese: la crisi finanziaria e la via d’uscita da essa. Un governo con pochi momenti felici. Ma ricoprire la carica di presidente significa trovarsi nel punto più alto, da cui si vede l’intero Stato: qualcosa di impressionante. Ricordo con particolare emozione la dichiarazione rilasciata dopo la morte di Adolfo Suárez.

-Da scrittore e intellettuale come ha visto questa sua immersione nel cuore della politica spagnola? 

Non ho mai avuto ambizioni politiche, a differenza di molte persone che erano lì. A me piaceva fare il consulente e scrivere, non diventare senatore per La Gomera. Come osservatore del Paese è affascinante, certo: vivo la politica spagnola dalla Costituzione di Cadice (1812) ad oggi come se fosse una realtà tangibile, quindi mi è piaciuto molto, anche se sono stati anni duri e l’esemplarità non è stata la nota predominante dell’esperienza.

-Quali iniziative avete in programma in Italia con l’Istituto Cervantes?

Tantissime! Sono molto soddisfatto dei nostri accordi a livello globale con l’Istituto Italiano di Cultura e con la Società Dante Alighieri. E poi della musica che programmiamo con il Parco della Musica, il RomaEuropa Festival o l’Istituzione Universitaria dei Concerti. Solo in questo mese di luglio avremo tre concerti… E per quanto riguarda le mostre, abbiamo portato il meglio del XX secolo spagnolo, da Chillida a Martín Chirino o Esteban Vicente, che risplendono magnificamente nella nostra Sala Dalí in piena piazza Navona.

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