Nessuno scrittore di spionaggio, nemmeno con la fantasia pirotecnica di un John le Carré o l’ironia disincantata di un Graham Greene, avrebbe mai osato concepire un trucco così perfetto. Siamo nel secondo dopoguerra, l’Europa è una distesa di macerie fisiche e ideologiche, e a Washington ci si rende conto che per vincere la guerra contro l’Orso sovietico non bastano le testate atomiche o il Piano Marshall. Servono i poeti, i filosofi, i pittori astratti, i saggisti sofisticati, i jazzisti col pallino per l’improvvisazione. Serve, insomma, la cultura. E chi si incarica di finanziare, promuovere, dirigere e persino inventare l’avanguardia culturale dell’Occidente libero? La Central Intelligence Agency. È questa la scandalosa architettura della manipolazione che Frances Stonor Saunders ha ricostruito nel suo capolavoro d’inchiesta, La guerra fredda culturale (Fazi Editore, 2026), un testo che, con colpevole ritardo (la prima edizione è del 1999), arriva oggi in Italia senza aver perso nulla della sua forza dirompente.
Leggere questo libro significa infatti compiere un viaggio dentro un paradosso vertiginoso: la difesa della libertà di pensiero fu orchestrata dalla più efficiente macchina segreta del potere americano. Nello specifico, un’operazione denominata “packet”, ispirata dal veterano dell’OSS (il servizio di informazione USA durante il secondo conflitto mondiale) Frank Lindsay, dove la parola d’ordine non era la censura, bensì l’opposto: il mecenatismo sregolato e fin troppo interessato, la proliferazione delle riviste, i convegni internazionali nei grand hotel di Parigi, Roma e Berlino, le borse di studio generose, i concerti di musica dodecafonica e i dipinti di Jackson Pollock spediti in tournée come droni concettuali contro il realismo socialista di regime. «Se volevamo promuovere un’orchestra, un quotidiano o un saggio, bastava firmare un assegno», ammise anni dopo con disarmante candore Tom Braden, il capo dell’International Organizations Division della CIA, il braccio operativo di questo programma clandestino. Braden e il suo sodale Cord Meyer non erano rozzi burocrati da caserma, ma raffinati intellettuali formati nelle università della Ivy League.
Avevano intuito prima di chiunque altro una verità fondamentale: la propaganda più efficace è quella che non sembra affatto propaganda. Per combattere lo stalinismo non servivano i reazionari né i conservatori senza fascino; serviva la Sinistra non comunista (il celebre acronimo NCL, Non-Communist Left). Bisognava arruolare gli eretici, i delusi dal mito di Mosca, gli ex compagni che avevano visto il terrore delle Purghe e dei Gulag. Fu così che nacque il Congress for Cultural Freedom (CCF), un’organizzazione imponente con uffici in trentacinque paesi, una scuderia di riviste leggendarie come Encounter a Londra, Der Monat in Germania, Preuves in Francia e Tempo Presente in Italia, dirette o alimentate da menti del calibro di Nicola Chiaromonte, Ignazio Silone, Arthur Koestler, Raymond Aron, Isaiah Berlin e Denis de Rougemont. «La guerra fredda culturale fu, in sostanza, un gigantesco consorzio di intelligence camuffato da salotto letterario universale».
Per vaccinare il mondo dal contagio del comunismo e facilitare il conseguimento degli interessi globali della politica estera statunitense, occorreva mobilitare il meglio dell’intellighenzia occidentale. Il dramma è che gran parte di questi intellettuali era del tutto ignara della provenienza dei fondi. Credevano di lottare per la propria autonomia intellettuale, di difendere il pensiero critico dal dogmatismo di Zhdanov e dalle direttive del Pci o del Kominform. E in effetti lo facevano. Ma a saldare il conto, attraverso una ragnatela di fondazioni benefiche fittizie (come la Farfield Foundation del mecenate Julius Fleischmann), era il dipartimento delle operazioni coperte di Langley, Virginia. La stessa istituzione, sia detto en passant, che in quegli anni si era resa protagonista di «interventi spietati e pericolosamente fuori controllo», quali «il rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq, nel 1953, l’abbattimento del governo Arbenz in Guatemala, nel 1954, la disastrosa operazione della Baia dei Porci, nel 1961, e l’infausto Programma Phoenix in Vietnam», per citarne solo alcuni.

Uno dei capitoli più affascinanti della ricostruzione della Saunders riguarda le arti visive. Come spiegare che un’America profondamente puritana si sia trasformata nella principale promotrice dell’Espressionismo Astratto, corrente artistica tra le più libere e dissolute del Novecento? La risposta è di una semplicità machiavellica. L’arte figurativa e il realismo appartenevano ormai alla retorica totalitaria; i quadri giganti di Pollock, le campiture di colore metafisiche di Mark Rothko o le sculture di Alexander Calder rappresentavano invece il trionfo dell’individuo, la libertà assoluta, lo spirito irrefrenabile dell’Occidente dove ciascuno poteva schizzare del colore su una tela senza dover rendicontare quanto fatto a un grigio e incompetente commissario del popolo. La CIA divenne così, segretamente, il più grande collezionista e mercante d’arte del Novecento. Attraverso il MoMA di New York e la complicità di figure mitiche dell’establishment culturale americano, la pittura americana conquistò le biennali europee, mostrando un mondo vivace e sperimentale contrapposto al grigiore pedagogico dell’immaginario sovietico. Anche la letteratura subì lo stesso trattamento. Libri come La fattoria degli animali e 1984 di George Orwell vennero acquistati in blocco, tradotti, distribuiti a pioggia e perfino adattati in versione cinematografica, financo alterandone le sfumature per accentuarne la chiave antisovietica. Il saggio Il Dio che ha fallito (The God That Failed), raccolta di confessioni di ex comunisti celebri come André Gide, Richard Wright e lo stesso Silone, divenne il breviario fondamentale distribuito nelle cancellerie e nelle università di mezzo mondo. L’ottima prefazione di Giovanni Fasanella inserisce questa vicenda globale all’interno del laboratorio politico italiano, un unicum sotto diversi punti di vista.
Nel nostro paese, il più grande partito comunista d’Occidente conviveva con una democrazia cristiana saldamente ancorata al blocco atlantico. L’Italia era la linea di frontiera, il campo di battaglia culturale definitivo. Fasanella mostra come la penetrazione delle strutture atlantiche nella vita culturale italiana non fosse un semplice incidente di percorso, ma una costante strutturale. La fondazione di Tempo Presente nel 1956 da parte di Chiaromonte e Silone (due figure di immensa statura morale e indiscutibile buona fede) rappresenta l’emblema di questa parabola tragicomica. Silone e Chiaromonte volevano uno spazio libero dall’egemonia togliattiana e dal conformismo di sinistra, ma finirono involontariamente al centro della tela ragno intessuta da Michael Josselson, l’infaticabile segretario del CCF che gestiva i fondi della CIA con enorme e geniale disinvoltura. Quando nel 1967 lo scandalo esplose sulle pagine del Ramparts e del New York Times, rivelando che per vent’anni l’élite intellettuale occidentale era stata stipendiata dai servizi segreti americani, il terremoto fu devastante. Amicizie decennali si infransero, la credibilità di riviste gloriose crollò dall’oggi al domani, e molti intellettuali si trovarono a dover rispondere alla domanda più atroce: siamo stati complici o siamo stati soltanto degli “utili idioti”?
L’opera di Frances Stonor Saunders non è un pamphlet complottista. È un saggio rigoroso, ironico e spietato che demolisce il mito dell’autonomia pura della cultura. La scrittura della Saunders ha il ritmo incalzante di un racconto d’azione e la chiarezza della grande saggistica britannica; sa ben dosare l’aneddoto di colore con l’analisi dei documenti desecretati. La domanda che questo libro ci lascia in eredità, e che la prefazione di Fasanella rilancia con forza, non riguarda solo il passato. In un’epoca come quella attuale, in cui le guerre d’informazione, il soft power, la manipolazione degli algoritmi e il finanziamento delle narrative mediatiche hanno raggiunto livelli di sofisticazione inimmaginabili rispetto solo a qualche tempo fa, La guerra fredda culturale suona come un avvertimento permanente. Ricorda che il potere non ha sempre la forma brutale della censura o della polizia politica. Molto più spesso ha il volto rassicurante di un mecenate altruista, la forma di un premio letterario prestigioso, la promessa di una copertina o la comodità di una cattedra accademica. E che la libertà d’espressione, quando diventa un prodotto da esportare a tavolino, rischia di trasformarsi in una delle truffe intellettuali più grandi e pericolose che l’uomo possa commettere.