"L'energia è l'arma più potente di Vladimir Putin per dividere europei e americani". L'analisi di Fabrizio Maronta

Fabrizio Maronta è responsabile delle relazioni internazionali della rivista italiana di geopolitica "Limes", nonché membro del suo comitato scientifico, ed è curatore di “Heartland-Eurasian Review of Geopolitics”.
Fabrizio Maronta è responsabile delle relazioni internazionali della rivista italiana di geopolitica "Limes", nonché membro del suo comitato scientifico, ed è curatore di “Heartland-Eurasian Review of Geopolitics”.

I titoli allarmistici dei principali quotidiani nostrani indicano la presenza della flotta russa nel mediterraneo, molto vicina all’Harry Thruman. Non è la prima volta, però, che accade in queste ultime settimane. Cosa sta succedendo esattamente?

Facendo una premessa direi che se la flotta russa e quella americana si scontrassero sotto le coste della Sicilia, ovviamente l’allarmismo sarebbe più che giustificato, tuttavia ci sono due questioni da mettere a fuoco. La prima è: cosa sta succedendo in Ucraina? In estrema sintesi la Russia sta tentando di mettere dei paletti definitivi all’espansione della Nato e dell’Unione Europea, espansione che si concretizza a metà degli anni duemila e che la Russia vive come un’offesa, ovvero come un’azione offensiva nei propri confronti. Tale azione ha ad oggetto uno spazio che va grosso modo dall’Ucraina e dalla Bielorussia fino all’ex Cortina di Ferro. Esso include il grosso dei paesi dell’ex Patto di Varsavia – che, aperta parentesi, si autodefiniscono centro europei, mentre dai paesi fondatori dell’Unione Europea vengono visti come est europei, quanto meno nell’immaginario collettivo, chiusa parentesi – ossia uno spazio di sicurezza considerato dalla Russia come tale sin dai tempi zaristi e che adesso invece si vede occupato e insediato dall’Alleanza Atlantica.

Sarebbe importante sottolineare che tanto dal punto di vista russo quanto da quello dei paesi che entrano nella Nato e nell’Ue, queste due organizzazioni sovranazionali di fatto sono le due facce di una stessa medaglia. Una, la Nato, rappresenta la sicurezza americana e l’Unione Europea l’aspetto economico di prosperità infrastrutturale. La Russia vive questo come un’indebita intromissione di uno spazio di sicurezza storicamente sotto il proprio controllo e poi assiste, soprattutto dalla Georgia in poi – con l’antefatto della guerra di Cecenia –, al tentativo statunitense di fomentare separatismi esistenti a prescindere dall’agenda occidentale (in quanto risalenti ai tempi presovietici). Questi ultimi vengono poi in qualche modo esacerbati o comunque congelati dalla Guerra Fredda, ma oggi al loro riemergere vengono cavalcati dall’Occidente attraverso le così dette rivoluzioni colorate.

Fondamentalmente la Russia si percepisce come un paese vulnerabile, con un’agenda revisionistica dal punto di vista territoriale, ma con azioni apparentemente offensive che in realtà rispondono ad un bisogno di difesa e di sicurezza rispetto a un aggressivo espansionismo occidentale euro-americano. L’Ucraina è a questo punto – Ucraina che ricordiamo rischiò di scarrellare verso l’Occidente con l’accordo di associazione del 2014 e con l’Ue – un Paese di fatto artificiale e quindi conseguentemente con un’anima veramente europea e un’anima veramente russa. Dopo essersi ripresa la Crimea, la Russia tenta di mettere dei paletti definitivi all’espansione sia diretta che indiretta dell’Occidente. Lo stesso è accaduto con il Kazakistan e soprattutto con la Bielorussia, che ultimamente Putin ha saldamente riportato sotto la sua sfera di sicurezza. Qui la Russia tenta di stabilire una linea rossa da non attraversare. 

La seconda osservazione riguarda conseguentemente la volontà effettiva di Russia e Stati Uniti di intraprendere una guerra in Ucraina e per l’Ucraina. Malgrado l’escalation alla quale stiamo in parte assistendo, l’impressione è che non ci sia questa volontà, né dal punto di vista statunitense, né da quello Russo. Dal punto di vista russo perché una guerra di occupazione di un Paese così vasto sarebbe una guerra estremamente onerosa da un punto di vista economico e finanziario, ma anche militare e umano. È una guerra molto incerta, come tutte le guerre, soprattutto come quelle su scala medio vasta. Non sarebbe dunque una guerra per procura, bensì diretta. Paradossalmente una simile guerra ricompatterebbe il fronte euro-atlantico, che oggi invece è spaccato. Il bisogno del gas russo e la volontà di alcuni Paesi – Germania e Italia in testa – di non inimicarsi troppo una Russia che nonostante tutto non percepiscono così minacciosa è ovviamente in contrasto con quella dei Baltici, dei Polacchi e degli Stati Uniti, che percepiscono la Russia invece come un antagonista vero e proprio. Andare a mettere i piedi nell’Ucraina in modo così plateale vuol dire fondamentalmente dare un’ottima scusa alle fazioni anti russe, presenti comunque anche nei paesi europei, per fare sponda con Washington. 

Ciò nonostante una simile guerra non la vogliono gli Stati Uniti per la questione non secondaria del fronte interno. La spaccatura tra rossi e blu, la radicalizzazione dei due partiti e delle rispettive ideologia, sono la principale debolezza dell’amministrazione Biden. Inoltre gli Stati Uniti, da Obama in poi, hanno chiaramente puntato alla Cina come nemico principale, quindi l’idea sarebbe dovuta essere quella di affrancarsi dalle vicende europee e mediorientali. Inutile dire che una guerra in Ucraina significherebbe l’esatto opposto. Oltretutto entrambi i campi, America e Russia, hanno ampiamente pubblicizzato le rispettive mosse sino ad ora, a partire dall’ammasso delle truppe russe sul confine con l’Ucraina, la movimentazione di truppe dei paesi Nato in Europa, l’afflusso di navi russe nel Mediterraneo, il giro di telefonate di Biden agli alleati europei. Sembrerebbe una dimostrazione di forza in funzione deterrente, ma il rischio di queste vicende è che la loro evoluzione è assolutamente imprevedibile, perché la situazione può sfuggire di mano. 

Proprio a proposito del fatto che in questa crisi vi siano paesi apertamente “russofobi”, capeggiati dall’Inghilterra, e altri più simpatetici verso la Russia come Francia e Italia, nell’ultima chiamata tra Putin e Draghi, di quali argomenti si è trattato?

Sicuramente si è parlato di energia. Il nostro paese, più di altri membri dell’Europa, è caratterizzato da un’economia povera di materie prime e vive del valore aggiunto di ciò che fabbrica con le materie che importa. Sicché avendo, dopo Chernobyl, detto no al nucleare e avendo incrementato la quota di rinnovabili tra le fonti energetiche, lo ha fatto non in misura tale (vale a dirsi non con una quantità e una continuità di forniture tali) da poter supplire all’ammanco fossile. L’Italia, in sintesi, ha giustamente puntato sul gas come combustibile di transizione, come hanno fatto quasi tutti gli altri paesi europei. Questo non è accaduto per le pressioni lobbistiche francesi e tedesche, ma perché effettivamente il gas è stata identificata come la fonte energetica più adatta per la transizione verde. È vero che il famigerato gasdotto Tap (Trans anatolic pipeline) ne stia attenuando la scarsità – che altrimenti si farebbe sentire anche in termini inflattivi in termini anche molto maggiori – ma è anche vero che il gas russo sia indispensabile.

Siamo in un momento in cui le forniture di idrocarburi dall’Africa Settentrionale, come il petrolio libico e il gas algerino, sono in netto calo a causa dell’aumento del consumo dei mercati interni, come ad esempio proprio in Algeria. A differenza della Francia il nostro paese non ha fonti alternative, come il nucleare, da cui attingere in caso di emergenza. A differenza della Germania non abbiamo la Ruhr dalla quale estrarre carbone in caso di necessità (ovviamente smentendo noi stessi nei propositi di rivoluzione verde). Inoltre non abbiamo abbastanza rigassificatori per affidarci ai rifornimenti americani e siamo in un ambito, l’Unione Europea, la cui infrastruttura energetica del gas sia di fatto un’infrastruttura ancora per lo più nazionale, con poche grandi direttrici, soprattutto di importazione. Fondamentalmente l’Italia dipende in maniera vitale dal gas russo, molto più rispetto gli altri paesi europei. Nella mappa dei tassi di dipendenza dei vari paesi europei dal gas russo, vi è una media del 40 percento circa, che però per i singoli paesi risulta molto variegata. La Spagna ad esempio è quasi indipendente dal gas russo, rifacendosi ad altri mercati, ma la Norvegia lo è quasi al 100 percento. 

Sino ad oggi gli Stati Uniti hanno relativamente tollerato l’ambiguità degli europei (ed in particolare della Germania) nel trattare con la Russia in ambito energetico, perché in parte comprendono le necessità energetiche del nostro continente, ma anche perché abbiamo funto da canale secondario di dialogo che andava mantenuto aperto, in cui probabilmente il Nostro Paese ha avuto un ruolo anche più importante della Germania. Se oggi il gioco della deterrenza reciproca sfuggisse di mano, le posizioni si radicalizzerebbero e gli Stati Uniti non accetterebbero più la doppiezza europea per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico dal mercato russo del gas. Resta comunque il fatto che l’estrema dipendenza in primo luogo di Germania e Italia, ma che coinvolge il molti paesi europei soprattutto dell’Europa centro orientale, è un ostacolo formidabile per gli Stati Uniti alle ipotesi di sanzioni draconiane verso Mosca.

Far davvero male alla Russia sul mercato energetico significherebbe al tempo stesso mandare a gambe all’aria le economie europee, specialmente in questa fase comunque ancora delicata di ripresa dai danni provocati dal Covid. Questo è un fattore di grande tensione che può giocare a favore del dialogo nella misura in cui induce gli Stati Uniti e la Russia a non rompere completamente i rapporti, però forse favorisce più la Russia degli Stati Uniti. Putin sa di avere in mano un’arma in grado di dividere la gamba americana da quella europea e della Nato, e questa è l’energia per l’appunto. I Baltici hanno costruito rigassificatori negli ultimi anni e hanno fatto qualche timido tentativo di importare gas dagli Stati Uniti, ma è inutile dire che i prezzi sono esorbitanti oltre che insostenibili. Per non parlare del fatto che una nave gasiera è vulnerabile in mare e questo rende vulnerabile l’approvvigionamento energetico. Un gasdotto che parte dalla Siberia ovvero dalla penisola di Yamal e attraverso il baltico approda direttamente in Germania come Nord Stream, è decisamente più sicuro ed economico. In questa partita è netta l’asimmetria che pende a vantaggio della Russia.

L’Energia è proprio l’arma principale della Russia in questo momento, al di fuori delle truppe schierate al confine con l’Ucraina. Però spostiamo l’attenzione verso Oriente. Un attore che è rimasto fuori dai riflettori mediatici, che però ha osservato con grande attenzione questa crisi e quest’esacerbarsi di tensioni – che almeno per il momento sembrerebbero sulla via di una distensione – è la Turchia. Come si colloca questo Paese in questa partita energetica?

La Turchia, per merito del suo ineffabile Presidente, gioca su due tavoli. Come la Germania, Ankara ha il piede in due staffe, ma a differenza sua approfitta della propria ambiguità. L’Europa ne è invece in qualche modo bloccata. La Turchia, pur essendo un paese Nato, acquista armi dai russi e vende armi agli alleati dei russi in maniera piuttosto spregiudicata. Già soltanto con questa politica strategico-militare, Ankara esula in maniera piuttosto stridente dall’ambito Nato.

Dal punto di vista prettamente energetico la Turchia ha bisogno del gas russo non meno di noi europei. Essendo la Russia essenzialmente un petrostato che vive dell’esportazione di idrocarburi e di armi, sono queste per l’appunto l’oggetto del grosso dei rapporti economici turco-russi. Storicamente Erdogan, dai primi anni duemila in poi, ha alimentato la performance economica turca (ragguardevole almeno fino ad una decina di anni fa) con il petrolio del Kurdistan iracheno e poi negli ultimi anni con acquisti di gas russo fatti ad un prezzo non esorbitante, ma soprattutto costante a differenza di come hanno voluto i paesi europei. Apprendendo dagli errori dei paesi del Vecchio Continente, Erdogan ha siglato con Gazprom dei contratti a lungo termine e non si è andato ad impelagare in contratti spot (a breve termine) che risentono fortissimamente dell’andamento di domanda e offerta, e che sono per altro più soggetti a speculazione, ovvero ad un eventuale rialzo dei prezzi dovuto ad una artificiosa diminuzione delle forniture.

La Turchia in questa fase cerca di beneficiare delle debolezze di entrambi gli attori. Di fronte a Putin, Erdogan si presenta come un acquirente di energia e di armi, ma anche al tempo stesso come rifornitore, e qui ci si riferisce ovviamente ai droni, piatto forte dell’industria bellica turca. A differenza degli euro-americani la Turchia si presenta alla Russia come interlocutore non ipocrita sul lato della democrazia, capace di andare direttamente al sodo su ogni questione. Dall’altro lato invece Ankara sfrutta il fatto di essere dentro la Nato e si avvantaggia delle sue debolezze. Essa si propone sia come canale di dialogo, ma soprattutto come fattore di stabilizzazione per l’area mediorientale, in particolar modo l’Iraq. Al tempo stesso la Turchia sfrutta le difficoltà russe nel suo antagonismo con l’America, che è di fatto la causa della sua intesa tattica con la Cina. Se ad un certo punto Washington decidesse che la Russia non è più un nemico – o la Cina addirittura non fosse più un nemico – l’intesa militare sino-russa probabilmente si ridurrebbe gradualmente ad una sua continuazione in versione prettamente commerciale ed economica. La Turchia fa un gioco estremamente spregiudicato, ma anche estremamente pericoloso, perché scommette sul fatto che Russia e America non si facciano la guerra. Se questo conflitto deflagrasse, probabilmente si schiererebbe in maniera non nettissima, e probabilmente neutrale, con gli Stati Uniti.

La crisi del Kazakistan si è sviluppata parallelamente a quella Ucraina, e la Turchia anche qui ha osservato l’evolversi degli eventi, vantando proprio il legame etnico e linguistico con i popoli turchici di quest’area. Davvero la Turchia può valere in maniera decisiva anche nel Kazakistan?

Nelle grandi strategie del neo-ottomanesimo il mondo della turcofonia ha rappresentato quello che sarebbe dovuto essere l’ambito d’esercizio di quest’ideologia, che però si è rivelata in un nulla di fatto nella storia della Turchia del secolo scorso. Credo che chi abbia osservato con più attenzione la vicenda kazaka sia stata la Cina. Bisogna premettere che in quest’ultimo la crisi si sia manifestata a causa di una sorta di regolamento dei conti interno, tra Nazarbaev e i suoi oppositori.

Questo per la Cina è stato rilevante sotto un duplice profilo. In parte a causa della questione islamica, che Pechino percepisce particolarmente a causa dello Xinjiang e della sua vicinanza ai confini kazaki, e poi perché in Asia Centrale Russia e Cina sono due partner, spinti l’uno verso l’altro dall’antagonismo statunitense, ma restano di fatto due imperi che si sfiorano e che diffidano l’uno dell’altro per note ragioni storiche. Tentano in Asia Centrale di non pestarsi i piedi, ma guardano entrambi a quell’area come potenzialmente contendibile, molto più di aree come la Bielorussia e l’Europa Orientale che sebbene lambite dalla Via della Seta, non rientrano nelle priorità cinesi. Gli Stan rappresentano invece una questione differente. Se il fastidio russo è trapelato per le direttrici terrestri della Bri, la Cina anche ha lasciato trasparire la propria potenziale assertività nei confronti degli Stan, dove se la Russia lasciasse la presa, sarebbe subito pronta a colmarne il vuoto.

D’altronde quest’area, insieme con l’Ucraina, rientra nell’Heartland teorizzato da Mackinder nei suoi saggi del 1904 e 1919, che per quanto lontani dal presente, dimostrano come restino fondamentali per delle analisi di strategia geopolitica.

La teoria di Mackinder è una teoria antica, ma neanche poi così tanto se ci pensiamo bene. Certamente con l’evolversi della tecnologia dei domini e della guerra, – che sia essa marittima, informatica, dei satelliti e quant’altro – la semplice massa continentale e quindi demografica contano relativamente meno. Resta però il dato di fatto che l’Eurasia sia la principale massa continentale del mondo e che alberghi le due potenze che gli Stati Uniti considerano come le proprie antagoniste per eccellenza, ovvero Russia e Cina, incidentalmente due dei paesi più grandi del mondo. Sfocia questa massa (sfocia in maniera volutamente ossimorica) ad est nell’Indo-pacifico, ovvero l’area geopoliticamente più calda del nostro secolo e poi “sfocia” nell’Europa, questa piccola Penisola che ad ogni modo rimane fondamentale nel sistema di alleanze statunitense. Tant’è vero che quando la Cina vuole farsi potenza e quindi estroflettersi, concepisce le Nuove Vie della Seta, che sono poi fondamentalmente un tentativo di abbracciare lo Heartland mackinderiano sulla terra e dal mare.

Certo, Mackinder ha fatto il suo tempo, però l’Eurasia, forse anche solo come suggestione, ma soprattutto dal punto di vista fattivo, conserva una rilevanza strategica notevole, tant’è vero che uno dei grandi crucci britannici sia sempre stato quello di limitare l’eccesso egemonico di una qualche potenza europea, magari di concerto con la Russia. Non siamo più ai tempi della Francia napoleonica o della Germania guglielmina, però l’idea che la Germania tenti di riplasmare, tramite la disciplina contabile, il continente europeo a sua immagine e somiglianza è qualcosa che agli Inglesi e ai Polacchi non è andata giù. Quindi in qualche modo, molto del pensiero mackinderiano continua ad informare le visioni strategiche dell’Eurasia da parte degli attori residenti e da parte delle potenze esterne, a cominciare dagli Stati Uniti e in parte anche il Giappone, che ha tentato in vari modi di contrastare l’espansione sia economica che militare della Cina nel Sud-Est asiatico, ossia nella parte insulare e peninsulare della propaggine indopacifica dell’Asia. La categoria mackinderiana resta, ma aggiornata ai tempi, naturalmente. 

È affascinante e spaventoso ragionare di come questa dorsale che comprende anche l’Ucraina mondiale, si colleghi seppur indirettamente, all’altro capo del Mondo. Insomma sembrerebbe che chi nasce nell’Heartland sia destinato a nascere su una terra contesa nei secoli tra grandi imperi, un po’ come gli abitanti dell’Ucraina. È forse questo il motivo per il quale gli Stati Uniti hanno tentato di mettere così platealmente un piede nel plesso solare dell’Eurasia, così ricco di risorse e così strategico? Tentavano di spezzare quella dorsale?

Di fatto dal 1945 in poi gli Americani stanno in Europa fondamentalmente per questo. La guerra nel Pacifico, con Hiroshima e Nagasaki, è stata combattuta per evitare che il Giappone arrivasse a diventare potenza anche continentale. E prima ancora, sebbene lì vi fosse anche una forte motivazione di carattere coloniale e predatoria, dalle Guerre dell’Oppio in poi, la Cina è stata aperta a cannonate al mondo esterno anche per eliminare una presenza imperiale forte e massiccia nel Continente. 

Nella misura in cui poi crollano gli Imperi Centrali con la Prima Guerra Mondiale, crolla l’Impero Zarista della Russia, chiusa al mondo dal bolscevismo. L’India era la perla dell’Impero Britannico e anch’essa crolla, collassa. Dopo il 1945 la Germania è in qualche modo “normalizzata”, il Giappone pure. Resta la divisione in blocchi, ma poi guarda caso Kissinger spezza il duopolio, già di per sé problematico – il fronte comunista – andando in Cina. Se vogliamo leggere la Storia dalle Guerre Napoleoniche ad oggi in chiave mackinderiana è tutto un tentare di formare il monopolio euroasiatico e poi di spezzarlo. Gli Stati Uniti dal 1945 in poi stanno qui in Europa per questo, ed è per questo che ci restano. Sebbene formalmente Washington dichiari che la maggior parte delle risorse vadano impiegate sul fronte con la Cina, poi di fatto, se Putin decide di creare problemi in Ucraina, gli Americani mettono ben in evidenza la loro presenza in Europa, che ad ogni modo, non va messa in discussione.

L’evolversi di questa crisi sembra essere giunta ad un punto di distensione, per lo meno apparente, riguardo le principali pretese delle due controparti sul suolo “conteso” dell’Ucraina. Indicativamente quali esiti concreti potrebbe produrre questa debacle diplomatica?

È opportuno non dimenticare che la guerra spesso accade perché la situazione sfugge di mano. In questo momento sembrerebbe che una guerra su questo terreno non sia voluta da nessuno degli apparati delle relative potenze. È meno chiaro, naturalmente, come si possa estrinsecare una decisione finale da un punto di vista formale. Qualcosa di simile ad un accordo di Minsk ennesimo probabilmente è la soluzione più auspicabile, ma bisognerebbe comprendere anche cosa sia funzionale ai russi. Un’Ucraina internazionalizzata non può essere annessa dalla Russia, ma al tempo stesso nemmeno dall’Occidente, perché la Pianura Sarmatica è un terreno così vasto che risulterebbe incontrollabile. Il problema di questo stallo è che la via d’uscita per gli Stati Uniti è molto stretta. Si tratta di “salvare la faccia” o quanto meno la propria credibilità e il peso negoziale, politico e di deterrenza che ne conseguono. Se dopo ripetute minacce, poi non accade nulla è chiaro che questo possa portare ad una perdita di credibilità di chi le ha messe in atto e aprire quindi un “vaso di Pandora” nel Pacifico.

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